Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 10/05/2009, a pag. 14, la cronaca di Giacomo Galeazzi dal titolo " La fede non deve servire la violenza ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 9, l'intervista di Alessandra Coppola a Gilles Kepel dal titolo " Ora il dialogo può ripartire Gli estremisti sono nell’angolo ". Dal GIORNALE, a pag. 12, l'intervista di Rolla Scolari a Avi Pazner, ambasciatore d’Israele in Italia dal ’91 al ’95, dal titolo " Così nel ’92 partì il dialogo Israele-Vaticano ". Dalla STAMPA, a pag. 14, l'intervista di Francesca Paci a Tariq Ramadan dal titolo " Non può limitarsi a invocare la pace. Deluderà la gente ". Dal MANIFESTO, a pag. 9, l'intervista di Geraldina Colotti al politologo Jean Bricmont dal titolo " Ratzinger in difficoltà in cerca di alleanze ". Dall'UNITA' a pag. 23, l'intervista di Umberto De Giovannangeli a Hanan Ashrawi, parlamentare dell’Anp dal titolo " Noi palestinesi senza diritti. Il Papa lo ricordi " precedute dal nostro commento. Ecco gli articoli:
La STAMPA - Giacomo Galeazzi : " La fede non deve servire la violenza "
Altolà alla manipolazione ideologica della fede. «La religione si snatura ed è corrotta quando serve la violenza», ammonisce Benedetto XVI ad Amman appena dopo aver proclamato al Memoriale di Mosè «l'inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebreo». Nella seconda giornata del viaggio in Terra Santa, il Papa ha visitato la moschea Hussein accompagnato dal principe Ghazi, discendente diretto di Maometto, che a sorpresa e tra proteste integraliste lo ha dispensato dal togliersi le scarpe. Nel luogo sacro per i musulmani, coperto da spesse stuoie, il Papa «ha avuto un momento di meditazione ma non ha pregato», puntualizza il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi.
Nel 2001, a Damasco, nella prima visita di un Pontefice in una moschea, Giovanni Paolo II, come segno di rispetto, si tolse i mocassini per infilare fodere bianche ai piedi e lo stesso fece Benedetto XVI ad Istanbul nel 2006.
E’ «la manipolazione ideologica della religione per scopi politici il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e anche delle violenze nella società», denuncia Joseph Ratzinger davanti ai capi religiosi musulmani, al corpo diplomatico e ai rettori delle università giordane. Il nunzio apostolico, l’arcivescovo Francis Assisi Chullikat assicura che la Chiesa in Giordania sta svolgendo un ruolo molto attivo e la coesistenza pacifica, è evidente qui, può essere «un segnale di incoraggiamento» nella questione israelo-palestinese. Re Abdullah a Washington ha appena promesso a Obama una nuova bozza del piano saudita, portando in dote la disponibilità di Abu Mazen e della Siria. La decisione di entrare nel difficile scenario del Medio Oriente dalla porta della Giordania, fermandosi per tre giorni dove nel 2000 Giovanni Paolo II restò solo qualche ora, vuole valorizzare la comunità cristiana locale, premiare il re Abdullah per essere garante della libertà religiosa e appoggiare il tentativo giordano di mediare tra palestinesi e israeliani.
Ieri il Papa ha teso la mano all’ebraismo. Tra cristiani ed ebrei deve nascere «il desiderio di superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione». Il messaggio ai «fratelli maggiori», lanciato dal monte Nebo che schiude la porta della Terra Santa, assume un ulteriore significato per le recenti incomprensioni.
