Amare Obama da destra non è un fenomeno strano, ma ha un contenuto profondo, e un po’ preoccupante. Non è infatti semplicemente il desiderio di fare un surf, all’occasione, sulla grande onda del corrente modello della bontà mondiale, così larga, così iconograficamente giovane e attraente; è semmai la pulsione, sempre forte in Italia, di fare qualcosa di sinistra.
La mancanza di uno sfondo teorico e estetico sufficiente per la cultura conservatrice, la incapacità a divenire padroni del discorso pubblico, legittimato dagli intellettuali e dagli artisti, è una malattia italiana. Non è così nella storia degli Stati Uniti: lo spirito conservatore conta eroi positivi alla John Wayne fra gli scrittori, i teorici, gli economisti... La sua storia è profonda, si fonda sulla lotta per la sopravvivenza, la cultura della frontiera, il capitalismo individualistico, la mancanza di vincoli con qualsiasi ancien régime, la mistura fra guerra e Costituzione (Washington era un generale); l’Inghilterra ha prodotto parecchi Churchill; la Francia vanta un De Gaulle, in Israele un Begin o uno Sharon, gente di guerra che la guerra e il valore personale non hanno mai ripudiati teoricamente, ma che sa sgomberare l’Algeria, il Sinai e Gaza.
Da noi, nonostante l’innegabile sforzo di tanti conservatori, il peso delegittimante dell’identificazione della Chiesa (che ha conteso allo Stato la cosa pubblica, non l’ha nutrito) e del fascismo con la destra, impedisce alla cultura conservatrice di decollare. Con Obama per un attimo puoi illuderti di vivere nel consenso, puoi mescolarti con una folla che chiede il Nuovo, grande categoria, per un attimo ti puoi dire Yes! you can nel momento in cui invece la delegittimazione sale fino al naso, la piazza ti urla contro, e il tuo modo d’essere, anche quando Berlusconi ha il 70% dei consensi, in società risulta sempre delegittimato...
Ed è dolce, tanto non costa molto, apprezzare il dinamismo, l’estetica giovanile, la voce e il colore della pelle di Obama, è facile apprezzare l’afflato dei temi della ridistribuzione, del servizio sanitario per tutti, il sogno inconfessato di sedersi finalmente a un bel tavolo con Ahmadinejad e dirgli parole che amichevolmente lo convincano, senza precondizioni, a smetterla con l’atomica e con la distruzione d’Israele. E’ bello anche ammiccare all’antipatia europea contro Bush, un distintivo stucchevole e ignorante quanto pervasivo, scordare per sempre che la sua lotta per il terrorismo è andata in coppia alla più liberal fra le scelte, quella di promuovere la democrazia, e che si è svolta contro un nemico terribile al momento solo latente. C’è un’infinita difficoltà ad essere conservatori in Italia, al contrario che negli Stati Uniti o altrove in Europa: mentre la cultura di sinistra resta una calamita egemonica anche quando perde le elezioni, quella conservatrice non riesce a esserlo anche quando vince.
Scritta per INFORMAZIONE CORRETTA, l'analisi di Danielle Sussmann sulle ripercussioni mediorentali delle elezioni presidenziali americane:
Il 2 novembre si è celebrato in Israele il 91mo anniversario della Dichiarazione Balfour (1917) che vide l’appoggio unanime dei poteri di allora e di re Feisal d’Arabia al Sionismo. Benché Churchill firmasse il famigerato Libro Bianco che – in piena Shoah – condannò molti ebrei che cercavano di scampare ai lager nazisti tentando di rifugiarsi nell’allora ex Provincia Ottomana di Damasco, mai fu disatteso da ogni governo britannico il diritto degli ebrei a crearsi un focolare nazionale, finalizzato a diventare Stato, nell’ex Impero Ottomano. La Dichiarazione, nel riferirsi alla Palestina, contemplava l’area in cui sorgono Israele e Giordania. Ovviamente, nel 1917, l’Impero Ottomano non era stato ancora sconfitto e diviso (1919) tra le due potenze coloniali di allora: Gran Bretagna e Francia. Pertanto, nella Dichiarazione Balfour non era ancora possibile scrivere “Stato ebraico”. Si inserisce tra le due grandi potenze coloniali europee, il sostegno americano al Sionismo. Lo storico Michael Oren, americano-israeliano ed ufficiale durante la Guerra dei Sei Giorni di cui ha scritto un best seller, l’anno scorso ha pubblicato un saggio non tradotto in Italia : “Power, Faith and Fantasy: America in the Middle East, 1776 to the Present” (Potere, Fede e Fantasia: l’America nel Medio Oriente, dal 1776 ad oggi). Si accentra sulla tensione a favore del ritorno degli ebrei nella loro storica terra, da una posizione teologica/politica comune all’America del 19° secolo, conosciuta come “restaurazionismo”. Secondo l’autore della recensione: “fino alla pubblicazione di questo libro, ben scritto ed accurato nella ricerca meticolosa, non è mai stata scritta una storia comprensiva del coinvolgimento americano nella regione.” Oggi, gli stessi presupposti che hanno creato gli Stati Uniti, vengono sconfessati in toto dalla terza opzione americana, denominata da Samuel Huntington “Cosmopolitan”. Non prende a modello le virtù americane, ma cerca di rifare l’America