Iran, 9 anni bastano per la pena di morte
L'analisi di Pierluigi Battista
Testata: Corriere della Sera
Data: 04/05/2009
Pagina: 28
Autore: Pierluigi Battista
Titolo: Iran, 9 anni bastano per la pena di morte

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 04/05/2009, a pag. 28, l'analisi di Pierluigi Battista dal titolo " Iran, 9 anni bastano per la pena di morte ":

Hanno impiccato Delara Darabi in Iran. Prima di lei, dall’inizio di quest’anno, il boia ha stretto il cappio altre 140 volte. Sono in attesa di esecuzione altri 150 condannati. Le autori­tà di Teheran amano esibire le forche da cui pendono i corpi senza vita dei criminali: chiamano i foto­grafi e le telecamere per rivendicare un castigo cui il mon­do occidentale assiste con raccapriccio, ma con fatalistica rassegnazione.
Delara Darabi aveva 17 anni quando ha commesso il cri­mine di cui è stata giudicata colpevole. È vero che formal­mente l’Iran aderisce alla Convenzione Onu per i diritti del­l’infanzia il cui articolo 49 vieta espressamente la pena ca­pitale per chi ha commesso reati quando era minorenne. Ma per le ragazze iraniane la maggiore età scatta a soli no­ve anni (a 15 per i ragazzi), una soglia d’età molto bassa che consente di dare veste legale alla sopraffazione del ma­trimonio coatto, quando le donne vengono consegnate al nuovo marito padrone senza il loro consenso. In Iran mol­te ragazze maggiorenni (ma anche i ragazzi, stavolta) sono peraltro rinchiuse in carcere per futili motivi. Senza arriva­re all’impiccagione che ha spezzato la vita di Delara Dara­bi, molte ragazze sono quotidianamente fustigate e lapida­te se il loro comportamento non si è dimostrato conforme alle occhiute direttive racchiuse nella sharia. A Teheran non esiste distinzione tra peccato e reato, tra diritto e mo­rale, tra legge e precetti reli­giosi. I processi assomiglia­no a farse grottesche, dove il diritto alla difesa dell’im­putato è praticamente inesi­stente, e il giudice è molto spesso la stessa persona che svolge attività di polizia e di indagine. Se a Teheran finisci nelle grinfie della giustizia degli ayatollah, la tirannia politico-religiosa può fare qualunque cosa di te, violando impunemente ogni genere di trattato interna­zionale.
Nelle prigioni iraniane gli aguzzini praticano con suc­cesso la tecnica degli interrogatori pesanti per estorcere alle vittime la confessione di reati mai commessi. «Tutti confessano — ha detto la dissidente Marina Nermat, arre­stata a 16 anni «per attività rivoluzionaria» — nella speran­za che l’incubo finisca e le torture terminino». Le torture colpiscono con eguale spietatezza maggiorenni e minoren­ni. E del resto che differenza fa, se si contano a migliaia i minorenni che, infervorati nell’attesa del martirio, negli anni Ottanta vennero mandati al massacro nella guerra santa contro Saddam? Nei bracci della morte delle galere iraniane, sostiene Amnesty International, ci sono tantissi­mi condannati, «tra i quali prigionieri politici, detenuti per reati d’opinione, omosessuali, adultere e adulteri».
La comunità internazionale è perfettamente al corren­te, sin nei minimi dettagli, dei modi con cui la tirannia teocratica di Teheran tratta i suoi sudditi, e non si può certo dire che la sua linea di condotta sia chiara e univoca: non far niente per soccorrere chi sta per essere consegna­to al boia. Si indigna giustamente per Guantanamo ma non riesce ad accendersi con pari veemenza per le violazio­ni dei diritti umani e civili in Iran. In compenso l’Onu stila i testi delle sue convenzioni, sapendo che non verranno mai onorati. E basta.

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