Intanto la Caritas e il Patriarcato di Gerusalemme protestano per gli ostacoli israeliani alla partecipazione dei cristiani alla tappa palestinese. L’incidente diplomatico più temuto dalla missione pontificia guidata dal segretario di Stato, Bertone, è una stretta di mano tra Joseph Ratzinger ed esponenti di Hamas della Cisgiordania. Dove è nato Gesù le incognite del viaggio-rompicapo sono simboleggiate dal convento delle suore missionarie del Cuore immacolato: malgrado le condanne della comunità internazionale, è tagliato in due dalla «barriera difensiva» israeliana, alta 9 metri e lunga 670 chilometri tra passaggi ai raggi X, gabbie metalliche, controlli di permessi e passaporti. Il sindaco di Betlemme è un cristiano, per tradizione, eletto con i voti di Hamas grazie ad un accordo del 2005.
Mercoledì, per entrarci, il Pontefice passerà nella doppia porta d’acciaio nel Muro usata dall’esercito. «Altro che porta d’onore», evidenziano al Patriarcato, infastidito dal palco ad Haida fatto rimovere dagli israeliani per non mostrare al mondo il Papa con alla spalle quel muro ritenuto dall’Anp la «prova più scandalosa» della segregazione. «La Santa Sede ha ceduto perché altrimenti il governo Netanyahu avrebbe bloccato i cristiani a Gaza», scuotono la testa gli organizzatori.
Mentre in Israele vengono completati i preparativi in vista dell’arrivo di Benedetto XVI, le autorità e i media indicano nel suo discorso nel Museo dell’Olocausto, Yad Vashem il momento più delicato del viaggio. «Ci aspettiamo che il Papa faccia riferimento alla Shoah e alla sua memoria, nel presente e nel futuro», afferma il direttore Avner Shalev, secondo cui, però, «non è possibile dimenticare la sua prima giovinezza nella Germania nazista».
CORRIERE della SERA - Alessandra Coppola : " Ora il dialogo può ripartire Gli estremisti sono nell’angolo "
Chiusa a Ratisbona, la porta si è riaperta ad Amman. Con questo obiettivo il viaggio di Benedetto XVI in Terrasanta è iniziato dalla Giordania, a questo scopo nelle parole del Papa l’accento è andato al ruolo spirituale dell’Islam come religione: la missione «urgente » del Vaticano, secondo Gilles Kepel, è «riavviare quel dialogo con il mondo musulmano che si era interrotto, identificare i possibili interlocutori. Riaprire la porta». Professore all’Institut d’études politiques di Parigi, tra i massimi studiosi occidentali di mondo arabo, Gilles Kepel segue in questi giorni i passi del Papa in Terrasanta, e al tempo stesso — lo fa da anni —, registra scosse e assestamenti tra gli islamici, con particolare attenzione ai fondamentalisti.
Perché definisce questa missione «urgente»?
«Credo che Benedetto XVI abbia dovuto affrontare una duplice sfida. Due malintesi: dal lato musulmano e da quello ebraico. L’equivoco con gli islamici si è cristallizzato intorno al discorso di Ratisbona, mentre con gli ebrei è sorto dal tentativo di far tornare nell’alveo cattolico i lefebvriani, tentativo seguito dalle affermazioni negazioniste di monsignor Williamson. Per la Curia è urgente non apparire ostaggio di questi due malintesi, perché minano il magistero universale della Chiesa, che rischiava d’indebolirsi soprattutto a confronto con il pontificato di Giovanni Paolo II».
Che differenza vede tra il Papa di Ratisbona e quello di Amman? E perché ripartire proprio dalla Giordania?
«In Germania, nel 2006, aveva parlato prima che come Pontefice, come cardinale Ratzinger, e col suo discorso, citando l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo che criticava il profeta Maometto, aveva suscitato reazioni violente nel mondo islamico. Dopo Ratisbona, i teologi musulmani che gli hanno risposto per tentare di riaprire il confronto sono stati giordani, vicini alla casa reale hashimita. Per questo il Papa ha scelto la Giordania, consolidando Abdallah II nel suo ruolo di interlocutore del mondo musulmano».
Quali sono state tra gli islamici le reazioni alla visita di Ratzinger?
