L'Iran, bel posto in cui vivere!
Il folle reportage di Stenio Solinas
Testata:
Data: 04/02/2009
Pagina: 14
Autore: Stenio Solinas - la redazione del Giornale
Titolo: A Teheran il regime teme le donne - Legge islamica - Repressione. Arresti tra i dissidenti, in carcere studente e femministe -Sentenza confermata: accecò una ragazza, sarà accecato - Picnic sulla tomba di Khomeini a trent'anni dalla rivoluzione
Il GIORNALE di oggi, 04/02/2009, pubblica la seconda puntata del reportage di Stenio Solinas sull'Iran.
La prima puntata, che riportiamo più sotto, celebrava la rivoluzione khomeinista.
Anche quello di oggi è un pezzo celebrativo, del regime che quella rivoluzione ha instaurato. Solinas afferma, tra l'altro, che l'Iran non è antisemita, dal momento che al suo interno vive la più grande comunità ebraica dell'Oriente (ma qui Solinas sbaglia completamente i numeri: gli ebrei iraniani non superavano il 17mila nel 2006) Quindi, secondo Solinas, basta una che comunità ebraica risieda in un paese per renderlo immune dall'antisemitismo. Le condizioni di discriminazione e continua minaccia nelle quali versano gli ebrei iraniani non contano. E  non conta nemmeno che il leader iraniano dica di voler cancellare lo stato di Israele dalle carte geografiche...
Con il suo pezzo, Solinas cerca di descrivere uno stato che esiste solo nella sua mente, un Iran democratico e tollerante.

Ecco il pezzo:
Stenio Solinas - " A Teheran il regime teme le donne "