ad immagine dell’Europa. Obama parte dal principio che l’America sia colpevole e ha accettato le critiche europee occidentali sull’aggressività americana. Intende pertanto restaurare l’immagine del Paese agli occhi del mondo. Condivide la visione manicheista europea sulla terminologia del bene e del male. Sull’Iraq condivide la stessa condanna, volutamente ignorando che gli stessi iracheni hanno sfidato per ben due volte terroristi suicidi pur di andare a votare, i netti miglioramenti della situazione in Iraq e i notevoli proventi del petrolio che serviranno a rendere autonomo il Paese. Obama ha dimostrato di comprendere le ragioni dei perpetratori del male: Hamas, Hitzballah, e pure gli attentatori dell’11 Settembre, li configura come “parte di un conflitto tra il mondo che ha (a profusione) e il mondo che vuole (gli stessi benefici)”. In netta contraddizione con il vissuto più che benestante dei responsabili degli attacchi (fatto che però riconosce in un’intervista in Israele). Obama ha votato al Senato contro la risoluzione che intendeva designare la Guardia Rivoluzionaria Iraniana come un’organizzazione terrorista. Molti sostenitori di Obama sono i cosiddetti rednecks (colletti rossi) e il nuovo assetto – in caso di sua vittoria - porterà ad un concreto Socialismo Americano Europeista. Se non venisse eletto, il fenomeno Obama avrebbe creato una nuova opzione politica, se eletto, una spaccatura nella democrazia statunitense. Una società fondata sul merito, sull’impegno responsabile dei suoi cittadini, finirebbe per diventare una società assistenzialista e compromessa con qualsiasi regime dittatoriale, oltre a pervenire a patti con il terrorismo. Pesa la Hollywood ebraica favorevole ad Obama; pesa il sostegno di Warren Buffet, dopo una secca perdita miliardaria, ad Obama. Bill Gates – il secondo uomo più ricco del mondo, ora tornato primo – non si è ancora pronunciato, forse non lo farà. Perché li considero? Nel 2007, Buffy ha salvato dal fallimento una grande azienda israeliana, mentre Gates ha fondato la Israel Microsoft, dichiarando di essere felice di aver investito in Israele che considera una superpotenza tecnologica. La loro calata ha messo in fibrillazione l’economia israeliana perché sono stati i precursori di altri investitori americani nel Paese, tra cui anche Donald Trump. Sia Buffy che Trump riposavano su quell’economia a debito che ha innescato un effetto domino nelle Borse americane e, di conseguenza, mondiali. A nulla è servita la lezione di Soros che ha affondato negli anni ’90, per lo stesso motivo, le economie britannica ed italiana, e quella delle cosiddette Tigri d’Oriente. La speculazione che ha favorito la caduta delle Borse mondiali, travolgendo le piazze direttamente dipendenti da Wall Street – oltre ovviamente a New York, Londra e Tokyo – ha favorito Obama, penalizzando i Repubblicani a cui facilmente si dà ogni colpa. In realtà, il mercato non era etico e quindi i Repubblicani non possono lamentare l’uso speculativo - che di fatto ha provocato l’unanime sostegno alla trasparenza etica – causato dai sostenitori di Obama. La stangata delle Borse che ha innestato la recessione, è stata sicuramente un fattore decisivo per il largo consenso ad Obama che ha ottenuto anche il sostegno di quei paesi antiamericani, tra cui due nevralgici per il petrolio (Iran e Venezuela) con cui l’amministrazione uscente era arrivata al braccio di ferro. Analisti israeliani vedono nella vittoria di Obama il sicuro abbandono del sostegno americano ad Israele. I più accesi sostenitori di Obama provengono dai campus universitari – visceralmente ostili ad Israele - e dalle elites intellettuali che sono molto vicine all’Europa e che spingono per l’attuazione di uno stato per due popoli. Dopo la clamorosa ritrattazione di “Gerusalemme capitale indivisa di Israele” all’AJPAC, l’intervista – pur se piuttosto aperta, ma assente di risposte nette alle domande precise dell’editorialista – rilasciata al Jerusalem Post nel marzo scorso, non consente grandi speranze. Il ritiro dall’Iraq viene percepito da molti analisti come il ritiro dal Vietnam, quando il New York Times titolava che una volta fuori gli americani, sarebbero cessate le condizioni per il conflitto. Risultato? Circa due milioni di morti, circa un terzo del paese, fatti a pezzi nei campi di morte allestiti dai Viet-Cong. Il tentativo fallito d’influenzare positivamente la campagna elettorale Repubblicana con l’imponente attacco americano in Siria – per il breve risalto dato dai media alla vicenda - si ripete con il silenzio stampa intorno al dibattito al parlamento ceco sulla proposta di voto per inserire lo scudo missilistico di difesa americano vicino a Praga. Per la stessa proposta in Polonia, ci fu un’eco mediatica di vaste proporzioni e la Russia minacciò addirittura di attaccare quel Paese. Da giorni la Siria tace, tace la Russia. Tacciono i media Liberal e delle sinistre europee. Un giorno al voto.
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