Domani Barack Obama arriva al Cairo, è normale che ci sia molta attesa per quanto dirà. Riprendiamo oggi, 03/06/2009, alcuni commenti e un'intervista. Fiamma Nirenstein, Sul GIORNALE, come sempre va diritto al nocciolo della questione, senza giri di frase, spiegando la realtà quale essa è e non come vorremo che fosse. Una voce, purtroppo isolata. Paolo Lepri, sul CORRIERE della SERA, esprime l'opinione moderata, dando fiducia che con le buone maniere i cattivi dittatori verranno a miti consigli, Guantanamo e Abu Graib restano le vergogne dell'occidente, il terrorismo islamista scompare dalla scena. Più o meno l'opinione di Lucia Annunziata sulla STAMPA. Rolla Scolari, intervista sul GIORNALE Saad Eddine Ibrahim, tra i più coraggiosi attivisti per i diritti civili nel mondo musulmano. Per finire due parole sulla STAMPA, che dedica due pagine a Igor Man(zella), il quale non è stato informato che da qualche anno esistono in commercio guide turistiche, persino illustrate, e che l'Egitto è fra queste. Con gli abituali toni patetici, non la smette di raccontare ai lettori tutti i colori del Cairo, come se stesse descrivendo una città sulla Luna. Penoso, avendo troppo rispetto per il tempo dei nostri lettori, non lo riprendiamo.Nemmeno per criticane le righe più ridicole. Ecco gli articoli:
IL GIORNALE-Fiamma Nirenstein: " Troppe concessioni dalla Casa Bianca "
Dovrebbe andarci più piano, dar segno di capire che la posta in gioco non è la sua popolarità. Invece Obama sembra incamminarsi sulla via del Cairo innamorato della sua stessa bontà, delle sue parole innovatrici, a tutto gas ancora prima di aver guardato negli occhi un mondo cui spesso la cortesia appare debolezza. Il presidente sembra in queste ore essere alla ricerca di consensi preventivi, plateali, le sue parole prima della partenza sembrano ripetere quello strano gesto di profonda riverenza nei confronti del re saudita che lasciò anche i suoi più grandi ammiratori stupefatti.
Obama si è espresso contro il pericolo di cercare di imporre la «nostra cultura» a chi ha «storia e cultura diversi». Pericoloso, difficile può esserlo. Certo però quando Obama specifica e dice che «la democrazia, lo stato di diritto, la libertà di espressione, la libertà di culto, non solo valori propri dell’Occidente ma sono valori universali» e quindi insiti anche nelle culture non occidentali, viene da ridere per la (speriamo voluta) ingenuità dell’affermazione, in cui si avverte o superficialità o cinismo; soprattutto essa fa compiangere i dissidenti, i condannati a morte, le donne oppresse, quelle torturate con mutilazioni genitali, gli omosessuali perseguitati. Si appanna l’America che ha sempre cercato di salvare gli oppressi, dall’Europa sotto il nazismo, all’Urss, all’Irak. Sembra ritirarsi dalla grande gara mondiale per istaurare la libertà. Obama ha dichiarato semplicemente che vorrà servire da esempio passivo, e ignora che invece l’Islam per esempio, si vede come esempio estremamente, aggressivamente attivo, in fase di espansione. Sembra che la visione da lui più volte espressa dell’Occidente come di un mondo sostanzialmente oppressivo, che deve fare ammenda e quindi essere trasceso, sia vincente nelle sue esternazioni.
Alla vigilia della partenza per il Cairo, Obama ha chiesto alle sue ambasciate di invitare i diplomatici iraniani alla festa del 4 di luglio. Una notevole concessione senza contropartita al Paese più minaccioso del mondo, uno che alla nostra cultura guarda con disprezzo mentre viola i diritti umani e prepara la bomba. Gli Usa serviranno all’Iran da esempio? Ne dubitiamo.