Teheran - Le incontri dappertutto. Sull'autobus, alla guida di una macchina, a passeggio per strada o nei giardini, nei negozi e nei ristoranti, negli uffici e all'università. Portano foulard e veli colorati, da cui spuntano ricci, frange e ciocche di capelli, indossano spolverini e trequarti ben tagliati che ne esaltano il fisico sottile, calzano stivali e stivaletti, scarpe da ginnastica alla moda. Le unghie hanno smalti leggeri, il trucco sul volto è discreto, e c'è chi ostenta sul naso un quadratino di garza incerottata, segno di una chirurgia estetica ancora fresca…
Le trovi da sole o in compagnia, di un'amica, di un amico, di un fidanzato con cui si tengono per mano. Sono le bad hejabi, ovvero le "mal velate" rispetto al severo e punitivo dress code vigente che le vorrebbe avvolte nel maqna'eh, uno scialle-mantella con sotto una specie di grembiule e pantaloni, o nei neri chador, e se non sono maggioranza di certo sono una cospicua minoranza. Giovane, soprattutto, in un Paese dove il 70 per cento degli abitanti è sotto i trent'anni, metà del corpo elettorale, quasi 30 milioni, è fra i quindici e i ventotto e oltre il 60 per cento degli studenti è femmina. I tre quarti degli iraniani che festeggiano in questi giorni il trentennale della fuga vergognosa dello scià e del trionfale ritorno di Khomeini non erano ancora nati quando la Repubblica islamica venne proclamata e a un quarto di secolo e passa di distanza chi governa non può nascondersi il fatto che la Rivoluzione, intanto, è diventata donna…
È un paradosso, ma l'Iran ai paradossi è abituato. Parla una lingua indoeuropea nel bel mezzo di un Medio Oriente arabo, è considerato una nazione omogenea, ma per metà è fatto di minoranze: azeri, kurdi, turkmeni, gilachi, baluci. Ha conservato alcune delle più stupefacenti architetture islamiche del mondo, così come una tradizione di artigianato raffinato, metalli e tappeti, nonché una sofisticata cultura urbana, e ha una capitale fatta di brutto cemento, pessimo traffico, superinquinamento. La sua eredità poetica, da Ferdosi a Hafez a Kayyam, popolarissima e incentrata sulle gioie della vita, la bellezza e il vino, i fiori e l'amore, convive con una religione sciita dove predominano le idee di martirio, tradimento, persecuzione. Per secoli impero e/o monarchia, è adesso una repubblica islamica dove il potere religioso è legge, ma alle preghiere del venerdì attende appena il 2 per cento della popolazione.
Se ai paradossi aggiungi le semplificazioni, la disinformazione colpevole, l'ignoranza pura e semplice, il quadro si fa ancora più complicato. Per esempio, l'idea di un Iran etnicamente minoritario e religiosamente sciita che diventi guida di un mondo arabo maggioritario e sunnita. Per esempio, l'idea di un Iran antisemita per un Paese che ospita la più numerosa componente ebraica del Medio Oriente, eccezion fatta per Israele, 30mila ebrei circa, e la vede rappresentata in parlamento. Per esempio, l'identificazione fra talebani, qaidisti e khomeinisti, quando l'Iran è stata politicamente la più ferma, fra le nazioni arabe, nel condannare gli attentati dell'11 settembre, nonché a livello popolare la più emotivamente vicina alle vittime, e ha dato un contributo significativo nel fare accettare alla Alleanza del Nord afghana il successivo processo di democratizzazione. È solo alla luce del combinato disposto di paradosso e pregiudizio che può essere letto il caso di Shirin Ebadi: avvocatessa iraniana e premio Nobel per la Pace, al momento di pubblicare la propria autobiografia in inglese scoprì che l'embargo degli Stati Uniti nei confronti del suo Paese riguardava anche la produzione intellettuale e quindi ciò che le era proibito di far sapere a Teheran, valeva anche per Washington… Il bando venne poi tolto, grazie a un'azione legale della stessa Ebadi, ma resta emblematico di quanto detto finora. Dimenticavo: c'è una scritta sul frontone d'ingresso del palazzo delle Nazioni Unite a New York. Recita così: «Tutti gli uomini fanno parte di un unico corpo / Perché furono creati da un'unica essenza. Quando il fato affligge uno degli arti / gli altri non possono non soffrire / Tu che non provi pena per la sofferenza altrui / non meriti di essere definito un essere umano». È presa dal Golestan, Il giardino delle rose, del poeta iraniano Hafez.
Un viaggio in Iran è anche questo, uno slalom fra paradossi e pregiudizi nel tentativo di capire meglio e più a fondo. Torniamo da dove siamo partiti. No ha tutti i torti Shirin Ebadi quando nota che «alla fine, la rivoluzione iraniana ha prodotto la propria opposizione e, non in ultimo, una nazione di donne educate, consapevoli, che si battono per i loro diritti. Deve essere loro data la possibilità di combattere le loro battaglie, di trasformare il loro Paese senza interruzioni». A trent'anni dalla rivoluzione, le giovani iraniane hanno rotto definitivamente con l'idea religiosa e patriarcale che il loro ruolo fosse esclusivamente in famiglia. La mobilità sociale ascendente, l'ingresso nel mercato del lavoro, un sempre più alto grado di istruzione (il maggior numero di laureati è di sesso femminile) hanno di fatto trasformato, nonostante l'influenza dello Stato e della religione, la società e la loro vita. I fortissimi elementi discriminatori che sono ancora presenti nel campo del diritto pubblico e privato (in pratica, la donna vale la metà dell'uomo, come testimone di un processo, come erede in una causa, come soggetto di divorzio, come vittima in un risarcimento per maltrattamenti… ) si accompagnano insomma a una pervasività trasversale nella quale il velo tenta di ristabilire simbolicamente la separazione tra i sessi che caratterizza l'ordine islamico.
Se a ciò si aggiunge il fatto che a ogni elezione il corpo elettorale ringiovanisce e smonta qualche pezzetto di Repubblica islamica, si capisce come l'intero Paese sia un laboratorio in continua trasformazione. Fra il '97 e il 2005 ci fu l'illusione riformista di Khatami, a cui ha fatto seguito l'esperimento laico-radicale di Ahmadinejad. Pur nella loro assoluta diversità, entrambe le scelte erano una contestazione all'autorità religiosa per eccellenza, il potere del Valayat e faqih (Governo del giureconsulto) ovvero il leader supremo voluto a suo tempo da Khomeini, vera e propria rivoluzione contro la tradizione, e dopo la sua morte impersonato da Khamenei. Il forte astensionismo provocato dalle delusione per il fallimento politico di Khatami, fu una delle componenti del successo di Ahmadinejad, a cui si aggiunse però il suo essere il primo candidato non religioso e il suo fare parte di una «generazione del fronte» fautrice di un «khomeinismo senza clero», contraria cioè al ruolo politico dei mullah.
Anche Ahmadinejad, stando ai sondaggi e alle voci, esce sconfitto da questa contrapposizione: c'è una crisi economica che non ha saputo o potuto fronteggiare, una moralizzazione della vita pubblica che non ha ottenuto risultati reali, una sovraeccitazione ideologica che non sta giovando agli interessi nazionali. Alle presidenziali del prossimo giugno, si fa sempre più insistente l'ipotesi di una nuova candidatura Khatami e, se così fosse, probabilmente sarà lui il futuro presidente. La società iraniana ha capito che non votare non paga, l'ipotesi radical-movimentista è minoritaria in un corpo sociale che cerca una propria via alla modernizzazione e l'unico modo di procedere sembra essere quello di riformare con cautela. Velayat e faqih permettendo, naturalmente, perché nel paradosso iraniano c'è anche una repubblica a sovranità popolare, di cui però il leader supremo può fare a meno visto che governa per conto di Dio.
 
