Il nostro riposo è una stazione di servizio, dove si mangia la sera, condivisa con i soldati israeliani che affollano il take away. Ragazzi, ragazze, riservisti con la pancia dei quarant’anni. I militari nostri vicini di tavola, ieri sera, dovevano essere drusi, per come parlavano fluentemente l’arabo con gli inservienti della cucina: una scena che da sola spiegava della guerra molto di più di tanti servizi ed editoriali. Le televisioni sono sempre accese, e ieri sera uno speciale ha ricordato i militari caduti: il filmato di quando il ragazzo biondo si era sposato, l’intervista alla giovane vedova, il pianto di un fratello, il dolore sobrio di un padre che ha combattuto troppe guerre, ed ha perso quest’ultima. Se conosci Israele, li capisci. Ma se conosci Gaza, sai che cosa sta succedendo.
Ne conosco le strade, il mercato del pesce, i campi profughi, la moschea dove predicava Yassin, la casa di Rantissi, i campi sportivi delle parate, le sedi politiche: Gaza sembrava bombardata anche nei momenti migliori, è facile immaginare cosa sia adesso. Dai suoi bordi, o dai bordi di Israele, hai la sensazione di raccontare sempre la stessa storia. Mi ricordo in queste ore dei palestinesi che sparavano dal tetto della Basilica di Betlemme, usando il luogo della cristianità come scudo, ed esca invitante. Mi ricordo il rapimento della pattuglia ai confini del Libano, l’estate di tre anni fa, e la strage di Cana, e le tattiche di Hezbollah: è facile fare resistenza quando anche i tuoi stessi morti sono una vittoria. I Qassam adesso, e allora i missili di Hezbollah, sono soltanto un pretesto, un sovrappiù, facciano morti o non ne facciano, il segreto della vittoria amorale sta nella reazione che provocano, e nei guasti utilissimi che la reazione procura.
Conosco anche l’Italia, che sussulta per Jabailya ma ignorò Srebrenica, e non si scompose per Milica Rakic, la bambina di tre anni uccisa a Belgrado (per non dire dei morti nella televisione di stato e dell’ambasciata cinese, e delle bombe a grappolo su Nis), e solo perché eravamo noi a bombardare – e un governo presieduto da D’Alema –, senza che nessuno lo avesse fatto prima contro di noi. Racconto quello che vedo senza speranza, ma anche senza abitudine. Perché mi pare che Israele non abbia appreso davvero la lezione del Libano, e questo mi sorprende. Mi sembra sia caduta in una trappola. Ad Hamas bastano una dozzina di missili al giorno per dimostrare che c’è, e il piombo dei Qassam non si fonde. Israele, in cambio, assesta colpi duri ma nel dedalo di Gaza è un gioco tremendo da ragazzi farsi scudo dei civili. La tregua, assaporata per tre ore al giorno, arriverà, ed è una corsa a raggiungere i propri obbiettivi, prima. Hamas può essere indebolita, ma non cancellata, l’unica sconfitta possibile è quella che può venire dal rifiuto della sua stessa popolazione. Allora, più che gli obbiettivi militari, Israele farebbe bene a lavorare alla propria immagine, anche nella Striscia, e forse a lavorare su se stessa. Un’organizzazione non governativa israeliana, i Physicians for human rights, ha lanciato una raccolta di fondi per gli ospedali di Gaza. Servono 700 mila dollari per tutto: gas medici, anestetici, guanti da chirurgo, cateteri, letti per rianimazione, ossigeno.
