La nipote di Goering in visita in Israele: non riesco a sopportare questo nome |
| Questo il titolo del servizio di Francesco Battistini sul CORRIERE della SERA di oggi, 02/11/2008, a pag.20. |
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME — Le mani, le tremano spesso. «La mia famiglia non mi ha lasciato assolutamente niente in eredità. Solamente un nome troppo pesante da reggere». Bettina Goering oggi è una cinquantaduenne che a fatica porta in giro lo stesso profilo e gli stessi occhi di Hermann Goering, il gerarca di Hitler, l'uomo che fu il principale ideatore dell'Olocausto. Quell'uomo è il suo prozio. Non potendo cambiare faccia, Bettina vive con un pensiero fisso: come cancellare per sempre quel nome. Le ha provate, passate veramente tutte. La fuga hippie in India, a 13 anni. Addirittura, lo stordimento delle droghe. Ben tre esaurimenti nervosi. Le cliniche. Fino alla terribile decisione di sterilizzarsi, come ha fatto anche suo fratello: «Non volevamo che nascessero altri Goering». Dice che nulla le è bastato, nemmeno essersi fatta discepola di Osho e poi essere andata a vivere nel Nuovo Messico ed essersi specializzata in medicine orientali ed essersi sposata e potersi così finalmente presentare con un altro cognome. L'ultima cosa che le restava da fare, ha pensato Bettina, era venire in Israele. L'ha fatto quattro giorni fa: ad Ashkelon dalla sua amica Ruth Rich, pittrice, d'una famiglia sopravvissuta ai lager. Ha girato con lei un documentario, «Bloodlines», che presenterà a Boston. Bettina ha scelto di condividere in pubblico i suoi incubi più terribili: «La più profonda terapia che potessi affrontare».Incontra artisti, giovani, parla della sua famiglia dove citare la «soluzione finale» era un tabù. Rivela cose intime: «Da ragazzina, ho avuto una relazione con un ebreo che parlava tedesco. Quando gli ho detto il mio cognome, è rimasto pietrificato. Mi ha mostrato il braccio, il numero di matricola che gli avevano tatuato nel lager. Siamo rimasti amici». Il soggiorno di Bettina è breve. Prima d'andarsene, è stata al Museo dell'Olocausto. È passata davanti alla foto di zio Hermann, e l'ha guardata appena. |
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