Nella stessa pagina del GIORNALE due articoli smentiscono le falsità di Solinas, riferendo episodi molto significativi per comprendere la vera condizione della società iraniana, completamente soggiogata dal regime degli ayatollah.
Il primo articolo, titolato dalla redazione " Repressione. Arresti tra i dissidenti, in carcere studente e femministe ", descrive la politica repressiva del regime nei confronti dei dissidenti, mentre il secondo, " Legge islamica - sentenza confermata: accecò una ragazza, sarà accecato ", tratta il caso di una ragazza sfigurata e accecata con acido solforico da un suo coetaneo perchè aveva rifiutato di sposarlo. L'aggressore è stato condannato dalla legge iraniana ad essere a sua volta accecato: una chiara dimostrazione della barbarie del sistema penale della Repubblica Islamica
" Repressione. Arresti tra i dissidenti, in carcere studente e femministe "

I primi segnali concreti di un possibile avvio di dialogo fra l’Iran e gli Stati Uniti arrivano contemporaneamente alle notizie di un nuovo giro di vite del regime di Teheran nei confronti di attivisti riformisti e dissidenti.
I quotidiani riformisti di Teheran hanno scritto in questi ultimi giorni di nuove azioni repressive contro femministe, studenti e sindacalisti, le categorie più prese di mira da quando l’ultraconservatore Mahmud Ahmadinejad è diventato presidente nel 2005. In carcere, riferiscono, sono finiti Nafiseh Azad, un’attivista che raccoglieva adesioni a favore di una campagna denominata «Un milione di firme» che chiede le riforme delle leggi islamiche che limitano i diritti delle donne, e Sajjad Khaksari, membro del sindacato degli insegnanti iraniani, che negli ultimi anni è stato protagonista di diverse proteste. Il ministero dell’Istruzione superiore ha inoltre dichiarato illegale l’attività della più importante organizzazione studentesca riformista, l’Ufficio per il consolidamento dell’unità (Daftar Tahkim Vahdat, frazione Allameh).
Uno dei leader di questa organizzazione è stato arrestato la scorsa settimana al suo rientro da Parigi, dove studia all’università, ma la notizia è stata pubblicata da un quotidiano solo ieri. Said Razavi-Faqih era stato in passato membro del comitato centrale del Tahkim Vahdat e aveva scritto articoli per diverse pubblicazioni poi messe al bando dalle autorità iraniane. Da quando si era trasferito in Francia, quattro anni fa, Razavi-Faqih era già rientrato altre tre volte in Iran senza avere problemi. Questa volta, invece, appena sbarcato all’aeroporto di Teheran si è visto ritirare il passaporto. Successivamente la Corte rivoluzionaria, che lo ha convocato lunedì, lo fatto rinchiudere in carcere. Il tutto appena due giorni dopo la messa al bando del Tahkim Vahdat.

" Legge islamica - sentenza confermata: accecò una ragazza, sarà accecato"