Sono stati raccolti 100 mila dollari, principalmente tra gli arabi israeliani. Il governo dovrebbe mettere i 600 mila che mancano, e dovrebbe spingere l’esercito ad aprire i propri ospedali da campo alle vittime civili. Non basta cercare di evitare i danni collaterali quando si sa che è impossibile. Occorre uno sforzo umanitario più grande che può non oscurare la legittimità dell’autodifesa – quanti nel mondo presero i Qassam come una minaccia, o almeno come un campanello d’allarme ? Convivesse pure Israele con le sue paure, come una colpa da pagare, ma bisogna medicare la sua inevitabile prepotenza, davanti a un nemico che proprio questo cerca. Perché per un paese democratico e per una forza armata che non deroghi, neanche nei conflitti più brutali, ai principi morali su cui si fonda, la difesa dell’onore è anch’essa una difesa collettiva della sopravvivenza dei propri cittadini, minacciati dai danni collaterali quanto e più che dai Qassam. Meglio non ci siano guerre, ma se vi si è costretti, mai assomigliare al nemico, specie se quella è la trappola cui il nemico ti invita. Quando l’orrore ti contagia, ad Abu Ghraib come in un villaggio afghano, a Guantanamo come a Jabailya, conta poco che per la ragione quell’orrore sia un errore, una vergogna da giustificare o dimenticare, mentre invece per il nemico il proprio orrore, l’attentato suicida o l’esecuzione di un ostaggio, sia da esibire compiaciuto. Il risultato è che il terrorismo vince, quando ti obbliga a giocare sul suo terreno, usando i bambini come un nascondino innocente e tremendo. La tregua duratura, obiettivo dichiarato dei colloqui diplomatici in corso sulla crisi di Gaza e sostanza della condivisibile ipotesi su cui hanno lavorato Egitto, Francia e Anp, sarebbe auspicabile, purché sia chiaro il suo significato. Sembra non volerlo capire chi continua a chiedere un cessate il fuoco immediato e unilaterale a Israele, mentre non sa o non vuole imporre ad Hamas la simmetrica cessazione dei lanci di missili che hanno provocato il conflitto. E’ bene ricordare che la tregua c’era, anche se Hamas non l’ha rispettata pienamente, negli ultimi sei mesi dell’anno scorso. Era stata negoziata tramite intermediari e proprio perché rappresentava un’intesa militare e non politica non comportava il riconoscimento reciproco tra i contraenti. Hamas ha denunciato la tregua e ha iniziato la guerra, forse nell’illusione che la stagione elettorale israeliana le permettesse di farla franca. Ora le forze israeliane sono nella Striscia per smantellare le rampe di lancio dei missili che colpiscono il proprio territorio e per chiudere i valichi sotterranei attraverso i quali passano armi e terroristi dall’Egitto a Gaza. Una tregua duratura può esistere solo se questi obiettivi minimi, che oggi Israele persegue con la forza, saranno garantiti dalle trattative. Le diplomazie più attive se ne rendono conto e stanno lavorando per fornire a Israele garanzie che consistono poi nel diritto a non essere bombardato. Gli obiettivi del piano, però, sono l’esatto contrario di quelli di Hamas, esplicitati nel momento della denuncia della tregua. Perciò ad Hamas la tregua permanente nei suoi termini reali dovrà essere imposta, con le buone o con le cattive. Il ritorno alla situazione precedente, con Hamas che bombarda Israele e Israele che non può rispondere, è inaccettabile e per questo, con buona pace di D’Alema, per uscire dalla crisi tutto serve tranne il riconoscimento del regime illegale di Hamas a Gaza.
