| I mpegno e letteratura. Scrittori e passione civile. Un tema non da poco, attuale negli anni Settanta e attuale ancora oggi. Specie se visto con gli occhi di chi vive in Medio Oriente, consapevole che una parola, anche una sola, può spostare il confine tra incomprensioni secolari al di qua o al di là del dialogo. Questo tema, quello dell’impegno, appare sempre più necessario in Israele; e, non a caso lo si dibatterà da oggi al 27 novembre, a Gerusalemme, all’Istituto Van Leer, nella forma dei Dialoghi italo-israeliani. Interverranno vari scrittori, fra cui Aharon Appelfeld, docente all’università Ben Gurion del Negev. Autore di Storia di una vita (Giuntina, 2002) e di Badenheim 1939 (Guanda, 2007), Appelfeld è uno dei più autorevoli fautori del dialogo tra culture. Sorpavvissuto all’orrore dei campi di concentramento, non perde mai occasione per ricordare che la scrittura è un linguaggio universale e che la memoria un bene da coltivare sopra ogni cosa. Il suo contributo ai Dialoghi italo-israeliani, parte proprio da qui, dal 'retaggio della memoria' e dalla sua funzione in letteratura. «La letteratura non può prescindere dalla riflessione e dall’uso del tempo. Essa si serve della storia che di per sé è il passato, ma il passato storico, in letteratura, diventa presente e futuro. E la letteratura ha bisogno di tutti e tre, è un risultato del tempo in tutte le sue declinazioni. Perché, se la letteratura si allontana dal passato e si occupa solo del presente è giornalismo; se si allontana dal presente e racconta il futuro, diventa fantascienza. La memoria storica è passato, ma ciò che ricordiamo, nel momento in cui lo riportiamo alla mente, diventa presente. Tutto ciò che vive nella memoria, dunque, è presente anche se è già passato, e si proietta nel futuro, ad un tempo. Lo vivo io stesso, quando ripenso alla mia fanciullezza e alla mia esperienza nei campi di concentramento. Ma lo è in genere per tutti gli eventi nella vita di un uomo e per quelli che, vivendo gli uomini nel mondo, fanno la storia». Lo scrittore italiano Claudio Magris sostiene che non sia giusto chiedere scusa per i crimini o per i genocidi commessi dai nostri padri. Non è una tesi che può prestare il fianco a manipolazioni indebite, alla perdita della memoria storica? «Il passato non si dimentica, non è da dimenticare. Se noi dimenticassimo, saremmo peggiori,. Come si fa a dimenticare? Se dimenticassimo sarebbe anche più difficile e più pericoloso vivere. Se invece intendiamo questa riflessione come un modo per ricordare che per gli errori della storia, dei padri, i loro figli e successori non ne hanno colpa, posso anche essere d’accordo. Anche se gli errori della storia, vuoi o non vuoi, inevitabilmente ricadono addosso a chi la storia la vive». Cosa ne pensa del Partito per la Pace fondato da scrittori israeliani come Amos Oz, David Grossman, Abraham Yehoshua? «Apprezzo le persone impegnate in politica. Ma io non sono un politico e non credo nella politica come l’unica strada per mostrare e dimostrare a tutti il proprio impegno. Quello che voglio dire è che si può fare politica in molti modi, se per politica intendiamo testimonianza, partecipazione allo sviluppo sociale per il bene e la crescita della società stessa. Non si tratta di mettere la testa sotto la sabbia ma di sa-
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![]() Lo scrittore Aharon Appelfeld pere dove e come puoi fare il tuo dovere e dove e come è meglio farlo. Bisogna trovare una propria via, una propria strada per fare 'politica' e non sono tutte uguali. Quindi, apprezzo i colleghi e la loro proposta, ma non mi metterei in prima fila con una bandiera del Partito per la Pace. Ho scelto un’altra modalità per fare politica». Quale? Ce la può spiegare? «Credo che per uno scrittore il massimo impegno politico, il primo dovere - direi - sia la comprensione. Suscitare, incoraggiare, stimolare la comprensione. La comprensione delle differenze, che è quella che consente di superare la paura degli altri e di superare anche la paura di se stessi. Perché bisognerebbe anche capire e comprendere se stessi. Ecco, il mio obiettivo è stato sempre quello di fare in modo che le persone si capissero. Anche quando ero bambino e dovevo sforzarmi per farmi capire da russi, ucraini, ebrei, tedeschi. Da criminali e soldati. Nel campo di concentramento o in un rifugio di ladri e prostitute. E magari anche a metterli d’accordo tra loro. Per il resto, il mio contributo 'politico' è quello di aiutare le persone ad andare oltre la superficie e ad essere critici senza ottusità». Il migliore impegno per Aharon Appelfeld come uomo? «Insegnare. Insegnando si possono fare cose magnifiche. Come quella di fare sedere insieme - cosa che mi capita ogni giorno - settanta studenti tra drusi, americani ed ebrei. Qui entro in gioco io: il mio compito è tenerli insieme facendo in modo che si capiscano tra di loro. Leggere i testi, tutti i testi, e leggerli tutti insieme, è il primo passo. Indubbiamente ci sono molte differenze tra il Qohelet e un romanzo americano contemporaneo, ma la comprensione comune di quei testi aiuterà anche gli studenti a comprendere le ragioni altrui, nelle loro vite. Questo è il mio modo di dialogare, un modo molto letterario, non c’è dubbio, perché la letteratura tocca la nostra intimità più profonda». La letteratura è un dialogo familiare, allora, Appelfeld, non è mica un comizio, per lei... «È una questione - come dire - intima. Sempre che si parli dando ascolto all’anima, alla natura migliore dell’uomo». «Ma il massimo impegno politico di un narratore è la comprensione. Perciò mi piace insegnare ai giovani, cercando di far capire le differenze» |