Israele e il mondo arabo: quale futuro? Parla Erel Margalit
Commento di Andrea B. Nardi
Testata: Il Riformista
Data: 04/11/2026
Pagina: 1
Autore: Andrea B. Nardi
Titolo: Israele e il mondo arabo: quale futuro? Parla Erel Margalit

Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, l'intervista di Andrea B. Nardi a Erel Margalit dal titolo: "Israele e il mondo arabo: quale futuro? Parla Erel Margalit"

Intervista a Erel Margalit, ex deputato laburista alla Knesset, uno dei maggiori imprenditori israelo-americani, inserito da Forbes nella lista Midas.

Si dice che Israele non scomparirà a causa di una guerra militare persa, ma per la popolazione israeliano-araba che in un futuro prossimo sarà maggioranza, governerà e smantellerà lo Stato ebraico. Ritenete preoccupante l’avanzare dei partiti arabi nelle elezioni israeliane?
“Israele, al pari dell’Italia o degli Stati Uniti, è un Paese destinato a restare. Come popolo, siamo presenti in questa terra da oltre 3.000 anni; non credo proprio che andremo da nessuna parte. Ritengo che vi sia una grande opportunità di creare sinergie con la comunità araba in Israele, dato che esiste già una notevole collaborazione in ambito commerciale e nel settore dell’alta tecnologia. Spero che i politici seguano l’esempio del mondo imprenditoriale, dando vita a nuove alleanze capaci di condurre il Paese verso traguardi migliori”.

Israele è l’unica vera democrazia mediorientale, ma anche i nazisti salirono al potere con elezioni regolari. Di fronte alla recrudescenza del jihad in Medio Oriente ma non solo, del non rispetto degli Accordi di Oslo da parte degli arabi, e del 7 Ottobre, ritenete che la politica israeliana debba cambiare riguardo alla possibilità degli arabi di diventare cittadini israeliani?
“Gli eventi del 7 ottobre e il conflitto in corso hanno indotto Israele, gli Stati Uniti e altri Paesi della regione a riconsiderare le strategie di difesa. È emerso chiaramente che Israele e i suoi alleati devono opporsi agli estremisti – che si tratti dell’Iran, delle sue milizie proxi (come Hezbollah in Libano o Hamas a Gaza) – adottando una linea ferma e indebolendo le loro capacità. Allo stesso tempo, questo conflitto ha rivelato l’esistenza di solidi alleati tra i nostri vicini arabi, con i quali è possibile sviluppare relazioni ancora più profonde. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Bahrein, l’Egitto, la Giordania e altri hanno collaborato con Israele e gli Stati Uniti a una strategia di difesa regionale contro l’Iran e alcune delle organizzazioni più estremiste dell’area. I jihadisti e certi estremisti legati ai Fratelli Musulmani rappresentano per l’Egitto e altre nazioni una minaccia persino maggiore di quella che costituiscono per Israele. Pertanto, nel nostro agire sia a livello regionale sia nazionale, dobbiamo contrastare gli estremisti e sostenere i moderati. È fondamentale identificare con chiarezza non solo i nostri nemici, ma anche i nostri alleati, promuovendo forme di cooperazione che vadano oltre l’ambito militare e della sicurezza, includendo anche la sfera economica, nel proseguimento del rapporto con questi Paesi dopo la fine del conflitto. La maggior parte dei cittadini arabi in Israele desidera essere parte integrante della società e contribuire al tessuto stesso del Paese, lavorando in ospedali, nell’alta tecnologia, nelle piccole imprese o in molti altri ambiti. Sono tante le persone straordinarie con cui abbiamo instaurato una solida collaborazione, a Gerusalemme, dove ha sede JVP, in Galilea, dove siamo molto attivi, e in tutto il resto del Paese. È giunto il momento di elevare questa collaborazione a un livello superiore, non solo in campo economico, ma anche su quello politico. Sebbene vi siano estremisti che richiedono un intervento deciso e risoluto, la stragrande maggioranza delle persone desidera semplicemente condurre la propria vita accanto ai vicini ebrei, garantire un’istruzione ai propri figli e partecipare all’economia dell’alta tecnologia, un settore in cui Israele ricopre un ruolo di primo piano”.