«Nell’ambiente salafita radicale, anche giordano, la visita è stata bersaglio di forti attacchi, soprattutto online, dal sito di colui che è al momento il principale ideologo jihadista, Abu Mohammed Al Maqdissi, dove vengono criminalizzati i musulmani che si sono mostrati pronti ad accogliere il Papa. Per gli estremisti, la visita di Benedetto XVI è stata un’occasione per tentare di mobilitare di nuovo il mondo musulmano contro l’Occidente».
Con quali risultati? C’è stata una ripresa del fondamentalismo, o gli appelli alla jihad, come lei ha spesso sostenuto, sono ormai sempre più confinati nel mondo virtuale di Internet?
«Nei gruppi musulmani più moderati come lo statunitense Cair (Consiglio per le relazioni americano-islamiche, ndr) le parole del Papa ad Amman sono state ben accolte. Oggi il radicalismo jihadista ispirato da Bin Laden (a cui Al Maqdissi è intellettualmente molto vicino) non ha più la stessa forza d’azione. Perché era focalizzato sul contrasto alla politica di George Bush e alla sua guerra al terrore, e adesso fa fatica ad adattarsi al nuovo discorso statunitense di apertura all’Islam portato avanti da Barack Obama, un presidente che ricorda regolarmente come suo padre fosse di religione musulmana. In Giordania poi certo la venuta del Papa è stata anche usata dall’opposizione jihadista per attaccare e screditare i dirigenti che hanno accolto il Pontefice, in chiave di politica interna ».
Obama ha appena annunciato che farà un importante discorso al mondo islamico dall’Egitto. Perché questa scelta?
«La politica di Obama verso il mondo musulmano si fonda su tre grandi centri d’azione: Afghanistan-Pakistan, Golfo Persico e poi conflitto arabo- israeliano e Medio Oriente. Qui, i dirigenti arabi moderati come gli egiziani fanno fatica a difendere le proprie posizioni di fronte alla popolazione dopo l’attacco di Israele a Gaza, davanti al quale sono stati impotenti. Parlare al mondo islamico dall’Egitto significa sostenere il ruolo del Cairo come mediatore nel conflitto arabo-israeliano ».
Nel suo ultimo libro, «Oltre il terrore e il martirio» (Feltrinelli), affida all’Europa un nuova centralità, come intermediaria tra due «blocchi». In che modo?
«Mi sembra che oggi il fatto che ci siano milioni di musulmani in Europa possa essere un fattore di progresso: se questi cittadini prendono parte alla civilizzazione europea possono rappresentare un modello per quelli rimasti a Sud e a Est del Mediterraneo, e contribuire così a ridurre la tensione tra il blocco cristiano e il blocco musulmano, da una parte e dall’altra, gettando ponti umani tra le sponde».
Il GIORNALE - Rolla Scolari : " Così nel ’92 partì il dialogo Israele-Vaticano "
La STAMPA - Francesca Paci : " Non può limitarsi a invocare la pace. Deluderà la gente"
Tariq Ramadan dichiara " Dal capo della Chiesa cattolica mi aspetto un richiamo alla morale, all’etica, alla responsabilità dei leader israeliani e al rispetto dei palestinesi. Non so se lo farà. Ma se tacesse sarebbe molto grave perché il suo silenzio verrebbe interpretato come un appoggio alla politica israeliana". Se il Papa farà un richiamo all'etica e alla morale, questo dovrebbe essere rivolto ai paesi come l'Iran che appoggiano e finanziano i terroristi di Hamas e Hezbollah per distruggere Israele e i suoi cittadini. Israele, ora governato dal tanto criticato Netanyahu, non fa altro che difendersi. Evidentemente, per Tariq Ramadan, l'unica opzione etica e morale per Israele è quella di lasciarsi cancellare dai regimi fondamentalisti, senza far nulla per impedirlo.
