I cani e i lupi Irène Némirovsky
Traduzione di Marina di Leo
Adelphi Euro 18,50
A ogni nuovo romanzo di Irène Némirovsky che leggo, si rinnova l’ammirazione ma anche il dolore umano e letterario per questa scrittrice ucraina (1903-1942) assassinata ad Auschwitz a soli 39 anni. Metterei questo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1940 tra i suoi migliori, anche se nelle intenzioni dell’autrice doveva essere solo "una storia di ebrei". Il titolo è "I cani e i lupi". Racconta di Ada Sinner una ragazzina ucraina (di Kiev, come l’autrice) che appartiene alla città bassa, quella dove vivono gli ebrei marginali, che non sono riusciti a fare fortuna. Un giorno, sfuggita a un pogrom, Ada capita con suo cugino Ben nella città alta: "In una delle strade più ricche e tranquille della città, costeggiata di ampi giardini. Qui tutto spirava pace". In una di quelle ville abitano certi loro parenti, stesso nome, Sinner, ma ricchi, anzi ricchissimi. Ben, intraprendente fino alla sfacciataggine, induce Ada a scavalcare la cancellata. I due bambini entrano in una stanza fiabesca dove i Sinner ricchi stanno facendo colazione: "Apparvero, accanto alla cameriera, due piccoli vagabondi pallidi, con i vestiti strappati e i capelli in disordine, pieni di rancore, insolenza, paura". E lì Ada ha la visione che cambierà la sua vita e non solo la sua, il lontano cugino Harry che "indossava una vestaglia di seta amaranto, e lei non aveva mai visto nulla di simile a quel raso lucido e spesso".
La vita li separa, la vita li fa rincontrare anni dopo a Parigi. Per tutto quel tempo Ada non ha smesso mai di pensare ad Harry come a un essere al quale sente di appartenere. Harry però, erede della banca Sinner, sta per sposare una giovane francese, anche lei figlia di banchieri. Che cosa uscirà dal fortuito incontro parigino tra la bimba stracciona di Kiev e il piccolo principe? Questo è un romanzo che unisce al richiamo sordo e insistente del destino una serie di avventure umane e sociali nella tradizione del grande romanzo ottocentesco. Non mancheranno le sorprese che si succederanno, è il caso di dire, fino all’ultima pagina.
Personalmente mi ha incantato la capacità della Némirovsky di tratteggiare le motivazioni dei vari protagonisti dove bene e male pericolosamente si mescolano; la capacità di resuscitare ambienti e situazioni con una scrittura nella quale l’invenzione letteraria è chiaramente intrisa di episodi vissuti, talmente forte è il trasfigurato realismo di certe scene. Poi c’è, balenante qua e là, quella sottile linea inafferrabile che separa i cani "dall’ululato famelico dei lupi, i fratelli selvaggi".
Corrado Augias
Il Venerdì – La Repubblica