Un GIORNALE ricco di interventi, quello di oggi, 04/01/2009.
Fiamma Nirenstein - " Gli ipocriti dell' uso speoporzionato della forza "
Nessun paradigma fra quelli usati oggi per dimostrare che Israele deve affrettarsi verso una tregua e’ piu’ ambiguo e moralmente dubbio di quello della “forza sproporzionata” usata a Gaza. Che la garanzia di pietas, per favore, non si creda proprieta’ di chi parla di sproporzione, che il senso di responsabilita’ non venga scambiato per insensibilita’. Sara’ bene ricordare, in primo luogo che hamas dal
La forza di Hamas e’ notevole e sostenuta da un piu’ grande esercito jihadista, quello iraniano e siriano, degli hezbollah. E il suo scopo dichiarato e’ distruggere Israele.
Dal
La presidente della corte internazionale di Giustizia Rosalyn Higgins inoltre nota che la proporzionalita’ “deve essere in relazione all’obiettivo legittimo di bloccare l’aggressione”. Cioe’, e’ proporzionale se ha effettivamente lo scopo di far cessare l’aggressione e non quello di far del male ai civili. Subito al primo attacco il 28 dicembre l’Associated Press ha scritto che la maggior parte dei colpiti erano parte delle “Forze di Sicurezza” di Hamas, e che l’attacco sia specifico e’ del tutto evidente: vengono presi di mira depositi d’armi, uffici, basi, reti di comando e controllo e i tunnel per importare le armi. Infine: nessuno ha mai neppure lontanamente immaginato che di fronte a un nemico che ti aggredisce, devi contare il numero dei suoi proiettili o dei tuoi morti e sparare e uccidere in proporzione: ognuno dei nemici mette in giuoco le sue forze, specialmente dopo aver ripetutamente richiesto al nemico una tregua e averne ricevuto minacce di totale distruzione. Minacce non peregrine, si noti bene. Hamas cerca da tempo un obiettivo spaventoso come una scuola piena di bambini, e sarebbe strano che per fermarlo Israele, come scrive il prof Dore Gold sul Jerusalem Post, aspettasse l’orrore per ottenere la legittimita’ internazionale. Ha aspettato cosi’ tanto per rispondere a qualcosa di impensabile, il bombardamento delle sue citta’, a cui tutti noi, Europei e Americani, non avremmo mai lasciato spazio.
Maria Giovanna Maglie - " La campagna dell'odio"
È la guerra. Quella vera. Quella che si combatte sul terreno. Che costa sangue, sudore e lacrime anche a chi attacca. Che sollecita il Consigliodi Sicurezza dell’Onu a convocare una riunione d’emergenza. Ieri, dopo il tramonto, alla fine dello Shabbat, Israele ha rotto gli indugi. Il défilé di Nicholas Sarkozy, e degli emissari Ue previsto per l’inizio della settimana, rischia di essere sepolto dalla polvere alzata dai cingoli di Tsahal. A centinaia, carri armati, blindati, camion pieni di riservisti richiamati per la bisogna, bulldozer corazzati sono entrati col favore delle tenebre nella Striscia di Gaza lungo tre direttrici: a nord, nel centro e a sud.
«Il nostro obiettivo», dice al Tg della sera il portavoce militare Avi Benayahu «è di dare ad Hamas un colpo durissimo, di rafforzare il potere di dissuasione di Israele e di ridare una quiete di lunga durata alla popolazione israeliana nel sud». Non sarà una cosa breve, ha aggiunto il portavoce. Compito dichiarato, è quello di scalzare dalla Striscia le «aree di lancio» dei razzi.
