“Aspettavo che ritornasse la proprietaria di quella valigia. Così per tanto tempo non ho letto il manoscritto che vi era custodito”. Denise Epstein ha ancora ricordi precisi di Irène Némirovsky, nata in Ucraina, ebrea, fra gli anni Venti e Trenta scrittrice di successo a Parigi. “E per me e mia sorella Elisabeth, una madre tenera”. Catturata il 13 luglio 1942, si ritrovò poco dopo ad Auschwitz, dove morì di tifo il 19 agosto dello stesso anno. Nel frattempo anche al marito Michel Epstein toccò la medesima sorte. Prima di partire, affidò quella valigia elegante, di cuoio, con delle iniziali incise sopra, alle due figlie, Denise, 13 anni, e alla piccola Elisabeth, cinque. Che da allora fuggirono da un nascondiglio all’altro. E vissero poi un vero calvario dopo la guerra, cercando di sopravvivere, materialmente e psicologicamente. La valigia sempre con loro.
E’ una questione di illusioni “di volerci credere” ricorda oggi Denise, che ha scritto, assieme alla giornalista Clemente Boulouque, la storia della sua vita, Survivre et vivre, che uscirà per Donoel il 9 ottobre, uno dei libri più attesi di questa rentrée. A lungo lei e Elisabeth, scomparsa pochi anni fa, si sono ritrovate a rincorrere figure di donne incontrate per caso nelle strade di Parigi, convinte di aver ritrovato Irène. “Pensavamo che forse era vittima di un’amnesia”. Denise l’aveva vista scrivere fitto su quelle pagine, fra il 1940 e il ’41, quando la famiglia si nascose in un paesino, Issy-l’Eveque. “Ma non sapevo se era un romanzo o un vero diario”. Poi Denise si è “ricostruita”, ha avuto tre figli “e volevo dare loro un’infanzia felice, non all’ombra della morte”. Solo alla metà degli anni Ottanta si decise a leggere il manoscritto, una parola comunque impropria. “Lo trascrivevo come se fossi uno scriba, per frenare l’emozione”. Era Suite francese, il romanzo (incompiuto) pubblicato postumo nel 2004 dalla Denoel (e tradotto in Italia da Adelphi), un milione e 500mila copie vendute finora in tutto il mondo. La Némirovsky è riemersa dall’oblio.
Denise è appena rientrata da New York dove hanno inaugurato una mostra dedicata alla scrittrice al Museum of Jewish Heritage. Quell’esposizione finora non ha trovato un luogo disposto ad accoglierla in Francia. Il Museo di arte e storia del giudaismo di Parigi, ad esempio, ha detto no. Al settimanale “L’Express” la direttrice laurence Sigal ha dichiarato che la Némirovsky è una scrittrice “sopravvalutata”, recuperata dal giudaismo solo mediante le persecuzioni che ha subito. Una vecchia storia, Irène accusata addirittura di antisemitismo. Denise ci è abituata, ma quelle parole della Sigal le ha trovate “oltraggiose”. Tutto nasce dalle descrizioni di ebrei avidi e senza scrupoli, contenute in certi libri della Némirovsky, in particolare David Golden. Lei veniva da un mondo di ricchi finanzieri e commercianti, fuggiti a Parigi dopo la rivoluzione bolscevica. “Con quei ritratti mia madre faceva la critica sociale di un ambiente che conosceva molto bene”, ricorda Denise. Le accuse di antisemitismo erano basate pure sulla conversione di Irène e delle figlie al cattolicesimo nel 1939 e al fatto che collaborò a riviste di estrema destra sotto pseudonimo dopo le leggi razziali.
“Non parlerei di conversione, ma di “farsi battezzare cattolici”. Ogni volta che doveva vedere il prete per organizzare la cerimonia, mia madre trovava una scusa per rinviare: già questo era un segno. I miei genitori credevano ingenuamente con quell’atto di poterci proteggere”.
In Survivre et vivre c’è questo e altro, anche il ricordo un po’ amaro di quando la stessa Denise ha fatto battezzare i suoi tre figli (“per le stesse ragioni di mia madre, per proteggerli. Ma poi mi sono vergognata di avere avuto paura in quel modo”).
Quando ha curato Suite francese ha iniziato a venire regolarmente qui alla Denoel, nel quartiere latino. Passava davanti all’Hotel Lutetia, un isolato più in là. “Ma rivolgevo lo sguardo dall’altra parte”. Lei ed Elisabeth, ancora piccole, alla fine della guerra, andarono alla stazione ferroviaria, la Gare de l’Est, ad aspettare i convogli dei deportati sopravvissuti all’Olocausto. Nella speranza di vedere scendere Irène e Michel. Inutilmente. Poi si spostarono, come altri familiari di ebrei scomparsi, all’Hotel Lutetia. Denise ed Elisabeth mostravano un cartello con i nomi dei genitori. Ancora inutilmente.
Gli anni sono trascorsi e curare Suite francese per Denise ha rappresentato una sorta di terapia. “Ora passo su quel marciapiede e posso guardare dentro all’albergo”. Sopravvivere. Ma soprattutto vivere.