Dieci gocce di acido solforico per occhio: così un giovane iraniano che ha reso cieca e sfigurato in volto una ragazza gettandole in faccia dell’acido, sarà a sua volta accecato in base alla legge islamica del taglione. La sentenza è stata confermata dalla Corte suprema ed è quindi diventata esecutiva. Il condannato, Majid Movahedi, 27 anni, ha confessato di avere gettato l’acido in faccia alla ragazza, Ameneh Bahrami, di 26, perché questa aveva rifiutato le sue insistenti proposte di matrimonio. «Ho chiesto l’applicazione della legge del taglione perché non voglio che questo capiti ad alcun’altra donna», ha affermato Ameneh. «Qual è stata la mia colpa - ha chiesto - quella di aver voluto scegliere liberamente chi sposare?».
Majid, un ex compagno di università di Ameneh, l’aveva seguita per mesi, tormentandola con le sue insistenze. L’ultima volta i due si erano parlati all’uscita dell’ufficio della ragazza, che per cercare di convincere il suo persecutore a lasciarla in pace gli aveva detto che stava per sposarsi con un altro. Qualche giorno dopo, il giovane l’aveva avvicinata in una strada trafficata di Teheran e le aveva gettato addosso l’acido solforico. Ameneh era rimasta sfigurata e aveva perso immediatamente la vista dall’occhio destro. Dopo diversi mesi di inutili cure a Teheran, la ragazza era stata trasferita in un centro specializzato di Barcellona, dove i medici hanno cercato, senza successo, di salvarle l’altro occhio. Le cure e il soggiorno in Spagna le erano state pagate dallo Stato iraniano per volontà dell’allora presidente riformista Mohammad Khatami.
Una volta tornata in Iran, Ameneh ha chiesto che al suo aggressore fosse inflitta la stessa sorte, secondo il principio dell’ «occhio per occhio, dente per dente». E a niente sono serviti i tentativi di dissuaderla fatti dal capo dell’apparato giudiziario, l’ayatollah Shahrudi, preoccupato dei danni che la vicenda può arrecare all’immagine internazionale dell’Iran.

Da Il GIORNALE del 29/01/2009, riportiamo la prima parte del reportage di Solinas, "Picnic sulla tomba di Khomeini a trent'anni dalla rivoluzione":

Teheran - Il santuario dell’Imam Khomeini è questa cosa qui, più simile a un hangar di aeroporto che a un luogo sacro, quattro alte torri e quattro grandi cupole che lo fiancheggiano, una quinta, in costruzione, che lo ricoprirà. È sulla strada che dalla capitale porta a Qom, la città delle cinquecento moschee e delle massime scuole teologiche, dove lui studiò e poi cominciò la «sua» rivoluzione.

L’altezza delle torri, 91 metri, rimanda all’età in cui morì, il numero dei tulipani scolpiti che ornerà la cupola centrale, 72, quello dei seguaci dell’Imam Hossein trucidati a Kerbala nel 680 d.C, il martirio dopo il quale lo sciismo si fece scisma permamente e religione a sé. All’interno del santuario, nello spazio intorno allo zarih, la grande gabbia per le offerte, ci sono famiglie che fanno un picnic, bambini che giocano, coppie che chiacchierano, poveri che dormono. Sul terreno si allineano grandi tappeti e il tutto ha le dimensioni di un parco pubblico di cemento dove ci si può anche divertire e non solo pregare. Sembra che questa fosse la volontà dello stesso Khomeini. Non sorprende sia stata rispettata. Nei negozietti che esternamente gli fanno corona, trovi i dvd di Mister Bean, Superman, la serie di Pirati dei Caraibi...
Fra il santuario e Behesht-e Zahra, dove è stato ricavato il «Cimitero dei martiri», c’è, venendo da Teheran, una fermata di metropolitana e durante il viaggio mi rigiro fra le mani la banconota di pochi rial con il volto di Hussein Famideh, il bassiji tredicenne che per fermare un carro armato iracheno fece del proprio corpo una bomba. Sull’oltre mezzo milione di morti della guerra contro l’Irak, circa centomila furono i bassiji, i «mobilitati» al fronte, fra i 12 e i 18 anni d’età. In mezzo ai pini del cimitero, le teche di vetro che li ricordano contengono una foto, una lettera, un oggetto-ricordo del martire scomparso: un accendino semibruciato, un modellino di elicottero, la piastrina militare di riconoscimento, un rosario, un proiettile.

In tutte, idealmente, c’è una chiave di plastica. Khomeini ne importò 500mila da Taiwan: simboleggiavano le chiavi del paradiso di Allah...
La generazione superstite dei bassiji è quella che vent’anni dopo ha contribuito a eleggere alla presidenza della Repubblica Mahmoud Ahmadinejad e anche questo vuol dire qualcosa, in un Paese di 70 milioni di abitanti di cui il 70 per cento ha meno di trent’anni, il tasso di disoccupazione medio è del 25 per cento, ma raddoppia per la fascia d’età giovanile, l’inflazione ufficiale è al 13 per cento, quella reale al 25, un quarto del Pil è speso in sussidi, il 70 per cento dell’economia è sotto il controllo statale attraverso le bovyad, le fondazioni statal-religiose esentasse, e sono gli iraniani, insomma, ad aver bisogno dello Stato, più che lo Stato ad aver bisogno di loro. «L’Iran è forse il Paese musulmano dove si vota di più, ma si cambia di meno» ha detto Moshen Kadivar, professore di filosofia islamica all’Università Terbiat di Teheran.