Quando Francesca Paci gli fa notare che a Betlemme i cristiani sono ridotti ormai al 12% della popolazione quando, fino a pochi anni fa, erano quasi la totalità, Ramadan risponde che i cristiani non sono perseguitati in tutti i Paesi islamici e che, comunque, nei Paesi del Maghreb la loro situazione è migliorata. Dopodichè afferma che : " Per quanto riguarda i cristiani palestinesi poi, hanno moltissimi problemi anche con lo Stato ebraico, dove la discriminazione delle altre fedi è la regola ". Quella del fondamentalista islamico Ramadan è pura propaganda antiisraeliana, che attribuisce alla democrazia israeliana, dove la libertà religiosa è assoluta,le discriminazioni che sono tipiche proprio dei paesi islamici. Ecco l'intervista:
Se parlerà solo di pace senza affrontare il nodo politico che strangola il Medio Oriente, il Papa avrà perso una grande occasione». Tariq Ramadan schizza da un areoporto all’altro, Londra, Lisbona, Parigi. Il 16 maggio sarà al Salone del Libro di Torino per presentare il suo ultimo saggio, La riforma radicale (Rizzoli). Attraverso il Blackberry ha seguito le parole di riconciliazione pronunciate da Benedetto XVI nella moschea di Amman: ora comincia la parte più difficile del viaggio pontificio. «La gente aspetta di sentire qualcosa di politico sul conflitto israelo-palestinese» osserva il filosofo. Docente di studi islamici alle università di Friburgo e Ginevra, ricercatore a Oxford, uno dei 100 maggiori intellettuali viventi secondo la rivista Time e certamente tra i più discussi, Ramadan è noto soprattutto come nipote di Hasan al-Banna, il fondatore dei Fratelli musulmani, il movimento islamico radicale egiziano.
Il Pontefice si è presentato in Medio Oriente come «pellegrino di pace». Perché crede che non sia sufficiente?
«Accetto il messaggio di riconciliazione, quello che sostiene ufficialmente il viaggio. Il Papa deve spiegare agli ebrei che non c’è antisemitismo nel mondo cristiano e ai musulmani si è già rivolto con profondo rispetto. Ma non può trattarsi solo di questo. Dopo l’offensiva israeliana a Gaza, l’affermazione elettorale della destra di Netanyahu e Lieberman, il blocco sistematico delle città palestinesi, tutti si aspettano che dica qualcosa in più, un discorso politico. Auspicare la pace non basta. Ormai il conflitto israelo-palestinese appare qual è, una guerra politica e non religiosa. Dal capo della Chiesa cattolica mi aspetto un richiamo alla morale, all’etica, alla responsabilità dei leader israeliani e al rispetto dei palestinesi. Non so se lo farà. Ma se tacesse sarebbe molto grave perché il suo silenzio verrebbe interpretato come un appoggio alla politica israeliana».
Nonostante i primi passi di Papa Ratzinger in Giordania appaiano una riparazione rispetto al famoso discorso di Ratisbona, quello che infiammò la piazza musulmana, diversi gruppi radicali islamici non sono ancora soddisfatti. Cos’altro dovrebbe fare?
«Negare l’evidenza è sciocco e infantile. Il Papa ha fatto retromarcia dal discorso di Ratisbona immediatamente dopo averlo pronunciato. E negli ultimi tre anni l’ha ripetuto continuamente, è andato in Turchia, ha ospitato giornate di dialogo interreligioso a Roma a cui anche io ho partecipato, l’ho sentito ribadire mille volte l’apertura verso le altre fedi in generale e l’Islam in particolare».
Eppure il Medio Oriente sembra rimpiangere il suo predecessore.
«Giovanni Paolo II aveva un approccio e un impegno diverso. Prendete le parole di Benedetto XVI in Giordania: dialogo, reciprocità, diritti delle minoranze, eguaglianza. Il nuovo Papa non si muove esattamente sulla traccia del predecessore che parlava invece di etica, compassione, valori comuni. Ratzinger è un teologo saldo sulle sue posizioni, si preoccupa del futuro del cattolicesimo in Europa minacciato dal laicismo e dalla crescita dell’Islam. Difende i valori cristiani tornando ai fondamentali e insiste sulla reciprocità non sul fare le cose insieme».
