Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE la cronaca di Shira Navon Carmi dal titolo: "Francia e Israele, la guerra degli embarghi"

La Francia starebbe utilizzando le restrizioni sulle esportazioni militari verso Israele per proteggere e rafforzare la propria industria bellica.
L’accusa arriva da Boaz Levy, presidente del consiglio di amministrazione di Israel Aerospace Industries (IAI), uno dei maggiori gruppi israeliani della difesa, che in un’intervista alla giornalista Sharon Kidon, durante una conferenza organizzata da Yedioth Ahronoth e ynet, ha chiamato direttamente in causa Parigi. Secondo Levy, dietro alcune decisioni francesi si nasconderebbero interessi industriali e commerciali che avrebbero ben poco a che fare con le motivazioni politiche ufficialmente dichiarate.
È un’accusa pesante, soprattutto perché riguarda due Paesi che competono sui mercati internazionali degli armamenti e che, nello stesso tempo, appartengono a un sistema di alleanze occidentali nel quale la cooperazione tecnologica riveste un’importanza strategica.
Levy sostiene che negli ultimi anni diversi Paesi abbiano interrotto la fornitura di componenti necessari all’industria militare israeliana, costringendo le aziende a cercare soluzioni alternative. La risposta, assicura, è arrivata dalla capacità tecnologica nazionale, che avrebbe consentito di sostituire i materiali diventati indisponibili. Quanto alla Francia, la dipendenza israeliana sarebbe ormai pressoché inesistente.
La questione assume particolare rilievo mentre Israele continua a investire nei propri sistemi di difesa antimissile, sottoposti dal 7 ottobre 2023 a sollecitazioni senza precedenti. Le guerre degli ultimi tre anni hanno mostrato quanto sia cambiata la natura della minaccia balistica, con attacchi simultanei che richiedono enormi capacità di intercettazione e una produzione industriale in grado di sostenere consumi elevatissimi.
Israele dispone di un sistema difensivo articolato su diversi livelli, nel quale i missili Arrow 2 e Arrow 3 svolgono un ruolo fondamentale contro le minacce balistiche. Secondo Levy, nelle precedenti campagne militari il sistema Arrow ha raggiunto percentuali di intercettazione superiori al 90 per cento. È un risultato da lui rivendicato, che contribuisce a spiegare il crescente interesse internazionale verso la tecnologia israeliana.
La Germania rappresenta il caso più significativo. Berlino ha acquistato Arrow 3 per rafforzare la propria protezione contro i missili balistici a lungo raggio, affidandosi a una tecnologia sviluppata in Israele in collaborazione con gli Stati Uniti. Per l’industria israeliana si tratta di un successo commerciale e strategico, tanto più importante perché maturato in un mercato europeo nel quale operano grandi concorrenti francesi.
L’interesse, tuttavia, supera i confini dell’Europa. Levy ha ricordato i rapporti industriali e militari sviluppati con alcuni Paesi firmatari degli Accordi di Abramo, indicando nella cooperazione regionale una prospettiva di ulteriore espansione. Radar, satelliti e sistemi di rilevamento potrebbero diventare strumenti di una sicurezza condivisa, soprattutto in un Medio Oriente esposto alla minaccia dei missili e dei droni.
Per Israele la posta in gioco riguarda anche l’autonomia produttiva. La capacità di costruire intercettori senza dipendere da fornitori stranieri può influire direttamente sulla durata delle operazioni militari e sulla libertà di decisione del governo. Levy ha confermato che gli stabilimenti lavorano senza interruzione per ricostituire le scorte, mentre prosegue lo sviluppo di Arrow 4.
La polemica con Parigi rivela così una contraddizione destinata a pesare sui rapporti tra gli alleati occidentali. La domanda di sistemi antimissile cresce, le industrie europee competono per conquistarne una quota e Israele, pur sottoposto a pressioni diplomatiche e restrizioni commerciali, continua a esportare tecnologie considerate strategiche.
L’accusa di Levy resta una valutazione del dirigente israeliano, che richiederebbe riscontri indipendenti per essere considerata una spiegazione accertata delle scelte francesi. Il problema che solleva, però, è concreto. In un settore nel quale sicurezza nazionale e interessi industriali sono strettamente intrecciati, gli embarghi possono diventare anche strumenti di competizione economica.
La vicenda ha già avuto un precedente significativo nel giugno 2026, quando il governo francese ha impedito la partecipazione ufficiale israeliana al salone degli armamenti Eurosatory, limitando anche i prodotti che le aziende israeliane potevano esporre. Una decisione che il ministero della Difesa israeliano aveva denunciato come discriminatoria e dettata anche da calcoli commerciali.
Intanto, nel dicembre 2025, la Germania ha messo in servizio i primi elementi di Arrow 3 e ha successivamente ampliato gli accordi di acquisto. È la dimostrazione che, mentre una parte dell’Europa cerca di limitare la presenza israeliana nel settore della difesa, un’altra considera indispensabile la sua tecnologia.
Per Parigi, le dichiarazioni di Levy aprono una questione scomoda. Per Israele confermano una convinzione maturata attraverso tre anni di guerra. L’indipendenza industriale è diventata una componente essenziale della sicurezza nazionale e, sul mercato internazionale della difesa, anche gli alleati possono trasformarsi in concorrenti particolarmente aggressivi.
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