Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 05/05/2009, a pag. 15, l'articolo di Gian Micalessin dal titolo " Pakistan, un blitz Usa per salvare le atomiche ", dal FOGLIO la notizia in prima pagina dal titolo " I talebani usano '2.000 civili come scudi umani' ", dalla STAMPA, a pag. 1-31, l'articolo di Vittorio Emanuele Parsi dal titolo " Teheran salverà il Pakistan " il quale attribuisce all'Iran un ruolo nella normalizzazione della situazione afghana, e dal CORRIERE della SERA, a pag. 17, la lettera aperta di Daniela Santanchè al ministro Frattini dal titolo " L’Italia non resti in silenzio sull’Iran " nella quale si legge un invito a troncare le relazioni diplomatiche con l'Iran di Ahmadinejad e a non restare in silenzio di fronte ai suoi crimini. Dal FOGLIO in prima pagina la notizia dal titolo " In Afghanistan 25 persone sono morte ". Eccogli articoli:
Il GIORNALE - Gian Micalessin : " Pakistan, un blitz Usa per salvare le atomiche "
Il FOGLIO - " I talebani usano “2.000 civili come scudi umani” "
I talebani usano “2.000 civili come scudi umani” durante gli scontri nel distretto di Buner. E’ l’accusa dell’esercito pachistano. Nei combattimenti tra le forze di Islamabad e i talebani sono morte tredici persone. L’arsenale nucleare pachistano è “al sicuro” e non cadrà nelle mani dei terroristi, ha detto il capo di stato maggiore americano, l’ammiraglio Mike Mullen.La STAMPA - Vittorio Emanuele Parsi : " Teheran salverà il Pakistan "
E’ cosa risaputa che la situazione in Afghanistan continui a essere tutt’altro che brillante, nonostante il progressivo potenziamento del contingente americano e il timido rilassamento dei caveat delle forze alleate. E sarebbe grave se il tragico evento occorso a Herat due giorni fa, con l’uccisione accidentale di una ragazzina ad opera di militari italiani, divenisse un pretesto per provocare un’ulteriore burocratizzazione delle regole d’ingaggio dei nostri soldati.
Quel dramma, che ci colpisce così particolarmente all’interno del più ampio dramma afghano, deve semmai ricordarci come sia irta di pericoli e di vittime, anche innocenti, la via che porta alla stabilizzazione del Paese e dell’intera regione circostante.
Che, per arrivare a destinazione, questa via debba passare per Teheran, e vedere un qualche coinvolgimento della Repubblica islamica è un’opinione che va prendendo corpo, soprattutto in Europa e anche in forza del sostegno a favore di questa ipotesi da parte della Farnesina. Secondo i più audaci sostenitori di un maggior ruolo iraniano nella crisi afghana, in questo modo sarebbe possibile contrastare il doppio e forse triplo gioco che il Pakistan sta conducendo rispetto ai talebani.
Giova ricordare che gli studenti islamici sono una creatura dell’Isi (i servizi segreti militari pachistani, potentissimi e sostanzialmente autonomi dalle autorità politiche) e che ci volle la minaccia da parte di Bush di «portare il Pakistan all’età della pietra» per convincere Musharraf a sospendere (almeno ufficialmente) l’assistenza che i propri servizi fornivano ai talebani, in termini di armi, addestramento e protezione. La crescente presenza nello stesso Pakistan dei gruppi integralisti pashtun (etnia maggioritaria in Afghanistan, fortissima anche in Pakistan e particolarmente ben rappresentata tra i quadri dell’Isi) allunga del resto più di un’ombra sulla lealtà che è lecito attendersi dallo strategico «alleato» pachistano il quale, mentre combatte l’islamismo militante al di là del confine, lo blandisce al di qua, autorizzando l’applicazione della Sharia nella valle dello Swat (a 150 km da Islamabad) o tollerando la presenza di talebani pachistani nel distretto di Bruner (100 km dalla capitale).
Washington appare particolarmente preoccupata della prospettiva che il fragile ma determinante alleato possa finire frammentato in tanti potentati de facto: un vero e proprio incubo nell’ipotesi che alcuni dei possibili «signori della guerra» si trovino a esercitare il proprio controllo su alcuni dei siti di stoccaggio delle testate nucleari pachistane (stimate tra 60 e 100), di cui Washington non conosce neppure l’esatta ubicazione. Infatti, proprio per evitare che di fronte a un simile esito gli americani potessero decidere di bombardare i siti nucleari pachistani (ipotesi alquanto rocambolesca, in realtà), le autorità pachistane si sono sempre ben guardate dal fornire a Washington informazioni troppo dettagliate al riguardo.
