Israele ha deciso di boicottare “Durban 2”, la Conferenza contro il razzismo delle Nazioni Unite che si terrà a Ginevra dal 20 al 24 aprile 2009. L’annuncio è stato fatto dal ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni che, intervenendo a Gerusalemme all’Assemblea generale delle Comunità ebraiche del nord America, ha motivato tale decisione con il timore che l’evento possa trasformarsi in una «piattaforma per attività antisemite e di delegittimazione dello Stato di Israele». «I documenti preparatori indicano ancora una volta come la conferenza si stia trasformando in un tribunale anti-israeliano – ha dichiarato la Livni – che non ha nulla a che vedere con la lotta al razzismo. Di fronte a questa situazione ho deciso che Israele non parteciperà e non legittimerà la conferenza Durban II».
“Durban I”, dal nome della città sudafricana che ospitò la conferenza del 2001, scatenò fortissime polemiche per la sua impronta antisemita. In particolare a destare clamore fu il documento finale che equiparò il sionismo a una forma di razzismo. Posizione inaccettabile per Israele e Stati Uniti, tanto che in quell’occasione le delegazioni dei due paesi abbandonarono il tavolo dei lavori.
Durban II, sebbene si svolga in Svizzera, intende proseguire – già nel nome – il cammino tracciato dalla conferenza di otto anni fa. «Riproduce, quasi parola per parola, la retorica del Meeting di Teheran del 2001, premessa di Durban I – ha aggiunto la Livni – i paesi estremisti arabi e musulmani vogliono controllare i contenuti della conferenza e deviarla dal suo scopo principale».
Ma a rendere ancora più contestato l’evento del prossimo aprile è la “Commissione organizzatrice” incaricata di preparare il meeting. Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, l’organismo che ha indetto la conferenza, ha affidato a venti paesi il compito di mettere su il tutto. I venti sono raggruppati in cinque aree geografiche: Europa occidentale (Grecia, Turchia, Norvegia e Belgio), Europa orientale (Armenia, Estonia, Russia e Croazia), Africa (Libia, Camerun, Senegal e Sudafrica), Asia (Iran, India, Pakistan e Indonesia) e America latina (Argentina, Brasile, Cile e Cuba). Ora, guardando la lista dei paesi scelti dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite per preparare la Conferenza contro il razzismo, spiccano nomi che con la lotta al razzismo e il rispetto dei diritti umani hanno poco a che fare, basta pensare all’Iran o al Pakistan. Ma l’Onu, non si capisce secondo quale parametro, ha fatto di più, mettendo la Libia del colonnello Gheddafi e la Cuba del leader maximo Fidel Castro rispettivamente come presidente e vice-presidente della Commissione organizzatrice.
Già a gennaio di quest’anno, per lo stesso motivo, era scoppiato un caso in Canada. L’allora ministro degli Esteri di Ottawa, Maxime Bernier, annunciò il boicottaggio del proprio paese per «non partecipare a una conferenza dove dominano intolleranza e antisemitismo»; mentre l’attuale ministro del Multiculturalismo e dell’immigrazione, Jason Kenney, ha detto che «non è possibile» parlare di razzismo quando a organizzare la conferenza sono paesi come Libia, Cuba, Iran o Pakistan. Il governo canadese è stato il primo a prendere – coraggiosamente – una decisione del genere e ora è seguito da quello di Gerusalemme. Intanto Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda e Francia hanno anticipato che potrebbero fare altrettanto.
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