Anticipazioni sul piano di pace per il Medio Oriente che Obama proporrà il 4 giugno al Cairo. Riportiamo dal CORRIERE dellaSERA di oggi, 21/05/2009, a pag. 19, la cronaca di Paolo Valentino dal titolo " Una Palestina smilitarizzata. Il piano di pace di Obama ". Dall'UNITA', a pag. 23, l'intervista di Umberto De Giovannangeli a Reyad el-Malki, ministro degli Esteri dell'Anp, dal titolo " Sarebbe una svolta storica per due popoli. Un errore rifiutarla " e dal MANIFESTO, a pag. 9, l'articolo di Michele Giorgio dal titolo " Fuoco sul piano Obama " preceduti dal nostro commento. Ecco gli articoli:
CORRIERE della SERA - Paolo Valentino : " Una Palestina smilitarizzata. Il piano di pace di Obama "
WASHINGTON — Sarebbe uno Stato palestinese smilitarizzato, con Gerusalemme Est come sua capitale, l’idea forte dell’atteso discorso al mondo arabo e islamico, che Barack Obama terrà al Cairo il 4 giugno. Ma il presidente degli Stati Uniti non avrebbe intenzione di presentare un piano nuovo di zecca e dettagliato per il Medio Oriente, tenendo come riferimento di base la proposta saudita del 2002 e concentrandosi piuttosto su un’apertura politica generale ai Paesi musulmani.
Lo rivelano, citando fonti dell’Amministrazione americana, i media israeliani, secondo i quali la linea di condotta della Casa Bianca sarebbe stata concordata da Obama insieme al re di Giordania Abdallah nei colloqui di fine aprile a Washington.
Giusta la strategia, il nuovo Stato palestinese dovrebbe vedere la luce entro quattro anni e non avrebbe diritto al suo esercito, né a firmare accordi militari con altri Paesi. Sarebbe questa la «polizza della sicurezza » per Israele, con cui la nuova nazione dovrebbe risolvere le questioni dei confini attraverso scambi di territorio. La bandiera palestinese verrebbe issata a Gerusalemme Est, ma la Città Vecchia diventerebbe zona internazionale sotto l’egida dell’Onu. In cambio, i palestinesi dovrebbero rinunciare al «diritto al ritorno» dei profughi, per i quali Usa e Unione europea provvederebbero però a forme di compensazione.
Tornando da Washington, il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha comunque detto di aver manifestato a Obama la sua disponibilità «a lanciare immediatamente negoziati di pace sia con i palestinesi che con Damasco, a condizione che diano risposte concrete al bisogno di sicurezza d’Israele».
Ma sulla strada che porta in Egitto, Obama si aspetta altri gesti d’apertura da parte di Tel Aviv. Il presidente lo avrebbe detto chiaramente Netanyahu: già domenica prossima, quando il governo israeliano si riunirà per discutere la situazione di Gaza, l’Amministrazione vorrebbe che fossero alleggerite le restrizioni all’entrata e all’uscita delle merci dalla Striscia. Washington chiede anche che siano facilitati i movimenti delle persone in Cisgiordania. Sono richieste minime, ma importanti per dare a Obama maggior forza nel suo tentativo di convincere i Paesi arabi ad avviare tutti insieme una normalizzazione nei rapporti con Israele, anche prima di un accordo di pace con i palestinesi. Obama la prossima settimana riceverà alla Casa Bianca il presidente palestinese Abu Mazen, ma dovrà invece aspettare il viaggio al Cairo per incontrare il leader egiziano Mubarak, che ieri ha dovuto cancellare la prevista visita a Washington per un improvviso lutto familiare.
L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " Sarebbe una svolta storica per due popoli. Un errore rifiutarla "
Questa è la credibilità di Umberto De Giovannangeli e dell'UNITA': intervistare il ministro degli Esteri dell'Anp il quale, ovviamente, è favorevole al piano di pace di Obama e critico con Netanyahu e Lieberman. Il Ministro dell'Anp dichiara : " Il presidente Obama è consapevole che la colonizzazione della Cisgiordania è un ostacolo al processo di pace, così come il permanere del blocco israeliano a Gaza ". Nemmeno un cenno ai veri ostacoli al processo di pace, e cioè al rifiuto di Abu Mazen di riconoscere Israele come Stato ebraico, ai razzi che quotidianamente sono lanciati contro Israele dalla Striscia, al terrorismo dei palestinesi in Cisgiordania, alla totale inaffidabilità dei palestinesi alla costruzione di uno stato, ecc. ... Ecco l'articolo:
Il presidente Obama ha compreso due cose: che il tempo non lavora per la pace e che la soluzione della questione palestinese può essere la chiave di volta per una pace globale in Medio Oriente». A parlare è Reyad el-Malki, ministro degli Esteri, riconfermato nel nuovo governo palestinese guidato da Salam Fayyad. El-Malki parla del prossimo viaggio del presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmud Abbas (Abu Mazen) a Washington e dà il via libera dell’Anp al piano di pace che - secondo la stampa araba e israeliana - il presidente Usa illustrerà il 4 giugno al Cairo: «Quel piano - rimarca el-Malki – è lo sviluppo coraggioso di quanto indicato dalla conferenza di Annapolis (novembre del 2007, ndr) e dalla stessa Road Map (il tracciato di pace elaborato dal Quartetto per il Medio Oriente: Usa, Ue, Onu, Russia)».
