Antonio Polito ti sbagli
i liberali non rivalutano l'istituto della scomunica indignandosi per il vescovo Williamson
Testata:
Data: 28/01/2009
Pagina: 1
Autore: Antonio Polito
Titolo: Se i liberali difendono una scomunica
La richiesta alla Chiesa cattolica di chiare parole di condanna sul negazionismo e l'antisemitismo del vescovo lefebvriano Richard Williamson, e la preoccupazione per la prospettiva che le sue tesi aberranti raggiungano un ampio pubblico di fedeli cattolici, non c'entrano nulla con la rivalutazione dell'istituto della scomunica, e tanto meno con gli effetti civili che un tempo aveva e che oggi ha perso.

E' dunque del tutto sbagliato l'editoriale di Antonio Polito pubblicato in prima pagina da Il RIFORMISTA del 28 gennaio 2009, "Se i liberali difendono una scomunica": 

Da qualche giorno fior di liberali e di laici stanno di fatto schierandosi a favore della scomunica. La cosa mi sorprende. Non c'è niente di meno liberale e laico della scomunica, niente contro cui si siano battuti con più energia e determinazione. La scomunica esclude il battezzato dalla comunità dei fedeli. Equivale a un'espulsione dalla comunità dei cittadini in campo civile.
Lo Stato laico può farlo solo nei confronti di chi abbia commesso un reato, con una condanna penale o con una pena accessoria. Non può farlo per punire un'opinione. Invece - ha sempre contestato il pensiero liberale - la Chiesa espelle un proprio membro dalla comunità per ciò in cui crede, che pensa o che dice. Non c'è niente di meno liberale del reato di opinione.
E invece qui siamo di fronte a una sollevazione di laici e liberali - amici di Israele e degli ebrei almeno quanto noi - perché è stata revocata una scomunica. Condivido che l'opinione espressa da questo vescovo lefebvriano è la più «vergognosa» delle opinioni - cito la parola usata ieri dal cardinale Schoenborn, presidente della Conferenza episcopale austriaca, in una lettera al rabbino capo di quel paese. Festeggio come tutti le scuse che la Fraternità di quel vescovo ha ieri rivolto al Papa, condannando il negazionismo. Ma ricordo molti liberali, compresi alcuni che oggi contestano il ritiro della scomunica a Williamson, criticare aspramente, e secondo me a ragione, la sentenza che in Austria portò in carcere lo storico negazionista David Irving, che come Williamson nega l'Olocausto e che, in base alle leggi di quel paese - il Verbotgesetz - fu arrestato, condannato e detenuto tra il febbraio e il dicembre 2006.
Segnalo tra l'altro che in Italia non esiste una legge che punisca come reato il «negazionismo».

C'è sì in Italia una norma, la legge Mancino, che punisce l'incitamento all'odio razziale, ma se il vescovo Williamson venisse a fare una conferenza a Roma per ripetere le sue corbellerie sull'Olocausto, non potrebbe essere arrestato e processato. Dunque ciò che lo Stato laico riconosce come diritto a se stesso, la indignata ma paziente tolleranza delle tesi anche più vergognose, lo si vorrebbe negare alla Chiesa cui pure si è storicamente contestato di non avere la stessa tolleranza.
Intendiamoci: ho l'impressione che il Vaticano abbia fatto un pasticcio in questa vicenda. Ha reso noto il perdono papale ai vescovi lefebvriani a poche ore dal Giorno della Memoria, sapendo delle opinioni di Williamson, sapendo che in quel settore del tradizionalismo cattolico il seme anti-ebraico è molto resistente, e senza chiarire preventivamente e con la sufficiente forza che il ritiro della scomunica non ritirava in nulla la condanna più ferma del negazionismo, visto che la rottura con i lefebvriani avvenne proprio, tra le altre cose, sulla dichiarazione conciliare "Nostra Aetate". Un pasticcio politico e mediatico reso più delicato dall'esistenza indiscutibile, nella storia del cristianesimo, di una pulsione anti-ebraica basata sull'antica accusa al «popolo deicida».
Ma questa critica, condivisibile, può spingersi in un liberale fino a tifare per il mantenimento di una scomunica? Si può essere fieramente contrari a quella riammissione, e infatti molti cattolici lo sono in difesa del Concilio Vaticano II. Ma non si può spacciarla per riabilitazione del negazionismo e dell'antisemitismo. Non nei confronti di una Chiesa i cui pontefici hanno compiuto negli ultimi cinquant'anni passi decisivi e inequivoci nei confronti dei «fratelli maggiori» dell'ebraismo. Esponenti delle comunità ebraiche italiane, come ieri Renzo Gattegna, dimostrano di capirlo: tengono giustamente alta la guardia ma non ne approfittano per scomunicare la Chiesa perché ha tolto una scomunica. Il rabbino Di Segni giustamente invita di nuovo il Papa in sinagoga. L'esito che si deve perseguire è il rilancio del dialogo tra cristianesimo ed ebraismo, non il riaprirsi di antiche ferite. A chi serve il contrario?

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