Un santuario e un cimitero, intesi come fede, sacrificio, memoria, sono un buon punto di partenza per cercare di capire che cosa sia e dove vada questa terra antica e orgogliosa che tanto turba i sonni dell’Occidente e rispetto alla quale l’Occidente stesso ha una coda di paglia fatta di cecità, insipienza, avidità, sensi di colpa. Mai come in quest’ultimo trentennio l’Iran è stato agli onori della storia e della cronaca: una rivoluzione unica al mondo, una guerra durata un decennio, un dopo-Khomeini che, a cavallo del nuovo secolo, ha rilanciato, complici anche gli sconvolgimenti mediorientali, la sua immagine e il suo esempio. Adesso che Teheran festeggia i suoi primi trent’anni di Repubblica islamica, ricordare come e perché nacque non è semplice amarcord

Le facce. A volte bastano da sole per raccontare una rivoluzione. Nel ’79 quella dello scià Reza Pahlavi era magra e allungata, grigiastra anche nelle immagini a colori dei giornali e delle riprese televisive. Tumore al fegato, era stato il responso dei medici, ma la malattia aveva preso vigore proprio mentre il potere gli si scioglieva fra le mani e mese dopo mese l’Iran gli si rivoltava contro, opponendo alla repressione militare l’imponente flusso delle manifestazioni di protesta popolari. Come una lenta diarrea, quella resistenza tenace svuotava lo Stato d’ogni sua forza, rendendola vana e inutile, e allo stesso modo la linfa della vita defluiva da quel volto un tempo altero e sprezzante, a lungo abbronzato dal sole invernale di St. Moritz, e lo consegnava a una via di mezzo fra la cera e la terracotta, una maschera mortuaria anzitempo.

Il volto di Khomeini mentre esce dal Boeing 747 che da Parigi lo riporta a Teheran è invece quello severo e accigliato, intransigente e deciso di un vecchio di ottant’anni, le folte sopracciglia arcuate e nere, la lunga barba bianca. Da almeno quindici anni predica contro lo scià, con un linguaggio semplice che le audiocassette portano in tutte le moschee, in tutti i bazar. «Svegliatevi. Se ne deve andare» è il refrain che le apre dopo l’invocazione ad Allah clemente e misericordioso. «La fine del regime è vicina» quello che lo chiude. Adesso è tornato dall’esilio, ha vinto.

Ancora dieci anni e i funerali di Khomeini saranno un’esplosione di dolore collettivo, la bara in balia della folla, il suo sudario disputato a brandelli come una reliquia. In quell’arco di tempo c’è stato spazio per una guerra in cui l’Irak ha fatto da braccio armato all’Occidente timoroso che la rivoluzione islamica si propaghi. Sul terreno sono rimasti oltre mezzo milione di morti su entrambi i campi del conflitto, e in quello iraniano il cementarsi di un orgoglio nazionale e religioso.
Come e perché un Paese che sembrava correre verso Occidente si sia trovato a essere l’alfiere di un nuovo Oriente fiero e privo di sensi di colpa, è uno di quei paradossi della Storia che vale la pena indagare. Ryszard Kapushinski provò a farlo a caldo, a ridosso di quel finale di partita che vedeva un aereo imperiale decollare, con il sovrano in esilio, e un aereo di linea atterrare, con lo ieratico ayatollah che ne prendeva il posto. Uscito nel 1982, Shah-in-Shah non è tanto o solo un reportage sul campo, ma un catalogo ragionato di fatti e gesta, luoghi e uomini.

Al suo ritorno in patria Khomeini si installò di nuovo a Qom, 150 chilometri dalla capitale, grigia, piatta e però luogo di fervore e di fede militante. Riceve in casa della figlia, seduto su una coperta stesa per terra. Dalle sue finestre si vedono le cupole delle moschee e il cortile della madrasa, mosaici turchesi, minareti verdi-azzurri. Sono proprio le moschee ad aver decretato il suo successo, ma si sbaglierebbe a coglierne solo l’aspetto religioso. Per gli iraniani rappresentano una sorta di porto e di approdo, teatro di vita sociale e politica. Lo scià ha provato a imbrigliarle; ha fatto arrestare degli ayatollah, ne ha fatto torturare e ammazzare altri, ma ha anche cercato di mostrarsi un musulmano fervente, si è recato in pellegrinaggio nei luoghi santi, si è fatto ritrarre immerso in preghiera, ha raccontato visioni mistiche... Rispetto al padre che sarebbe voluto essere un altro Atatürk e le moschee le aveva spianate a colpi di cannone, è un passo avanti. Oppure un passo indietro...