Era cominciata a metà pomeriggio, con il classico, intenso fuoco d’artiglieria di preparazione del terreno. Oren Rottenberg, 48 anni e 5 figli ha girato il trattore, ha fatto cenno ai suoi lavoranti curvi nel vigneto che la giornata era finita, ed è rientrato alla fattoria, non lontana da Netivot, una dozzina dichilometri dal confine con Gaza. Vogliamo chiamarla prudenza? «Ma no, si figuri, volevo sentire le notizie alla tele», protesta mentre un convulso di risa gli scuote la pancia che spinge sotto la felpa. Uno come Oren, fisico da pescatore di merluzzi, occhi azzurri, capelli a spazzola, in puro fil di ferro, cresciuto amitra sotto il letto e razzi Qassam nell’aia, ci vuol altro per mettergli addosso un po' di ansia. Alla moglie, che per la fine dello Shabbat cucina polpette stufate in una guazza di cavolfiore, Oren ha raccontato che sulle prime aveva pensato a un temporale. «Poi ho capito, e mi sono detto che sarà la notte delle volpi e dei lupi».
Nelle campagne intorno a Netivot, cittadina in cui è sepolto il celebre kabbalista marocchino Baba Sali, le chiamano così. Notti buie, buone per i commando israeliani e le loro incursioni.
«Non abbiamo intenzioni aggressive», dice il ministro della Difesa Ehud Barak. L’operazione sarà circoscritta, nessuno pensa a rioccupare Gaza è il senso. Le granate dell’artiglieria israeliana cadono senza posa nel nord della Striscia, su Beit Hanun e a Jabaliya, su quel nord della Striscia che dopo il tramonto sembra inghiottito nel nulla. Buio totale, niente elettricità, il terrore degli intrappolati senza rifugi, senza bunker. I lampi delle esplosioni, le sirene delle ambulanze.
Nella notte fra sabato e domenica, l’intelligence israeliana chiude la partita con un altro capataz delle brigate Ezzedine Al Qassam, Abu Kakaria Al Jamal, fulminandolo nella sua abitazione. Un missile partito da un aereo ha invece colpito al tramonto una moschea affollata di fedeli, uccidendo 11persone e ferendone oltre 50. Gabi Ashkenazi, comandante in capo di Tsahal, picchia duro. Non ha alcuna voglia di vedersi crocifisso sui giornali come toccò al suo predecessore Dan Halutz dopo i deludenti risultati della campagna contro l’Hezbollah libanese, a luglio 2006. Le truppe stavolta sono preparate a dovere. Stavolta sarà un rullo compressore.
«Pochi giorni,ma chissà...» dice da Tel Aviv un portavoce del governo. A lungo ventilata, promessa, minacciata, rinviata, la guerrasul terreno ora è qui. E non sarà comunque facile. In Libano Israele imparò a sue spese che l’obiettivo di gettare in ginocchio Hezbollah ricorrendo alla sola arma aerea era in realtà illusoria. Come Hezbollah, anche Hamas dispone di vaste reti sotterranee che servono da rifugi per i miliziani, war rooms e depositi di armamenti. Bisogna andarci di persona, per neutralizzarli. Inutile nascondersi l’alto costo, in termini di vite umane, che un’operazione di questo genere rischia di comportare.
Il mordi e fuggi della guerriglia, le trappole esplosive, ikamikaze: loro sono lì, aspettano. «Ma non abbiamo scelta - dice Oren, l'agricoltore di Netivot - non l'abbiamo mai avuta». E racconta del padre che un giorno di oltre 50 anni fa partecipò qui vicino, nel kibbutz di Nahal Oz, al funerale di un giovane ebreo che era stato rapito, torturato e ucciso dai palestinesi. «Venne il generale Moshe Dayan, se lo ricorda? Quello con la benda nera sull'occhio sinistro. Fu lui a pronunciare l'elogio funebre».
Le parole di Dayan, il vincitore della Guerra dei Sei Giorni, sono qui, su questo quadernetto dalla copertina celeste che Amir ha ereditato dal padre. Dayan disse così: «Noi siamo una generazione di coloni. Senza l’elmetto e senza il cannone non avremmo piantato un albero, costruito una casa. Non illudiamoci sull’odio che infiamma le menti e il cuore delle migliaia di arabi che ci circondano. Il nostro destino è segnato: dobbiamo essere pronti, armati, forti, duri».