I risultati raggiunti dall'operazione "Piombo fuso" nell'analisi dello stratega Arduino Paniccia, intervistato da Lanfranco Pace "Altro che corteggiare la siria come i francesi. Fossi nel ministro Frattini andrei subito in Egitto":
Con la decisione di un cessate il fuoco ogni giorno Israele sembra riconoscere l’esistenza di quell’urgenza umanitaria che fino a ieri negava, inoltre – anche se dice di non averlo ancora accettato – mostra un marcato interesse per il piano del presidente egiziano, Hosni Mubarak. E’ una svolta nel conflitto o una frenata tattica dopo la “bavure” alla scuola dell’Onu, dove per rispondere al fuoco di un gruppo di miliziani Tsahal ha fatto decine di vittime tra i civili rifugiati? Lo chiediamo al professore Arduino Paniccia, specialista di questioni geostrategiche, autore di vari saggi e libri sulla guerra asimmetrica. “Non è né l’una né l’altra. La prima tregua umanitaria interviene normalmente a metà operazione. Piombo fuso è strutturata per durare tre settimane, massimo ventotto giorni. Siamo al dodicesimo giorno, quindi nei tempi. I fatti a cui si riferisce, inevitabili in questa guerra molto particolare contro un nemico che si fa scudo delle popolazioni civili, l’hanno tutt’al più anticipata di un paio di giorni. La maggior parte degli obiettivi tattici è già stata raggiunta: circa cinquecento postazioni di Hamas sono state eliminate, gran parte dell’equipaggiamento distrutto, la struttura militare scompaginata e decapitata. Si può dire che il peggio è passato, anche se la riuscita di tutta l’operazione dipende da quanto si potrà fare nelle prossime due settimane per la messa in sicurezza dei tunnel: è chiaro che Hamas non impiegherà molto a riarmarsi da cima a fondo se manterrà l’agibilità e il controllo della rete sotterranea”. Dopo l’insuccesso delle operazioni militari contro Hezbollah in Libano nel 2006, Israele ha bisogno di una vittoria militare e politica netta. Per questo chiediamo a Paniccia se Gaza può essere questo banco di prova oppure se – anche nella migliore delle ipotesi – non ci saranno soluzioni stabili per la regione e dovremo aspettarci nuove guerre tra un anno o due. “Delle tre operazioni di questo decennio, 2002, 2006 e 2008-2009, è proprio questa ultima che potrebbe essere la più importante, con maggiore rilievo strategico. Tatticamente integra i frutti della dottrina Petraeus (che ha determinato una svolta sullo scenario iracheno, ndr): l’ingresso da più parti, da più varchi nella Striscia di Gaza richiama la scomposizione di Baghdad operata dal generale americano ed è l’unico modo per isolare un’organizzazione militare, non importa se combattente o terroristica, che per rifornirsi e riprodursi coinvolge intere popolazioni e territori estesi. Ma sono in ballo anche importanti obiettivi politici. Prima Israele era alle prese con un’organizzazione come Hamas sempre più forte e armata, con un’Autorità palestinese sempre più debole e soggetta al rischio di putsch interno, con un Hezbollah sempre più padrone del Libano. In altre parole era circondata da Iran e Siria, con la minaccia del nucleare iraniano sullo sfondo. Ora non è più così. Israele ha dimostrato che si può aprire una crepa nella compattezza granitica di Hamas. ‘Li piegheremo’, avevano detto all’inizio. E ci sono riusciti. L’organizzazione fondamentalista non è soltanto più debole militarmente: è anche spaccata, forse irreversibilmente, in un’ala dura legata a Iran e Siria e in una più moderata sulle posizioni dell’Egitto e della Giordania. E’ una grande occasione da sfruttare nel modo giusto. Soprattutto da parte del presidente eletto americano, Barack Obama, che avrà, per così dire, dalla sua la freschezza del neofita, un po’ come Bill Clinton nella sua prima presidenza. Il secondo obiettivo di Israele era dimostrare che Ahmadinejad è una tigre di carta. E anche questo obiettivo è raggiunto. Per questo sono cessati i rumors, insistenti fino a qualche settimana fa, che davano per imminente un attacco dell’aviazione israeliana agli impianti nucleari di Teheran”. Poi c’è tutto il fermento diplomatico. Che pensa il professor Paniccia del comportamento dell’Unione europea e dell’Italia in tutta la vicenda? “L’Ue è stata una catastrofe nella catastrofe: non è riuscita a dimostrare che il Mediterraneo e le regioni vicine sono affar suo, come lo stesso Obama si sarebbe aspettato. Per il nuovo presidente americano è oltremodo chiaro che ci sono soltanto due interlocutori politici, la Russia e la Cina. L’Italia si è mossa bene, però ora che l’Ue se ne va per conto suo e parla con cento voci potremmo anche noi darci da fare per conto nostro. E invece di corteggiare senza successo la Siria come fa da decenni la Francia, fossi in Franco Frattini andrei subito in Egitto e stringerei al massimo con Mubarak. Perché fra le tante colpe dell’Europa c’è anche quella di aver dato un mare di soldi alle persone sbagliate, Arafat e Olp, quando sappiamo che per vincere la guerra contro il fondamentalismo bisogna mettere paesi come l’Egitto in grado di diffondere benessere”. La sinistra italiana ha reagito alla guerra a Gaza un po’ in ordine sparso. “Non ha percepito che il mondo sta tornando come era una volta, cioè normale, con atti di potenza tra stati, alleanze tra stati e uso legittimo della forza da parte degli stati. La sinistra pensa di essere la sola a incarnare la Realpolitik, invece questa è un’illusione che la tiene fuori dal mondo”.