Nella sola Teheran ce ne sono più di mille, fuse nel panorama urbano: vicino ci sono i bagni pubblici per le abluzioni, i ristoranti e le sale da tè perché dopo la preghiera il musulmano beve e mangia volentieri... Ogni moschea rimanda a un bazar, ed è questo combinato disposto a fare la sua forza: la religione e gli affari, il culto e il divertimento. Metterglisi contro è molto difficile, sottovalutarlo un errore.

Lo scià lo commette. Gira poco per il suo Paese, preferisce il Palazzo reale e le capitali europee. Si circonda di incapaci e di corrotti, una petrol-borghesia che nei primi anni Settanta del boom petrolifero perde la testa di fronte alla pioggia di miliardi che le passa fra le mani. Ma anche i consiglieri stranieri non brillano per intelligenza, in primis quelli americani. Non conoscono l’Iran e non capiscono che cosa vi succede, pensano sia, come sempre, tutta colpa dei comunisti, Tudeh si chiama il partito che li rappresenta. Sono loro che vanno schiacciati. Ma fra arresti, condanne ed emigrazioni la decimazione comunista c’è già stata e non si vuol vedere che il pericolo viene da tutt’altra parte.

Agli sforzi modernizzatori dello scià, Kapushinski crede poco. Non perché inesistenti, ma perché velleitari. L’idea di fare di un Paese semi-analfabeta e senza scarpe la quinta potenza mondiale sa più di paranoia che di intelligenza. «Grande Civiltà» è lo slogan, ma lo scià non sa o non vuol sapere che l’Iran non ha porti attrezzati e così le navi mercantili restano alla fonda per mesi mentre i costi di noleggio vanno alle stelle, non ha magazzini e intanto le merci marciscono, non ha mezzi di trasporto, né strade, né ingegneri...

Dovrebbe partire dall’elemento umano, quadri, funzionari, esperti, ma questo significa scuole, università, intellettuali, dibattito, opinioni e uno Stato dittatoriale qual è il suo vede tutto ciò come il fumo negli occhi. Il complesso di inferiorità nei confronti dell’Occidente fa il resto. Negli anni Venti il padre di Reza prese il potere con un colpo di Stato sponsorizzato dagli inglesi e lo perse, abdicando, per loro decisione. «We brought him, we took him» riassumerà Churchill: fatto e disfatto... Reza deve a propria volta agli americani il colpo di Stato che ha tolto dal suo cammino il primo ministro Mossadegh, l’uomo che voleva nazionalizzare il petrolio iraniano, il vecchio, geniale, patetico Mossy che voleva una monarchia costituzionale...

Così lo scià pensa di importare gli specialisti dall’estero: non hanno grilli politici per la testa e, visto che sono ben pagati, penseranno solo a lavorare. La «Grande Civiltà» assume per gli iraniani il senso di una grande umiliazione: è come se il loro re considerasse l’intera popolazione merce di scarto, la cui unica libertà consiste alla fine nello scegliere fra la polizia segreta, la Savak, che la reprime, e il mullah che la difende...Si sa come è andata a finire.

Scrive Kapushinski: «La lotta contro lo scià non fu condotta solo da Khomeini e dai mullah, ma vide operai, studenti, scrittori, studiosi». Vi si mischiavano più elementi, sociali, morali, intellettuali, politici e il tutto veniva a comporre una miscela a cui lo sciismo iraniano, in quanto fede minoritaria, di opposizione e di sacrificio, dava un valore aggiunto, identitario e resistenziale, così come l’essere eredi di una Persia millenaria, divenuta musulmana ma mai stata araba, sempre impero o nazione, mai colonia.

Fu una rivoluzione borghese e populista, cui la decennale guerra con l’Irak avrebbe aggiunto elementi di militarizzazione e di isteria dottrinaria nella vita pubblica e nel costume. Durò 13 mesi, non violenta nelle manifestazioni di protesta, inutilmente cruenta nella repressione. Lo slogan che la scandiva fu «Nasharki, Nagarbi, Jamhuriyya islami», né destra né sinistra: solo repubblica islamica. Un altro «Iran, Iran, Iran Chun-o-marg-o-osjan», Iran, Iran, Iran, sei sangue, morte, rivolta. Dicevano entrambi la verità.

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