Democratici americani e Unione europea: alleati per arrendersi ?
Umberto De Giovannangeli descrive un programma politico allarmante
Testata:
Data: 07/04/2007
Pagina: 13
Autore: Umberto De Giovannangeli
Titolo: Diplomazia, il nuovo asse democratici Usa-Europa
Dialogo con Damasco e Teheran, ritiro dall'Iraq, esclusione a priori dell'opzione militare nella crisi iraniana, sanzioni finalizzate a riprendere il "diaologo", fiducia nell'Onu.
Tra l'Europa e i democratici americani (in particolare Nancy Pelosi) si sta sviluppando una nuova intesa sulla poltica internazionale, sostiene con compiacimento Umberto De Giovannangeli sull' UNITA' del 7 aprile 2007.
Ma su ogni singolo punto c'è da aver paura: "dialogare " con stati che sostengono il terrorismo senza pretendere un cambio di politica significa incoraggiare il terrorismo, ritirarsi dall'Iraq prima di aver creato un esercito in grado di difendere la fragile democrazia che vi si è insediata significa metterla a rischio, escludere a priori l'opzione militare e subordinare ogni politica alla necessità del "dialogo" con l'Iran significa togliere ogni cerdibilità ed efficacia alla misure volte a bloccare la corsa all'atomica del regime, rimettersi all'Onu significa accettare il veto di dittature e regimi
islamici sulla difesa della sicurezza dell''Occidente.
Ecco il testo:
LA SCELTA del multilateralismo. Dialogo critico con Damasco e Teheran. Una «new strategy» per l’Iraq. Sono alcuni dei più significativi terreni di convergenza tra la politica estera dei democratici Usa e l’Europa. Una convergenza che mette in discussione
l’unilateralismo dei falchi dell’amministrazione Bush
I
l «dialogo critico». La convinzione che per provare a imprimere una svolta di pace in Medio Oriente, occorra riportare nel gioco diplomatico Damasco e Teheran. E ancora: un giudizio fortemente critico sul disastro della guerra preventiva voluta e praticata dai falchi dell’amministrazione Bush in Iraq. La volontà di rilanciare le istituzioni e gli organismi multilaterali, a cominciare dalle Nazioni Unite; quelle istituzioni e quegli organismi che l’unilateralismo del duo Cheney-Rumsfeld aveva relegato ai margini (dell’azione internazionale), considerandoli un problema piuttosto che uno strumento da rafforzare. C’è tutto questo e altro ancora a unire la «diplomazia» parallela dei Democratici Usa e le maggiori cancellerie europee (Londra esclusa). Laddove i neocon hanno diviso, nei rapporti euroatlantici, «Nancy la multilaterale» tende a ricucire. Per questo il recente viaggio in Medio Oriente della leader democratica Nancy Pelosi è tutt’altro che un episodio a se stante, tanto meno è un incidente di percorso. Quella messa in atto dalla Speaker della Camera (terza carica dello Stato, prima donna a raggiungerla nella storia degli Usa), è una vera e propria interferenza a tutto campo che dall’Iraq si estende al conflitto israelo-palestinese, investendo i rapporti con Siria e Iran. Una «diplomazia parallela», multilaterale, che, sugli stessi scenari, incontra e s’intreccia con quella praticata dall’Europa e, in essa, dall’Italia.
COSA FARE CON SIRIA e IRAN?
Per la Casa Bianca la visita di Nancy Pelosi a Damasco è stata un «grave errore», una «impudenza», un «messaggio sbagliato» inviato ai siriani, in violazione di quella politica di isolamento del regime di Bashar al-Assad perseguita in modo aggressivo dall’amministrazione Bush. Fino a poco tempo fa, a considerare la Siria un interlocutore obbligato in un processo di stabilizzazione del Medio Oriente, era l’Europa. Ora questa determinazione trova autorevoli sostenitori anche in America. La leader democratica ha giustificato la sua visita con la necessità di instaurare un dialogo con la Siria, una necessità sottolineata anche nel famoso rapporto del Gruppo di Studio per l’Iraq, che aveva come copresidente l’ex segretario di Stato James Baker (il leggendario «stratega» della dinastia Bush) che raccomandava appunto di non chiudere la porta in faccia alla Siria e all’Iran. Un suggerimento che ha accolto molti favori in Europa (Italia in primis) ma che non è stato gradito da George W.Bush e di fatto ignorato. È stata la Pelosi a rilanciare adesso il suggerimento della commissione Baker. «C’è la sensazione che qualcosa stia cambiando nella politica americana verso la Siria - ha osservato un commentatore di stanza a Damasco - ma questi cambiamenti sono chiaramente provocati dalla opposizione democratica guidata da Nancy Pelosi».
TEHERAN, PRESSIONI MA NON GUERRA. Se per i falchi dell’amministrazione Bush, l’opzione militare contro l’Iran è tutt’altro che sfumata, per l’asse Democratici-Europa, la guerra determinerebbe effetti a catena devastanti sull’intero Medio Oriente e non solo. Le stesse sanzioni economiche vengono viste come strumento a supporto di una iniziativa diplomatica: «Siamo convinti che il fine delle sanzioni è di spingere ad accettare il dialogo», ha ribadito nei giorni scorsi il ministro degli Esteri italiano Massimo D’Alema. Un approccio che trova un importante interlocutore anche all’interno dell’amministrazione Usa: la segretaria di Stato americana Condoleezza Rice potrebbe incontrare il ministro degli Esteri iraniano Manuchehr Mottaki a latere della nuova sessione, in programma a maggio a Istanbul, della Conferenza sull’Iraq.
VIA DAL PANTANO IRACHENO. Un giudizio fortemente critico sulla guerra (preventiva) in Iraq e sulla disastrosa conduzione del dopo-Saddam: è un altro terreno di convergenza tra la «diplomazia parallela» dei democratici Usa e le convinzioni manifestate da una parte significativa dell’Europa: Germania, Francia, Spagna e, con il governo di centrosinistra, Italia. I democratici hanno impostato le elezioni di medio termine del novembre scorso come un referendum sulla politica della Casa Bianca sull’Iraq e il netto successo ha convinto i democratici di avere ricevuto un mandato degli americani per un nuovo approccio al conflitto e per un rimpatrio (fissato entro il marzo 2008) delle truppe Usa. Una exit strategy militare - altro punto di convergenza con l’Europa - che non significa abbandonare il governo di Baghdad al proprio destino, bensì puntare allo sviluppo di progetti di cooperazione, bilaterale e multilaterale, che rafforzino la presa delle nascenti istituzioni irachene sulla società civile. Un discorso che può valere anche per l’Afghanistan».
L’ONU COME RISORSA E NON COME IMPEDIMENTO. Ciò che i falchi dell’amministrazione Bush pensano dell’Onu è tutto nella nomina come ambasciatore (oggi ex) al Palazzo di Vetro del superfalco Jonh Bolton, colui che ebbe a sostenere: «Non esistono le Nazioni Unite. Esiste una comunità internazionale che può essere guidata soltanto dall’unica superpotenza, gli Stati Uniti d’America». A battersi in prima linea contro il rinnovo del mandato di Bolton è stata Nancy Pelosi. Un approccio multilaterale nella gestione, e soluzione, delle crisi porta con sé un rafforzamento delle prerogative e delle capacità d’intervento dell’Onu: un’altra opzione strategica che corre sull’asse Democratici-Europa.
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