Dalla prima pagina del FOGLIO, "Israele apre al piano franco-egiziano per definire il dopoguerra"
Gerusalemme. Israele apre al progetto franco-egiziano, da applicare con l’Anp dopo la fine delle operazioni contro Hamas. Il governo di Gerusalemme “vede positivamente il dialogo tra ufficiali egiziani e israeliani” ed “esprime la sua gratitudine al presidente egiziano e al presidente francese per gli sforzi volti a promuovere una soluzione che metta fine al terrore da Gaza e al traffico di armi verso la Striscia”. Tsahal ha interrotto per tre ore le operazioni nella Striscia – seguito da un’analoga sospensione dei lanci di razzi di Hamas contro Israele – e ha aperto un corridoio “al fine di prevenire una crisi umanitaria a Gaza”. Senza fare i conti con Hamas, il leader francese Nicolas Sarkozy si è “vivamente felicitato dell’accettazione da parte di Israele e dell’Autorità palestinese del piano franco-egiziano”. Fonti israeliane hanno spiegato alla radio che è “prematuro” parlare di un assenso israeliano al piano del leader egiziano, Hosny Mubarak. Il gabinetto di guerra ieri ha votato per intensificare le operazioni nella Striscia. Con precisione cronometrica alle 15 sono ripresi i combattimenti. Ma Israele è cosciente che il tempo sta scadendo. Al tredicesimo giorno di operazioni e dopo l’incidente della scuola di Jabaliya, il rischio è di alienare i governi alleati, sempre più sotto la pressione delle opinioni pubbliche. Anche Sarkozy riconosce che l’offensiva di terra non è finita e l’iniziativa di pace è “fragile” e “vaga”. Il presidente francese spera in un accordo tra Egitto e Israele in “quattro o cinque giorni” e in “un ritiro israeliano da Gaza in otto giorni”, spiegano al Foglio i suoi uomini. Intanto, ha dato ordine al ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, di bloccare una risoluzione del Consiglio di sicurezza: una concessione a Israele, dopo la minaccia francese di presentare un testo che riprendesse alcune richieste dei paesi arabi. Lo sforzo del segretario di stato americano, Condoleezza Rice, in vista della riunione di ieri sera, sembra aver convinto i paesi arabi moderati a rinunciare a un testo. “Approviamo” il piano egiziano, ha detto Rice, che però non ha chiesto la tregua. Il fermento diplomatico si sposta in Egitto, dove il capo dell’intelligence, Omar Suleiman, continua la “shuttle diplomacy” tra Hamas e gli israeliani. Domani sarà al Cairo il presidente palestinese, Abu Mazen. Già oggi arriverà Amos Gilad, l’inviato israeliano che avvierà un processo di verifica del piano egiziano. Ma soltanto alla sua conclusione sarà possibile una decisione, avvertono a Gerusalemme. Il piano egiziano prevede un cessate il fuoco immediato, seguito da negoziati su accordi di lungo periodo per porre fine al blocco di Gaza. Israele, invece, esige la fine dei razzi contro il suo territorio e che sia impedito il riarmo di Hamas. Sarkozy ha suggerito a Mubarak di affiancare ai soldati egiziani “specialisti” internazionali contro i tunnel e l’invio di una forza navale, ma il Cairo è reticente. Anche la richiesta di Sarkozy al leader siriano, Bashar el Assad, di fare pressioni su Hamas è fragile: secondo la difesa israeliana, il braccio armato di Hamas potrebbe decidere di continuare a combattere, anche se la leadership politica accettasse la tregua.