La situazione dei cristiani nei Paesi musulmani non è esattamente invidiabile: a Betlemme, dove all’inizio del 900 erano la quasi totalità della popolazione sono ridotti al 12%. Non crede che il Vaticano abbia qualche motivo di preoccupazione?
«Non dobbiamo demonizzare né ideologizzare. Nessuno nega la discriminazione dei cristiani in alcuni Paesi islamici, ma in altri, specialmente nel nord Africa, la situazione è migliorata negli ultimi tempi. Ne scrivo da anni. Ma come musulmano occidentale ho una posizione critica e costruttiva: la difficoltà delle minoranze in alcune regioni non può diventare la scusa per prendersela con noi, minoranza in Europa. Quasi che per compensare i guai delle chiese in Arabia Saudita si debbano chiudere le moschee a Roma. Per quanto riguarda i cristiani palestinesi poi, hanno moltissimi problemi anche con lo Stato ebraico, dove la discriminazione delle altre fedi è la regola».
Vede un ruolo per il Papa nel processo di pace israelo-palestinese?
«Si. Ma, a causa delle polemiche sulla sua gioventù sotto la Germania nazista, deve prima chiarire la posizione della Chiesa verso gli ebrei. Non si tratta solo di scusarsi ma di concedere un’apertura. Questo gli permetterà di assumere il ruolo politico per chiedere a Israele responsabilità morale e ai leader mondiali l’impegno per la realizzazione di due Stati. Il viaggio di questi giorni può andare nella giusta direzione ma anche in quella opposta. Se Benedetto XVI parlarà solo di pace la gente resterà delusa: deve assolutamente dire qualcosa sulla situazione politica».
L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " Noi palestinesi senza diritti. Il Papa lo ricordi "
Udg intervista Hana Ashrawi, "parlamentare e più volte ministra dell’Anp, prima donna ad essere portavoce della Lega Araba, paladina dei diritti umani nei Territori ". Se fosse sul serio "paladina dei diritti umani" scaglierebbe le sue invettive contro Hamas e il terrorismo palestinese in generale, invece che contro Israele che è uno Stato democratico.
Ashrawi dichiara : " Il Papa vedrà con i suoi occhi a cosa è stata ridotta Betlemme: una città-ghetto, chiusa dal Muro; quel Muro che spezza in mille frammenti territoriali la Cisgiordania palestinese, dividendo villaggi, separando famiglie, distruggendo centinaia di ettari di terra, la nostra terra, coltivabili. Un popolo ghettizzato: questa è la condizione del popolo palestinese.". Quella che Ashrawi chiama "Muro" è una barriera difensiva per proteggere la popolazione israeliana dagli attacchi terroristici palestinesi. Non "spezza in mille frammenti" la Cisgiordania, e non ghettizza la popolazione palestinese.
Riferendosi al nuovo governo israeliano afferma che : " un governo il cui ministro degli Esteri (Avigdor Lieberman) ha più volte sostenuto di non credere in una pace fondata sul principio dei due Stati, entrando di fatto in rotta di collisione con l’amministrazione Obama". Con questa dichiarazione Ashrawi dimostra di non aver mai ascoltato un discorso di Lieberman nè uno di Netanyahu, o di volerne distorcere deliberatamente il senso. Lieberman, infatti, ha dichiarato di non sentirsi vincolato da Annapolis perchè mai approvato dalla Knesset, ma di appoggiare la Road Map. Netanyahu nel suo discorso all'AIPAC (riportato nella rassegna di IC, è possibile leggerlo nell'archivio) ha spiegato attraverso quali approcci avrebbe lavorato alla nascita di uno Stato palestinese a fianco di quello israeliano.
Naturalmente Udg si è guardato bene dal far notare questi fatti alla sua intervistata. Fornire informazioni oneste e accurate non è il primo obiettivo dell'UNITA' e di Udg. Ecco l'intervista: