Ieri mattina intorno alle 8.00 locali, le sette ora italiana, palestinesi hanno fatto esplodere, al passaggio di una pattuglia israeliana sulla linea di confine con la Striscia di Gaza, una bomba la cui deflagrazione ha colpito in pieno il mezzo sul quale viaggiavano i militari israeliani. Sono rimasti a terra un soldato morto e tre feriti di cui uno in gravi condizioni. Nel pomeriggio un elicottero dell’aeronautica militare israeliana ha colpito, a Khan Yunis, una motocicletta sulla quale viaggiavano due militanti di Hamas. Secondo fonti dell’esercito israeliano, i due trasportavano una rampa e un missile Qassam e si stavano accingendo a lanciarlo contro il territorio israeliano. Questo è il primo scontro grave che si registra dal giorno che l’esercito israeliano ha lasciato la Striscia di Gaza, e va aggiunto anche che la radio palestinese ha ricominciato le trasmissioni di propaganda al martirio. In Israele si respira un’aria particolare, non bisogna dimenticare che siamo in piena campagna elettorale che le elezioni sono alle porte. Hamas, probabilmente, sta facendo un gioco sporco per sondare le reazioni israeliane dopo l’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca per capire se il governo di Gerusalemme ha le mani legate oppure no. La reazione immediata, come l’elicottero che ha colpito a distanza di poche ore, dovrebbe aver dato una risposta chiara ed inequivocabile. Le truppe che hanno partecipato all’operazione sulla Striscia di Gaza e che hanno passato gli ultimi giorni vicino alla linea di confine, sono state immediatamente messe in stato di massima allerta in attesa di ordini che potrebbero non tardare ad arrivare. Questo ha fatto rialzare repentinamente la tensione e, secondo tutti (osservatori e gente comune) si ha la netta sensazione che la questione sia ancora aperta e che “Piombo Fuso” potrebbe avere una rapida riedizione in tempi brevi. Hamas, nella sua follia, non aveva mai annunciato un cessate-il-fuoco con i militari, ed in questo, forse, l’attentato di oggi trova una spiegazione. Forse nella mente dei dirigenti islamici palestinesi ancora non è entrata bene l’idea che Israele non è più disposta a subire, sia quando gli obiettivi sono civili sia quando sono militari. E se in questa occasione l’esercito israeliano si è limitato ad una risposta quanto meno simbolica, è facile prevedere che di fronte ad uno stillicidio di attentati, la risposta potrebbe essere violenta tanto quanto quella appena terminata. Durante il notiziario della radio militare un generale che ha voluto conservare l’anonimato, ha pronunciato una frase che riassume il sentimento comune di tutti gli israeliani, e cioè: “E’ questo il momento in cui l’Europa dovrebbe far sentire il suo peso non su Israele ma su Hamas e sulla popolazione palestinese, che probabilmente non si rende conto quali altri lutti e disgrazie sta attirando su di sé”.
L'intervista di Emanuele Novazio al ministro Andrea Ronchi, "Gli europei devono unirsi contro Hamas", da pagina 15 de La STAMPA:
Ministro Andrea Ronchi, in una lettera al collega ceco Alexandr Vondra, responsabile degli Affari europei e vice premier, lei chiede che il semestre di presidenza Ue sia segnato da un’azione forte contro terrorismo e fondamentalismo, e da aiuti al mondo arabo moderato. Come dire: tutti uniti contro Hamas?
«Sì, perché Hamas non è soltanto un’organizzazione terroristica. E’ un’alleanza internazionale contro l’Occidente che dispone di molti soldi, per giunta».
Come ha documentato il Tg3: 50 milioni di dollari in risarcimenti alle vittime civili degli attacchi di Israele.
«Appunto. Da dove arrivano questi soldi? Se pensiamo che nel Giorno della memoria il portavoce di Ahmadinejad ha negato l’Olocausto e che quotidianamente Teheran incita alla distruzione di Israele, è facile fare 2+2. Per questo l’Europa deve trovare una grande unità politica contro Hamas».
Non tutti la pensano così, sul movimento islamico. La Francia, per esempio, ne parla come di un «interlocutore».
«Nel 2005 il ministro Fini lo ha fatto inserire nella lista nera europea del terrorismo. Si deve ripartire da lì. Si tratta di combattere un’organizzazione che nel suo statuto ha la distruzione di Israele. Concordo con Frattini: la ricostruzione a Gaza non deve passare attraverso le ong di Hamas».
Ma nell’Ue si sta consolidando la convinzione che senza la riconciliazione fra palestinesi non ci sarà mai pace con Israele, e che dunque Hamas va recuperato.
«Non capisco come ci possa essere dialogo con chi vuole la distruzione di uno Stato libero e democratico. L’interlocutore è Abu Mazen».
Che è molto debole.
«Lo diventerà ancora di più se l’Europa continuerà a strizzare l’occhio ad Hamas. Oggi il negazionismo va di pari passo con l’antisemitismo e il fondamentalismo. Non ci accorgiamo che il negazionismo è il tentativo culturale di dare forza all’antisemitismo e di cancellare dalla coscienza del mondo l’oltraggio al popolo ebreo? Che l’antisemitismo diventa attacco diretto allo Stato di Israele? E che tutto questo ha ricadute dirette su di noi?»
Nel senso?
«E’ vero che gli antisemiti confessi in Italia sono il 13%, contro il 25% in Germania e il 46% in Spagna. Ma c’è stata scarsa sollevazione culturale quando Hamas ha chiesto la distruzione di Israele. E quando una folla di islamici si è riunita in preghiera davanti al Duomo di Milano, a Bologna e davanti al Colosseo, una provocazione, è diventato chiaro che si vogliono creare nella nostra società elementi di profondo malessere e schiacciare i mulsulmani moderati. Le immagini di Milano e Bologna hanno avuto nel mondo lo stesso impatto di quelle della monnezza di Napoli. Dobbiamo dare forza ai moderati che accettano l’integrazione e sono contro il fondamentalismo».
In concreto?
«Con un grande lavoro culturale. A cominciare dalla scuola. Con la prevenzione e la repressione».
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