"Pezzi di Hamas", sulla crisi militare e le divisioni politiche del gruppo terrorista:
Gerusalemme. Hamas è in stato confusionale. Al dodicesimo giorno di guerra, la sua linea di comando e controllo è danneggiata in profondità. Il nemico avanza e ormai ha diviso in due non soltanto il territorio fisico della Striscia – isolando lo spazio già stretto in due tronconi più piccoli che non possono aiutarsi a vicenda – ma ha tagliato in due anche il vertice pensante del gruppo. Da una parte c’è la leadership catacombale, che risiede con stabilità a Gaza, fino a tre settimane fa si mostrava in pubblico e ora è sprofondata in clandestinità – emette soltanto brevi spezzoni video in differita stile al Qaida – dall’altra quella che parla dal comodo esilio di Damasco. I capi di Gaza dal fondo dei loro nascondigli tenuti separati per non favorire i bombardieri hanno deciso per la linea malleabile: possibile tregua con Israele, “che questa volta ha varcato tutte le linee rosse, come fosse impazzita”, ed emissari spediti in fretta al Cairo verso il punto di contatto comune con il governo di Gerusalemme, il generale dei servizi segreti egiziani Omar Suleiman. Dall’altra c’è la leadership dell’“armiamoci e partite”: Khaled Meshaal. Da Damasco parla di resistenza fino “alla vittoria”, ma vede l’operazione Piombo fuso soltanto in televisione e agisce sotto lo sguardo ravvicinato dei suoi santi patroni stranieri, Siria e Iran. Sul campo, le cellule dei duri che combattono contro Tsahal non possono comunicare con i telefonini – intercettati se accesi, seguiti sulle mappe satellitari se spenti – e temono le soffiate dei palestinesi non allineati con Hamas. Due giorni fa un’operazione congiunta dei servizi segreti e dell’aviazione ha eliminato Ayman Siam, capo del programma Razzi e artiglieria (mortai) di Hamas. Siam – che è stato ideatore e fondatore della guerriglia con razzi e fino a martedì ne era il supervisore in tutta la Striscia – era già stato ferito dieci giorni fa durante la prima ondata di attacchi aerei. Il fatto che di nuovo sia stato raggiunto e ucciso tradisce il deficit di sicurezza all’interno del gruppo. Le officine per l’assemblaggio di razzi e missili sono state tutte colpite, ormai si prosegue con le scorte. Se il troncone nord della Striscia cede, le linee di lancio dei razzi Qassam, di più scarsa gittata, arretreranno così tanto da rendere gli ordigni quasi inservibili. possibilità di ricevere ordini, si tengono alla larga dai centri militari – tutti colpiti – con in mano soltanto due ultime, generiche indicazioni: “Combattere per la sopravvivenza del gruppo” e “Non giocarsi tutto e subito, trattenersi. Non esporsi a rischi inutili, conservare missili da parte”. I pochi ordini che riescono ad arrivare, non seguono nemmeno la linea di trasmissione corretta. Arrivano da fuori, da Damasco, e non dai leader di Gaza. La Striscia nel 2009 non è il Libano di due anni fa. Lo spazio fisico è differente: Hezbollah aveva alle spalle l’intero Libano, Hamas è ingabbiata in un rettangolo di cinquanta chilometri per otto, dove, per paradosso, è sparpagliata, senza quelle linee telefoniche speciali e private in dotazione al Partito di Dio. Anche lo spazio umano è differente: Hamas sta combattendo una furiosa campagna di eliminazione dei dissidenti – ha ucciso un settantenne che rifutava di indicare il nascondiglio del figlio, appartenente a Fatah – ma a soli due anni di distanza dalla sua presa di potere cruenta, non può ancora dire di avere la lealtà di Gaza dalla propria parte.
