Alla Sinagoga !"
E’ questo il grido che abbiamo sentito, lanciato da un centinaio di giovani mentre manifestavano per le strade il loro sostegno alla Palestina. Questo avveniva a Metz, il 3 gennaio 2009. Verso le ore 16 la piccola folla si è diretta verso la sinagoga, presidiata da due poliziotti, ai quali se ne sono aggiunti subito altri sette. Dopo gli slogan in favore della Palestina, di Gaza e Hamas, con il suo strascico di invettive, a cui ormai siamo abituati, il piccolo corteo si è disperso senza che la polizia dovesse intervenire.
Apparentemente sembra che non sia successo nulla di grave a Metz, questo 3 gennaio 2009.
Purtroppo invece, il fatto è grave. Non solo perché il fattaccio si è reiterato sabato 17 gennaio, e questa volta non solo a Metz, ma anche a Strasburgo, ma perché quel 3 gennaio il piccolo nugolo di manifestanti ha dato ragione a quegli “Indigeni della Repubblica”, che da tanti anni continuano a dire che la Francia coloniale non è morta, che è sopravvissuta alla decolonizzazione, visto come maltratta i discendenti dei suoi immigrati, giunti in Francia alcuni decenni fa.
E’ vero invece, che questo grido “Alla sinagoga” ci ha infatti riportato ai tempi della Francia coloniale. In Marocco, per esempio, agli albori del ‘900, quando la folla, spinta da futili pretesti, si scagliava contro la sinagoga dando inizio ad una caccia all’ebreo, per dilapidarlo, picchiarlo, ucciderlo impunemente. Questi assalti potevano durare giorni interi, come a Casablanca nel 1907 o a Fez nel 1912.
A Metz, il 3 gennaio di quest’anno, dei cittadini francesi, di religione ebraica, sono stati considerati come i rappresentanti di un paese straniero. L’appartenenza alla Francia è stata loro negata da un gruppo il quale, con il suo atteggiamento, ha violato il patto nazionale, sbriciolando la nozione di repubblica e mandando letteralmente in frantumi la laicità francese. Un gruppo che ama definirsi “francese solo sulla carta”, ha mostrato quel giorno la sua vera identità.
In verità, non è solo il patto repubblicano che è andato in frantumi. Il fatto sconcertante è stato assistere al ritorno di quel Maghreb coloniale e precoloniale, un’epoca in cui l’”Ebreo”, questo oggetto del disprezzo, figura spregevole, rimasta tale nella coscienza del mondo arabo, ritornava nuovamente “in scena”. Questo dhimmi, cittadino di infima categoria, la cui vita, onore e dignità non valgono più di quanto vale una donna, ovvero proprio poca cosa, una via di mezzo tra la bestia e l’uomo.
E’ questo antigiudaismo così radicato (già sento le voci di coloro che scandalizzati si chiedono: come possono essere antisemiti dei semiti?) che riemerge, mettendo in luce, oltre alle sue radici endogene stracolme di risentimento, un antigiudaismo d’importazione.
Importazione? Basti soffermarsi sulla lunga memoria degli Ebrei di origine araba. Dal Marocco allo Yemen, passando per la Libia e l’Iraq, ritroviamo le tracce di questa cultura del disprezzo, subito quotidianamente, con il cuore gonfio di paura. Cosa rimane di quel milione di ebrei che viveva nei paesi arabi nel 1945? Qualche migliaio, soprattutto in Marocco. Delle intere comunità, anteriori addirittura alla conquista araba e alla nascita dell’islam, furono letteralmente spazzate via e dilapidate fino all’ultimo centesimo di tutti i loro beni: da Baghdad a Bassora, incluso Il Cairo e Alessandria d’Egitto.
Purificazione etnica in Palestina? Bene, parliamone. Quale coscienza araba, che si rispetti, può senza battere ciglia, parlare di espulsione allorché il giudaismo arabo fu radicalmente estirpato, derubato e martirizzato (in particolare in Iraq e Libia) tra il 1930 e il 1970? Come si osa parlare, senza un briciolo di vergogna, di pulizia etnica quando il nazionalismo arabo non ha lasciato alcuno spazio a tutti quegli elementi alieni, come ebrei, coopti o berberi?
L’estrema sinistra sfila insieme ai Fratelli mussulmani. Sin dagli anni ’30 George Orwell aveva osservato la piega totalitaria in cui versava una certa sinistra, attirati da un irresistibile bisogno di nuove forme di servitù. Hamas, così almeno si dice, è solo un movimento terrorista. E’ innanzitutto un movimento totalitario. Basta chiederlo a tutti gli oppositori (quei militanti del Fatah gettati vivi dal 17° piano), alle donne e a qualsiasi altro dissidente. Basta leggere lo statuto di Hamas, o i suoi testi scolastici in cui ritorna in modo ossessivo la parola Yahud, in puro stile hitleriano, coi suoi continui appelli alla distruzione e allo sterminio. Il suo assoluto rifiuto della convivenza, salvo la sottomissione del dhimmi, il suo rifiuto di qualsiasi forma di compromesso, il suo amore per la morte, ci ricordano il famoso grido del generale franchista Millan Astray che, davanti al filosofo Miguel de Unamuno disse, nel 1936: “Viva la muerte”.
“Alla sinagoga!” Il grido lanciato a Metz segna il certificato di morte della Francia che amavamo, quella di Hugo, di Peguy, di Zola, di Goncourt, di Jaurès, d’Eluard e Max Jacob, per richiamarci invece la Francia del 1940. Le grida di odio e l’ostentazione dell’ingiustizia con la falsificazione della storia, con gli assassini tramutati in vittime, è a tutto questo che abbiamo assistito il 3 gennaio.
Che si alzino le voci per denunciare l’ignobile impostura; che cessi il vile silenzio che avalla le false equivalenze! 5 minuti per Hitler, 5 minuti per gli Ebrei disse una volta il regista Jean Luc Godard parlando ironicamente a proposito del mito dell’obiettività. Che emerga finalmente la verità! Che si chiamino le cose con il loro nome e si smetta di parlare di tensioni intercomunitarie, dato che nessun gruppo di giovani ebrei si è mai sognato di assaltare una moschea !. L’odio che trasuda dai siti web di tanti mass media è vergognoso e fuori ogni limite.
Sappiamo dove ci ha portato la debolezza e viltà degli anni ’30. Questo triste ricordo ci sussurra che, a forza di temerla, la guerra, saremo costretti a farla.