Un altro punto molto importante: Obama parte verso il mondo arabo dopo aver approfondito il divario con Israele. Parte dopo che alcune voci provenienti dalla Casa Bianca, poi smentite, riferivano che gli Usa avrebbero smesso di appoggiare Israele all’Onu usando il diritto di veto. Ma nel suo viaggio c’è già una pecca d’origine: la scelta di affrontare il medio Oriente senza una tappa in Israele. Va a trovare i Paesi arabi moderati sunniti scindendo così il nesso fra la loro buona volontà per un futuro di pace per il Medio Oriente dal rapporto naturale, di contiguità con Israele. Così, darà forza a chi rovescia tutte le colpe e le responsabilità su Israele, rimandando i problemi della democrazia, delle responsabilità. Infatti una gran levata di scudi antisraeliana che l’Egitto, per esempio, non si sognava da tempo, segna la visita. Obama ha avuto cura, proprio alla vigilia della partenza di usare molte parole dure: ha detto a Israele che «parte dell’amicizia è essere onesti... e oggi la corrente traiettoria nella regione è profondamente negativa non solo per gli interessi israeliani ma anche per quelli americani. Gli Usa, insomma, saranno duri con voi. Ho già detto che Netanyahu deve congelare ora tutte le costruzioni negli insediamenti e bloccare anche la crescita naturale. Datevi da fare». Qui Obama strappa gli applausi al mondo arabo, mentre sa (speriamo) che gli insediamenti, 500mila persone, sono un difficile, lungo percorso in cui le garanzie arabe sono molto diverse da quelle attuali. Lo dicono tutte le risoluzioni dell’Onu e i vari accordi sempre rigettati dai palestinesi (quello di Oslo, quello con Olmert e Livni): sono il punto di arrivo della trattativa, dopo che i palestinesi accettino la fine della violenza e accettino uno stato ebraico, senza ritorno dei profughi, su cui invece si hanno due bei «no» da Abu Mazen. La sensazione è che la gran macchina pubblicitaria del viaggio macini insediamenti e ottimi rapporti col mondo arabo moderato a spese di Israele per coprire la difficoltà di affrontare la questione iraniana.
CORRIERE della SERA-Paolo Lepri: " Dai valori esportati dell'era Bush alla leadership morale"
No, contrariamente a quanto scrive sull’Independent il sempre più arrabbiato Robert Fisk, non sentiremo Barack Obama cantare al Cairo il «solito vecchio ritornello degli uomini di Bush». Già nell’intervista del presidente americano alla Bbc, che ha anticipato il discorso di domani, si sono udite invece parole nuove. In primo luogo la convinzione che il compito degli Stati Uniti sia quello di incoraggiare nel mondo islamico «principi universali» come quelli della democrazia e dei diritti umani. Ma senza imporli, perseguendoli con la forza che viene dal rappresentare, finalmente, «un modello» per il mondo. Si pensi tra le altre cose, alla chiusura della prigione di Guantánamo, alla condanna di abusi e violenze commesse con l’alibi che il fine giustifichi i mezzi.
Questa era una delle grandi scommesse fatte dopo la vittoria nelle presidenziali. Lo avevano indicato da tempo gli esperti della Freedom House e del Carnegie Endowment for International Peace. «La sfida per la squadra di Obama — scriveva Jennifer Windows — è di trovare concetti che mettano in grado l’amministrazione di distinguersi da quella precedente senza abbassare il livello del sostegno alla democrazia e ai diritti civili e politici». Le priorità sono cambiate, la discontinuità è avvenuta: Barack Obama non crede che realizzare un «regime change» voglia dire costruire automaticamente la democrazia e non pensa che l’impegno per promuovere la libertà sia tutt’uno con la lotta al terrorismo internazionale (da portare avanti, comunque, senza cadute di tensione). Ma questa inversione di rotta ha rafforzato, non indebolito, la capacità di promuovere la democrazia e il dialogo.
E non tutti i valori del passato sono da seppellire.
Thomas Friedman ha scritto che «mai negli ultimi cinquanta anni l’America è stata ritenuta tanto importante dal mondo». Ma le dimensioni di questo fenomeno sarebbero meno rilevanti se la presidenza Obama fosse solo rottura e non anche la capacità di coniugare l’innovazione con la ricerca del consenso. Non è un caso, quindi, che non ci saranno scuse al mondo arabo per la politica di Bush. Forse sarebbe stato un gesto di debolezza.
LA STAMPA-Lucia Annunziata: " Se Obama va a Maometto "
Non sappiamo ancora cosa dirà. Ma sappiamo dove lo dirà. Il che, secondo le regole della politica odierna, è quasi quanto basta.
Barak Obama parlerà domani al mondo musulmano dall’Aula Magna dell’Università del Cairo, dove si presenta dopo aver reso omaggio ai custodi della Mecca, i reali della casa saudita, a Riad. Lo seguirà un’opinione pubblica musulmana che non ha mai guardato con tanto favore a un leader occidentale: lo approva il 25 per cento degli egiziani (contro il 6 a favore di Bush).
Lo approva il 29 per cento dei sauditi (per Bush il 12), il 37 per cento dei turchi (per Bush il 14), il 15 per cento dei siriani (per Bush il 4). È una dislocazione geografica e di umori sufficiente a farci dire che qualcosa già è accaduto nelle relazioni fra Stati Uniti e mondo arabo.