È corretto che le vittime del 7 Ottobre siano state proprio quelle comunità di sinistra disponibili a una convivenza con gli arabi? Se è così, significa che la strategia del dialogo e convivenza con gli arabi è naufragata per sempre nella politica israeliana, oppure la sinistra ancora ci crede?
“Gli abitanti dei kibbutz appartenevano per lo più all’area laburista, di orientamento di sinistra. Gli abitanti delle città di Sderot e Netivot si collocavano invece all’estrema destra. Il 7 ottobre sono state dunque colpite comunità tra loro molto diverse. Per ogni israeliano si è trattato di uno shock: la crudeltà e l’odio emersi hanno rappresentato, ancora una volta, un trauma che per tutti noi è stato difficile da comprendere. Detto ciò, esistono al contempo solide iniziative di collaborazione con arabi, cittadini e no, i quali al pari di molti di noi, considerano tali azioni crudeli, brutali e terribili. Israele è il Paese più forte della regione, quello che detiene chiaramente una posizione di supremazia rispetto alla comunità araba. Spetta a noi assumere un ruolo propositivo nel definire come immaginiamo la fase successiva, in vista di un possibile accordo. Per quanto Israele abbia dimostrato forza sul campo di battaglia, è necessario mettere in campo le nostre capacità anche sul piano diplomatico. A Gaza, ad esempio, l’unico modo per sradicare Hamas consiste nel favorire l’insediamento di un’amministrazione araba moderata. In caso contrario, si verrebbe a creare un vuoto di potere che Hamas finirebbe inevitabilmente per colmare, come già accaduto in passato. La ricostruzione di Gaza può essere orientata verso la creazione di tunnel e missili, oppure può imboccare una direzione civile, incentrata su alloggi, istruzione, risorse idriche e opportunità di lavoro per i numerosi cittadini che non fanno parte di Hamas. Israele ha un interesse diretto non solo nel conflitto contro Hamas a Gaza, ma anche nel processo di ricostruzione e nella formazione di un’amministrazione che possa trasformare Gaza in un’entità non militarizzata, capace di coesistere pacificamente al fianco di Israele”.

In Europa si continua a ripetere che la soluzione sarebbe “i due Stati per due popoli”, fingendo di ignorare che Israele per sei volte ha formalmente offerto questa soluzione e gli arabi l’hanno rifiutata, e che la Striscia di Gaza era già uno Stato governato dagli arabi. Se questa non è la soluzione, sarà guerra sempre o c’è un’altra possibilità?
“La fase successiva alla guerra consiste nello stabilizzare la regione, prima di affrontare i problemi in modo globale. Stabilizzare significa instaurare un rapporto con un governo moderato a Gaza e in Samaria e Giudea, collaborando con esso in modo da indebolire i terroristi e sostenere la popolazione civile. Israele continuerà a colpire Hamas, così come qualsiasi altra organizzazione che tenti di attaccarlo. Tuttavia, come passo successivo nella regione, possiamo anche impegnarci a stabilizzare la situazione sul campo. Una risoluzione complessiva potrà essere perseguita una volta consolidata la situazione. Le proposte che in passato Yitzhak Rabin, Ehud Barak o Ehud Olmert hanno avanzato agli arabi troveranno probabilmente una nuova formulazione, da sottoporre loro quando giungerà il momento opportuno e quando, da entrambe le parti, emergerà una leadership adeguata”.

In Occidente si è creata una saldatura tra l’islam radicalizzato e i partiti di sinistra convinti di prenderne i voti. Secondo voi è lo stesso problema del Partito Dem in Usa?
“La sinistra, negli Stati Uniti, in Europa e nel resto del mondo, propone un programma che costituisce una componente essenziale del tessuto sociale ricercato dai giovani. Così come la destra ha guidato il capitalismo, gli investimenti e molte delle grandi idee legate allo sviluppo economico, la sinistra si adopera affinché i comuni cittadini abbiano l’opportunità di essere inclusi nell’economia in crescita e affinché la disuguaglianza venga affrontata attraverso importanti iniziative pubblico-private, che i leader socialdemocratici potrebbero promuovere. Tuttavia, proprio come i programmi dell’estrema destra possono rasentare il razzismo e l’odio verso chiunque sia “diverso”, l’estrema sinistra può arrivare a confondere l’Islam radicale con gli oppressi. È fondamentale operare questa distinzione, affinché le società americane ed europee possano preservare l’integrità del proprio tessuto democratico e contrastare le forze che ne minano le basi stesse, come i Fratelli Musulmani, i jihadisti e i gruppi islamici estremisti presenti in Europa e negli Stati Uniti. Il Partito Democratico e il Partito Repubblicano negli Stati Uniti dovrebbero sostenere una classe dirigente più moderata, capace di integrare gli aspetti migliori di entrambi gli approcci nella prossima fase delle rispettive società: uno sviluppo economico che coinvolga una base di popolazione molto più ampia. Ogni Paese e ogni società deve, da un lato, accettare l’altro, ma dall’altro deve anche opporsi a qualsiasi forza estremista che ne minacci le fondamenta. L’Islam radicale sta indubbiamente minando diversi Paesi e regioni in tutto il mondo”.

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