Nel l’incontro con il primo ministro israeliano Netanyahu, il presidente Obama ha rilanciato con forza l’idea di una pace fondata sul principio di due Stati per due popoli…
«Il presidente Obama è andato oltre. Ha fatto riferimento ad atti concreti che dovrebbero supportare il rilancio del negoziato…».
A cosa si riferisce?
«Penso al blocco della costruzione di nuovi insediamenti nei Territori palestinesi. Il presidente Obama è consapevole che la colonizzazione della Cisgiordania è un ostacolo al processo di pace, così come il permanere del blocco israeliano a Gaza».
Un autorevole quotidiano arabo, al-Quds al-Arabi, rivela i punti chiave del “piano Obama” per la pace in Medio Oriente.
«Una cosa sono gli scoop, altra è l’azione diplomatica che, per essere davvero ficcante, ha bisogno di discrezione, molta discrezione…».
Fatta questa premessa, come giudica quel piano?
«Una svolta storica. Non solo per il popolo palestinese ma per l’intero Medio Oriente. Perché offre una doppia opportunità: al popolo palestinese di poter finalmente realizzato il proprio diritto a vivere in uno Stato indipendente con Gerusalemme Est sua capitale; e a Israele, perché quella delineata è una pace “calda” non solo con i palestinesi ma con tutti gli Stati della regione».
Quel piano prevede anche una soluzione della questione cruciale dei rifugiati palestinesi.
«Il presidente Abbas ne discuterà con il presidente Obama alla Casa Bianca il 28 maggio. Ciò che posso dirle è che l’Anp ritiene un compromesso ragionevole quello che offre una doppia scelta al rifugiati: rientrare nel nuovo Stato palestinese o ottenere la cittadinanza – supportata da un risarcimento economico – nei Paesi dove ora risiedono».
Stiamo parlando di una pace “calda”, di proposte di merito, ma l’incontro tra il premier israeliano e il presidente Usa non è stato incoraggiante.
«Israele ha oggi una straordinaria opportunità per portare a compimento quella pace dei coraggiosi che fu la grande sfida lanciata da Yasser Arafat e Yitzhak Rabin. Non deve coltivare l’illusione - come pare facciano Netanyahu e Lieberman (ministro degli Esteri e leader del partito della destra radicale Israel Beitenu, ndr) - che sia possibile mantenere con la forza lo status quo. Il presidente Obama, e con lui molti leader arabi, sono impegnati nel delineare il “volto” di un nuovo Medio Oriente nel quale ci sia posto per un nuovo Stato, quello di Palestina, e per uno Stato esistente, Israele, pienamente integrato nella regione. Non cogliere questa opportunità sarebbe un tragico errore. Per tutti».
Netanyahu parla di autogoverno palestinese ma resta nel vago su uno Stato di Palestina…
«Non è più tempo di equilibrismi dialettici. Il primo ministro israeliano non può riportare indietro le lancette del tempo e cancellare in un sol colpo gli accordi di Oslo-Washington, la Road Map, la conferenza di Annapolis… I contenuti di una pace possibile sono da tempo delineati. Ciò che fin qui è mancata è la volontà politica di attuarli. Siamo pronti a riprendere da subito il negoziato se la controparte mostra una reale volontà di dialogo. È ciò che Abu Mazen ribadirà il 28 maggio a Obama».
Lei è ministro di un governo non riconosciuto da Hamas.
«Hamas sa che la condizione per dar vita a un governo di unione nazionale è il riconoscimento degli accordi fin qui sottoscritti dall’Anp e dall’Olp. Se avverrà, ma solo in quel caso, siamo pronti a farci da parte. Sulla base di un’intesa non di un minaccia».
Il MANIFESTO - Michele Giorgio : " Fuoco sul piano Obama "
Giorgio scrive : "è chiara l’intenzione di Obama di assorbire e, quindi, neutralizzare il piano arabo del 2002 (messo a punto dall’Arabia saudita) che pur essendo in linea perfetta con le risoluzioni Onu, risulta indigesto a Israele. In particolare al punto dove ribadisce il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Il piano di Obama invece prevederebbe un «limitato rientro» dei rifugiati (800mila nel 1948, oltre 4 milioni oggi), i quali verrebbero messi di fronte ad una scelta: «integrarsi » nei paesi dove vivono attualmente oppure «tornare».Ma dove?". Dove? Nel futuro Stato palestinese. Giorgio trova questa proposta assurda? Che cosa ci sarebbe di sbagliato? I " profughi " palestinesi vivrebbero nello Stato palestinese, non avrebbero problemi di "integrazione". A rigor di logica, ormai dovrebbero essere già integrati nei Paesi in cui vivono attualmente...i "profughi" sono diventati tali alla fine degli anni '40, sessant'anni fa. E' difficile credere che non si siano mai integrati nei Paesi nei quali sono migrati. I loro figli, poi, la Palestina non l'hanno mai vista, ci risulta difficile credere che la considerino casa propria e che vogliano tornarci. Soprattutto quando chi li ha esortati ad andarsene da Israele sono stati proprio i governi arabi, convinti di poter distruggere l'apperna costituito stato ebraico.
Dalle osservazioni di Giorgio risulta evidente che ciò che gli sta veramente a cuore non è la "causa palestinese", ma la cancellazione di Israele come Stato ebraico. Ecco l'articolo:
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