Ma un simile scenario è scavalcato, in peggio e di gran lunga, dalla possibilità che il Pakistan sia oggi in una situazione analoga a quella dell’Iran negli Anni 70. Nel 1979, la rivoluzione guidata dall’ayatollah Khomeini trasformò l’Iran da uno dei tre pilastri (insieme con Turchia e Israele) dell’ordine regionale patrocinato da Washington nel suo più radicale contestatore e più attivo destabilizzatore. Più di una rivoluzione in stile iraniano, con l’improbabile avvento di una teocrazia a Islamabad, ciò che viene ipotizzato è la progressiva e sempre più decisa penetrazione dell’islam radicale e dei suoi adepti all’interno dei gangli dello Stato pachistano, soprattutto degli apparati di sicurezza. Questi ultimi, proprio per i lunghi decenni di sostegno ai talebani, appaiono tutt’altro che ostili o impermeabili a quei «nemici» che dovrebbero combattere. Inoltre, e contrariamente a quanto era vero per il laico «impero» dello Sha Palhavi, lo Stato pachistano è stato già parzialmente ma pesantemente «islamizzato». Uno dei più decisi in questa direzione fu, guarda caso, un generale: quello Zhia ul Haq il cui colpo di Stato portò all’impiccagione del padre di Benazir Bhutto, a sua volta uccisa in un attentato da molti ritenuto irrealizzabile senza la partecipazione dell’Isi, proprio mentre un altro generale, Musharraf, si apprestava a lasciare il potere.
Probabilmente nemmeno Teheran sarebbe contenta di vedere una replica della sua lezione, se ciò dovesse portare alla nascita di una potenza nucleare islamica sunnita e integralista. Inutile nascondersi che un simile disastro strategico, evidentemente, rischierebbe di far pericolosamente accostare la figura di Barack Obama a Jimmy Carter (il presidente che perse l’Iran) piuttosto che a quella di Franklin Delano Roosevelt (il Presidente che donò prosperità e sicurezza all’America e al mondo). Ed è l’ultima cosa di cui il mondo e l’America hanno bisogno.
CORRIERE della SERA - Daniela Santanchè : " L’Italia non resti in silenzio sull’Iran "
Signor Ministro, con un atto di coraggio Lei ha evitato che il nostro Paese venisse coinvolto in quella triste commedia delle parti che è stata la Conferenza dell’Onu a Ginevra sul razzismo e i diritti fondamentali dell’uomo. E quando il presidente Karzai ha approvato la reintroduzione in Afghanistan di una legge che minaccia di ripiombare le donne in un inferno di sottomissione e violenza, Lei ha dichiarato che l’Italia avrebbe esercitato «ogni possibile pressione» perché quella legge venisse ritirata. Non possiamo restare in silenzio, ha detto.
Ho buoni motivi dunque, signor Ministro, per confidare che vorrà dar prova della stessa coerenza e chiarezza d’intenti nell’affrontare l’ultimo drammatico capitolo della strage dei diritti della persona che si è appena consumata a Teheran.
L’impiccagione di una giovane donna, Delara Darabi, per un presunto crimine commesso quando aveva solo 17 anni, fa parte della catena infinita di atrocità e di orrori perpetrati dal governo iraniano. Dopo processi farsa si impiccano a decine ogni anno donne (anche incinte), minorenni e omosessuali, si incarcerano e si sottopongono a torture tutti quelli che si oppongono al potere.
Si può essere eternamente spettatori di quanto accade sotto i nostri occhi senza diventarne in qualche modo complici? Come ha scritto sul Corriere Pier Luigi Battista, oggi la domanda finale da porsi è solo questa: fin dove arriva la nostra soglia di accettazione, fin dove si spinge il nostro arretramento davanti a questo sterminato cimitero delle libertà di ogni essere umano? Credo sia tempo di dare una risposta.
Convochi per spiegazioni alla Farnesina l’Ambasciatore iraniano a Roma e richiami temporaneamente il nostro rappresentante diplomatico in Iran e convinca altri governi europei a seguire l’esempio. Un gesto simbolico, certo, ma è anche con gesti e formule diplomatiche come queste che la comunità internazionale può sperare di darsi una coscienza credibile. Mostrarsi vicina alle vittime dell’oppressione islamica.
E tornare a parlare di civiltà e giustizia dei popoli senza timore di perdere la faccia.
Il FOGLIO - " In Afghanistan 25 persone sono morte"
In Afghanistan 25 persone sono morte in due diversi attentati a opera dei talebani. Al Jazeera ha diffuso ieri un video girato un anno fa, nel quale alcuni soldati americani distribuiscono Bibbie in dialetto pashtun. Il colonnello Greg Julian ha detto che gli americani non intendono “fare proseliti fra gli afghani”.
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