Da pagina 3, l'editoriale "Le chiacchiere sulla tregua duratura":
Di Dimitri Buffa, da L'OPINIONE, "Gaza, il mito e la realtà":
“Che i profughi palestinesi siano delle povere vittime, non c’è dubbio. Ma lo sono degli Stati Arabi, non d’Israele. Quanto ai loro diritti sulla casa dei padri, non ne hanno nessuno perché i loro padri erano dei senzatetto. Il tetto apparteneva solo a una piccola categoria di sceicchi, che se lo vendettero allegramente e di loro propria scelta…Oggi, ubriacato da una propaganda di stampo razzista e nazionalsocialista, lo sciagurato fedain scarica su Israele l’odio che dovrebbe rivolgere contro coloro che lo mandarono allo sbaraglio. E il suo pietoso caso, in un modo o nell'altro, bisognerà pure risolverlo…Ma non ci si venga a dire che i responsabili di questa sua miseranda condizione sono gli «usurpatori» ebrei. Questo è storicamente, politicamente e giuridicamente falso.”
Era il 16 settembre 1972 quando il grande Indro Montanelli scriveva queste parole sul Corriere della sera che di lì a un paio d’anni lo avrebbe cacciato perché giudicato troppo di destra.
O moderato che dir si voglia.
Oggi, a più di 35 anni da quei tempi, con il povero Indro che sta ormai da tempo due metri sottoterra, le demagogie e le menzogne per spiegare la realtà palestinese sono rimaste pressochè immutate. Perché non c’è peggior sordo di colui che lo è per motivi ideologici, come Massimo D’alema tanto per non fare nomi, e quindi non vuole sentire.
In questa ottica uno sforzo enorme per separare il mito dalla realtà su Gaza e la guerra anti terrorismo che è in atto in quel posto dallo scorso 27 dicembre va fatto. Ed è impresa quasi titanica e che non attira di certo le simpatie delle masse.
Ma anche se il lavoro è duro e qualcuno lo considera pure sporco, bisogna trovare il coraggio di farlo.
In questo senso basta andare e vedere i video su You tube, alcuni dei quali postati a cura delle ambasciate israeliane sparse in tutto il mondo conosciuto, e quella francese è una delle più attive in tal senso, per farsi un’idea delle balle umanitarie che ogni giorno ci vengono raccontate. A cominciare da quella che vuole che a causa dell’embargo contro hamas, la gente in loco muoia di fame. Beh guardatevi su questo link http://it.youtube.com/watch?v=83aJj72UjlM&eurl=http://www.jihadwatch.org/archives/024248.php i supermercati di Gaza city come filmati lo scorso 3 dicembre e qualche dubbio vi verrà.
E guardate anche le immagini di bancarelle per strada piene di ogni ben di Dio, come di questi tempi neanche in tutto il resto del mondo sono molto di moda, con la gente che passa calma tra gli scaffali come un qualunque europeo dedito allo shopping alimentare pre natalizio.
Certo cambiano i volti e i vestiti, gli uomini hanno la kefia intorno al collo e le donne sono tutte vestite come vedove sarde degli anni ’50, ma il resto non fa certo immaginare la solita emergenza umanitaria di cui si riempiono le bocche le varie Unchr, l’Onu o Amnesty international. Magari la voce in sottofondo usa toni un po’ troppo sarcastici per una popolazione che comunque soffre, ma è anche vero che il reddito di aiuti pro capite a Gaza è il più alto del mondo, sempre rispetto a persone che si trovano in analoghe condizioni. E ormai raggiunto la quota globale di oltre quattro miliardi di dollari negli ultimi duemila giorni, cioè sette anni, non si può parlare di gente lasciat a sé stessa.
