Sulla decisione di Benyamin Netanyahu di includere nel governo Avigdor Lieberman affidandogli il ministero degli Esteri, riportiamo dal GIORNALE di oggi, 17/03/2009, a pag. 14, la cronaca di Gian Micalessin dal titolo " Israele, Lieberman il falco sarà ministro degli Esteri ", dall'OPINIONE l'articolo di Dimitri Buffa dal titolo " Il conformismo dei media nel dipingere Lieberman come un razzista " e dal CORRIERE della SERA, a pag. 8, l'intervista di Maurizio Caprara a Umberto Ranieri dal titolo " Con l'aiuto di Washington Lieberman può fare come Begin ". Ecco gli articoli:
Il GIORNALE - Gian Micalessin : " Israele, Lieberman il falco sarà ministro degli Esteri "
L'OPINIONE - Dimitri Buffa : " Il conformismo dei media nel dipingere Lieberman come un razzista "
Brutta bestia il conformismo. Specie quando se la prende con facili bersagli che poi servono per legittimare e sublimare pulsioni politiche di intolleranza verso chi non la pensa come te, magari perché è di destra. A questo clichè non sfugge ovviamente neanche lo stato di Israele, in procinto di presentare un esecutivo in cui entrerà per la prima volta anche l’ “odiato” Avigdor Liebermann, a capo di una coalizione nazionalista destrorsa che si chiama “Israel baitenu”, che poi signifca “Israele è casa nostra.” Ebbene Liebermann sta a Israele più o meno come Umberto Bossi sta all’Italia. Non è religioso Liebremann, anzi è laico al cubo. Pretenderebbe (“’sto razzista”) che gli arabi israeliani presenti sul territorio israeliano e completamente integrati nello stato ebraico facessero un giuramento di fedeltà alla costituzione, magari non a quella di hamas. Eppure da anni Liebermann viene dipinto dai giornali di sinistra israeliani, e a cascata da quelli di tutto il resto del mondo, come un pericoloso razzista. Che vuole deportare i palestinesi. Lui in realtà dice di non credere più nell’ipotersi due ppoli due stati,e finora sarebbe difficile dargli torto. Poi afferma che i palestinesi in realtà sarebbero cittadini della Giordania (non che ce li voglia deportare a forza) e anche qui è difficile dargli torto visto che la West Bank si chiamava Cisgiordania e fu conquistata dall’esercito di Moshe Dayan nella guerra dei sei giorni. Quello che invece pochi dicono è che Liebermannm, contrariamente ai politici della destra religiosa e di alcune frange del Likud, non crede neanche più al fatto che sia essenziale per Israele restare a tutti i costi uno stato di ebrei. Quindi, alla faccia del reazionario. La parabola politica di Liebrmann, a ben vedere, ha anche qualcosa di simile con quella di Berlusconi. Tra poco tempo infatti la maggior parte dei mass media (israeliani ed esteri) inizieranno a dirci che Avigdor Lieberman come ministro degli esteri arrecherà gravi danni all’immagine di Israele: come se finora l’immagine di Israele nel mondo fosse stata invece sfolgorante. I mass-media si prodigheranno anche a spiegare che un governo israeliano di destra condurrà il paese in un vicolo cieco diplomatico: come se negli ultimi anni si fosse assistito in Medio Oriente alla firma di una serie di accordi di pace a ritmo vorticoso. E c’è da aspettarsi che i mass media israeliani (e stranieri) si compiaceranno anche di accanirsi sulle indagini giudiziarie a carico di Lieberman, cosa che per l’appunto lo rende vieppiù paragonabile al Cav. E come lui finora non è mai stato condannato per nulla, e anzi è stato interrogato una volta sola, su sua iniziativa. Come Berlusconi però da quindici anni deve vedersela con continue fughe di notizie dagli ambienti investigativi, in indagini che vertono sul seguente teorema: “è un uomo pericoloso per lo stato di diritto.” In Israele molti si fanno le stesse domande che per anni si sono posti gli elettori del Pdl: prima o poi bisognerà che qualcuno si prenda la briga di controllare quante risorse sono state investite e quanto tempo è stato impiegato fino ad oggi dagli investigatori, a