Obama terrà domani al Cairo il quarto discorso di politica estera della sua presidenza. Ognuno di questi interventi è stato fatto in un luogo intimamente connesso al senso del messaggio. Il primo, sul ritiro dall’Iraq, il 27 febbraio, è stato pronunciato nel campo di addestramento dei marines di Camp Lejeune, in North Carolina, davanti a uomini e donne che stavano per partire per le basi di Baghdad. E cominciava: «Sono venuto a parlarvi di come la guerra in Iraq finirà». Il secondo, del 5 aprile, forse il più visionario, su un mondo privo di armi nucleari, è stato pronunciato a Praga, già ponte della Guerra fredda fra Est e Ovest. Che si riferisse a quell’epoca, Obama l’ha lasciato capire da un romantico omaggio alla moglie: «Sono l’uomo che accompagna Michelle», parafrasando John e Jackie Kennedy del viaggio europeo nel 1961. Il terzo discorso, del 21 maggio, sulla sicurezza nazionale, ha annunciato la chiusura di Guantanamo, ed era ai National Archives di Washington, tempio in cui è custodita la storia della Repubblica Usa.
Al Cairo si attende ora un altro segmento della visione strategica dei nuovi Stati Uniti. Gli inviti alla cautela degli esperti, in questa vigilia, sono numerosi. Fortissime le resistenze in Israele e in una parte dello stesso mondo democratico americano contro le pressioni dell’amministrazione per fermare gli insediamenti. Problematica, a dir poco, è nel mondo arabo ogni soluzione (fosse anche quella - impossibile - dei due Stati) che implichi il pieno riconoscimento di Israele. Sullo sfondo c’è, poi, il ruolo attivo che Obama ha preso nel rilanciare in Afghanistan quella che ogni giorno appare sempre più come una nuova guerra ai talebani. Viceversa, le aperture all’Iran e la chiusura di Guantanamo sono, per ora, più gesti di buona volontà che impegni. Eppure, contro ogni voce della ragione, di cui sempre abbondano diplomatici ed esperti, il luogo scelto dal presidente per parlare ai musulmani appare già un’offerta in sé.
I Presidenti americani viaggiano molto. Attraversano il globo in lungo e in largo. Ma i colloqui veri, gli accordi finali, le amicizie strategiche si stringono solo a Washington. Come avvenne per l’accordo di una pace da Nobel fra Arafat e Rabin nel 1993. Come avviene per tutti i leader mondiali oggi in palpitante attesa di un invito alla Casa Bianca. Il mondo imperiale è infatti una piramide, dove la legittimazione dei Barbari non può che avvenire nella Nuova Roma. Stavolta questa piramide si capovolge. Obama parla ai musulmani lì dove i musulmani vivono, parla alle madrasse dell’universo arabo da una grande università araba, porta sé stesso al loro livello e nei loro luoghi, pellegrino fra i pellegrini, dove il conflitto è nato. L’Egitto, ricordiamolo, è la patria del fondamentalismo islamico, il paese che ha dato i natali agli uomini più vicini a Osama Bin Laden. Nonché il punto di equilibrio, quieto ma pericolosamente ancora in bilico, tra Occidente e Oriente. È difficile dunque non vedere in questa scelta del Presidente degli Stati Uniti un desiderio di spaccare i ruoli, riscrivere le regole, riconoscere e non umiliare le diversità. In un’epoca di conflitti fatti da immagini, valori, disprezzi reali e percepiti, in un mondo in cui i rapporti fra culture pesano quanto una volta i rapporti fra testate nucleari, un gesto di modestia e di omaggio può fare molta strada.
Non è un’idea nuova quella di Obama. I migliori strateghi e politici hanno vinto guerre con il riconoscimento delle differenze altrui. Il generale Edmund Henry Hynman Allenby, primo visconte Allenby, dopo aver sconfitto l’Impero Ottomano in Palestina, facendo il suo ingresso a Gerusalemme alla testa delle truppe, l’11 dicembre 1917, smontò da cavallo e attraversò a piedi la Porta di Jaffa, «in segno di rispetto dello status di città sacra per ebrei, cattolici e musulmani».
Poco importa se, con il senno di poi, oggi diciamo che quel gesto di rispetto sarebbe stato pagato molto caro da Gerusalemme. In quel momento bastò a trasformare una potenza di conquista in un protettore per molti anni. Forse la visita di Obama in Medio Oriente non sarà risolutiva. Ma ciò non toglie che, recandosi al Cairo, oggi Obama scriva una forte pagina culturale, rendendo reale la metafora dell’impossibilità: per la prima volta vedremo la montagna che va da Maometto.
IL GIORNALE-Rolla Scolari: " Ma Barack non parlerà di diritti umani "