In Sudan stanno sicuramente peggio, in Vietnam pure. Ne sa qualcosa Marco Pannella che a Natale neanche ce lo hanno fatto andare perché non testimoniasse il vero colore, rosso comunista, della repressione mondiale.
Anche se quello che hanno a Gaza “non è mai abbastanza”, come commenta ironicamente la voce narrante dei tre minuti di video you tube.
Come non sono niente, perchè semplicemnete non esistono nella cronache di questi giorni, i 396 camion di aiuti umanitari consegnati attraverso i confini israeliani dal 27 dicembre, giorno dell’inizio della guerra, a oggi.
Come nessuno dice che solo il 5 gennaio Israele ha fatto passare altri 80 camion pieni di viveri e generi sanitari. O dei 20 palestinesi, tra cui due bambini, portati a venire curati in Israele.
Come non si parla degli 800 mila volantini disseminati ovunque per avvertire la gente dell’inizio dei bombardmenti pregandola di stare alla larga da armi e terroristi. Come non esistono i 70 annunci al megafono che hanno preceduto ogni singola incursione aerea, come non esistono le 10 mila tonnellate di auti trasportati a Gaza in questi giorni tramite le organizzazioni umanitarie, l’Anp e vari governi europei e arabi. Addirittura il World food program la scorsa settimana aveva informato le autorità israeliane che avrebbe dovuto sospendere i trasporti di cibo via nave semplicemente perché non c’era più cibo né navi e perché le riserve già inviate e accumulate sarebbero dovute durare almeno due o tre settimane. Questo sempre che i terroristi mafiosi e camorristi di hamas non ne avessero fatto incetta per rivendersi tutto sul mercto nero di Dubai tramite loro amici “fratelli mussulmani”.
Gli stessi “miliziani” che quando un megafono dell’esercito israeliano avverte di non entrare in un palazzo eprchè sta per essere bombardato invita vecchi, donne e bambini a ignorare tale ordine. E anche questo viene documentato dai filmati amatoriali di you tube che informano meglio di dieci corrispondenti Rai, Bbc, Mediaset e Cnn messi insieme.
Peraltro neanche si parla degli zero (dicasi 0) palestinesi cui è stato permesso di andarsi a curare negli ospedali egiziani né dei 10 mila e passa razzi lanciati da Gaza su Israele dal 2001 a oggi, né dei 3200 sparati nel solo 2008.
Per non parlare di chi giudica poca cosa i 28 civili ebrei uccisi dal 2001 a oggi in Israele a causa di questi missili rudimentli che un altro po’ e verranno assimilati ai fuochi d’artificio.
Questa in sostanza è stata negli ultimi anni l’informazione su Gaza fornita in Italia e in Europa dalla maggior parte dei media scritti e dalle televisioni. E questa è la base di consapevolezza con cui alcuni , come D’Alema e Sarkozy, invitano a trattare con hamas.
Un’ultima notazione serve a sfatare la leggenda che la sovrappopolazione di Gaza sarebbe tale da indurre la gente a diventare terrorista anti israeliana per disperazione: ebbene esistono dati certi anche su questo versante e dimostran o he la densità per chilometro quadrato si attesta a 3823 abitanti. Meno di Gibilterra che ne conta 4290, di Hong Kong che raggiunge i 6317, di Singapore con i suoi 6389 abitanti per chilometro quadrato e circa un quinto in meno di Monaco e di Macao, rispettivamente “crowded” con 16,620 e 17,685 abitanti per chilometro quadrato.
Il terrorismo, come la malafede, non hanno mai giustificazioni. E quando le cercano non possono che nutrirle con le falsità.
Sempre da L'OPINIONE ". di Michael Sfaradi, "Quando Hamas bombardava Sderot, Onu e Ue tacevano"
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