spese del contribuente, con l’obiettivo di monitorare, tallonare e inquisire Lieberman. “Forse si poteva rimediare al deficit di bilancio con tutto quel denaro.” Poi a a proposito di razzismo, quello dei salotti buoni della sinistra israeliana (ahiloro! quanto simile a quella italiana, ma Pannella dice che in genere tutta la partitocrazia israeliana ha “tragicamente qualcosa in comune con quella italiana”) c’è da chiedersi come mai , quando un ex immigrato russo raggiunge posizioni tanto elevate nella politica e nelle istituzioni, la nomenklatura della politica israeliana dimostra di spaventarsi così tanto? Begli anticorpi, non c’è che dire.CORRIERE della SERA - Maurizio Caprara : " Con l'aiuto di Washington Lieberman può fare come Begin "
ROMA — «Se si parte dalle dichiarazioni pronunciate in campagna elettorale, la scelta di Avigdor Lieberman come ministro degli Esteri non è rassicurante. Poi bisogna tener conto che per il governo israeliano c'è una novità impossibile da trascurare: l'Amministrazione Obama, negli Usa, sostiene posizioni opposte a quelle sostenute in campagna elettorale da Lieberman », dice Umberto Ranieri, già responsabile degli Esteri nei Democratici di sinistra, ex sottosegretario alla Farnesina, adesso docente di Relazioni internazionali all'università «La Sapienza» e membro della direzione del Pd.
La figura di Lieberman, uomo di una destra radicale, contrario a uno Stato palestinese e ostile verso gli arabi, desta preoccupazioni in Medio Oriente. Il ministro degli Esteri egiziano Aboul Gheit prevede «difficoltà serie» se i membri del governo israeliano realizzeranno verso i palestinesi la linea dura promessa nei comizi: qualora distruggessero le basi di un compromesso, dichiara, «il conflitto durerà secoli». Condivide questi timori?
«Comprendo le preoccupazioni di Gheit, le hanno anche in America. Lieberman è di un oltranzismo antiarabo che tocca pure la popolazione arabo-israeliana, per alcuni versi è estremo anche nella storia politica di Israele. Il clima è molto difficile, e si è aggiunto un altro duplice omicidio con vittime israeliane. Gheit ha ragione nel ritenere che se si realizzassero le promesse elettorali sarebbe difficile un'intesa. E' da sperare che le cose vadano diversamente».
E lei vede motivi per sperarlo?
«E' vero che Lieberman crede che si possa affrontare la questione palestinese con il pugno di ferro, però le cose potrebbero evolvere in maniera diversa».
Perché?
«Alternative alla ricerca del compromesso non ce ne sono. Se non la guerra, la ripresa del terrorismo, altri rischi per i cittadini israeliani. Lo aveva compreso Ariel Sharon, il quale compì il ritiro da Gaza, seppure in modo unilaterale».
Se non ricordo male, lei conobbe Benjamin Netanyahu, il prossimo premier israeliano. E' così?
«Sì, ho incontrato diverse volte Netanyahu con Massimo D'Alema, sia a Gerusalemme sia a Roma».
E quale idea si è fatto di lui?
«E' un uomo di destra, però di ispirazione realistica: capisce i rapporti di forza. Sa che Israele non può non tener conto dell'alleato americano».
Alleato che invece...
«Il segretario di Stato Hillary Clinton ha chiesto a Netanyahu di favorire la ripresa del processo di pace, poi ha sconsigliato ulteriori insediamenti in zone palestinesi».
Non è automatico che le indicazioni vengano ascoltate.
«No. E' auspicabile. C'è stata una pace tra Egitto e Israele stipulata da Anwar al Sadat e Menachem Begin, uomo della destra di Israele».
Un precedente da tener presente adesso?
«Sadat compì un'impresa enorme: andare alla Knesset nel 1977 e parlare della pace. Begin ha dimostrato che una figura ritenuta indisponibile al negoziato può comportarsi in modo diverso. Certo, Begin si era conquistato un posto nel Pantheon dei padri di Israele, sebbene abbia compiuto scelte a volte controproducenti. Lieberman ha una storia del tutto diversa. Vedremo».
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