Le donne del 7 ottobre
Commento di Luisa Ciuni
Testata: Setteottobre
Data: 08/10/2026
Pagina: 1
Autore: Luisa Ciuni
Titolo: Le donne del 7 ottobre

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Daniele Scalise dal titolo: "Le donne del 7 ottobre"

Le donne del 7 ottobre

Amit Mann, Inbal Lieberman, Or Ben Yehuda, Amit Gur e Karin Nahon. Cinque donne contro i terroristi, ognuna a modo suo con un fil rouge comune: la sorpresa che quel 7 ottobre provarono quando si resero conto dell’attacco terroristico che Israele stava subendo. Testimonianze puntuali, tranquille, senza fanfare o eroismi per azioni di grande coraggio che hanno salvato vite umane anche a costo di perdere la propria, come Amit Mann, uccisa mentre, già ferita, cercava di aiutare i compagni. Perché il valore non urla.

Amit Mann viveva nel kibbutz Be’eri con quattro sorelle che oggi ne portano avanti il ricordo, raccontando la sua vocazione infermieristica che veniva da lontano. Quando loro padre si è ammalato di cancro, infatti, è stata Amit allora solo quattordicenne a curarlo nell’ospice dove si è spento e poi decidere che avrebbe seguito il corso da paramedico come parte del servizio militare.

“Era la nostra principessa”, racconta la sorella Haviva. “Desiderava tanto curare i sofferenti, fare qualcosa per loro. Per seguire le lezioni, ha lasciato il canto che amava tanto e si è diplomata con lode. Era orgogliosa di sé. E noi di lei”.

La mattina del 7 ottobre, Amit dormiva con il suo compagno (anche lui paramedico) quando vennero svegliati dal rumore dei bombardamenti. Lui doveva entrare in servizio a Netivot e le propose di portarla a casa della madre. Ma Amit non si fece convincere e corse al suo piccolo ambulatorio dove c’erano già tre feriti. “Se fosse rimasta a casa – prosegue la sorella – si sarebbe salvata perché i terroristi non sono arrivati fino a lì e persino la macchina è rimasta intatta.”

Gli uomini di Hamas si erano insediati nell’asilo nido, poco lontani dal dispensario presidiato da Amit e da altri infermieri che hanno iniziato a curare i feriti senza sosta chiedendo, di ora in ora, soccorso al MDA (Magen David Adom, il servizio nazionale israeliano di emergenza medica) senza che arrivassero i soccorsi.

“Rimasero senza bende e materiale mentre infuriavano gli spari e dovettero arrangiarsi ricavando le fasce da magliette e lenzuola – racconta la sorella – poi alle 13,50 Amit mi chiamò dicendo che non sperava di sopravvivere, che le avevano sparato ad una gamba e ucciso tutti gli altri. Quando ha riattaccato, ho capito che l’avevamo perduta per sempre. Il corpo è stato ritrovato poco lontano da Be’eri dopo due giorni, ancora coi guanti da infermiera”. Aveva 22 anni.

Molto diversa la vicenda di Inbal Lieberman, responsabile della sicurezza del kibbutz Nir Am, che è riuscita a bloccare gli uomini di Hamas fuori dalla struttura salvando la gente che la abitava. Tutto era iniziato la mattina presto mentre con il suo vice correva verso il quartier generale di Nir Am. Per strada Lieberman incontra il responsabile delle Infrastrutture che andava a prendere un generatore perché ovunque mancava la corrente e lo ferma senza esitazione. “Il fatto che non ci sia energia elettrica – gli spiega – è il motivo per cui i terroristi non riescono ancora ad entrare”.

Una decisione presa d’istinto che si rivela giusta e contribuisce a impedire l’ingresso degli assalitori. Il tutto mentre da svariate conversazioni telefoniche, anche Inbal come Amit comprendeva, poco alla volta, che i rinforzi non sarebbero arrivati. Che bisognava farcela da soli. “Tutti capirono che doveva esserci una persona al comando – la sua storia – mi ascoltarono, rispettarono la mia opinione e alla fine fu la mia voce a decidere… ho semplicemente detto a tutti: ora ci siamo noi, se non difendiamo la recinzione non ci sarà nessuno a farlo”. Inbal Lieberman non sa dove ha trovato le energie per fare fronte ai terroristi e salvare l’intero Nir Am. “Ero molto spaventata – dice – ma non ho lasciato che la paura prendesse il sopravvento”.

Nessuno spavento, invece, per Or Ben Yehuda, tenente colonnello dell’IDF e comandante del battaglione di fanteria Caracal. Il 7 ottobre aveva con sé solo dodici uomini e donne. Con loro ha affrontato circa 50 terroristi armati di lanciarazzi RPG e un convoglio composto da tre pick-up e cinque motociclette. “Ho capito subito che eravamo nel mezzo di un attacco e abbiamo fatto il possibile per riportare la situazione alla normalità”.

Per farlo ha ingaggiato una vera e propria battaglia che l’ha vista impegnata in prima persona in un pericoloso corpo a corpo. “Un terrorista mi si è avventato contro a bruciapelo. Per fortuna sono rimasta abbastanza lucida ed ho sparato e lui è volato indietro. Ha provato a spararmi ma non mi ha colpita”. Il suo battaglione è riuscito a sconfiggere gli uomini di Hamas a Sufa. “La maggior parte di loro è stata uccisa, gli altri si sono rifugiati a Gaza”, conclude.

Anche Amit Gur è militare di professione e comanda la Polizia di Frontiera di Eshkol. Ma se Or Ben Yehuda non ha avuto esitazioni, lei ricorda ancora con stupore quello che ha passato. “Tutta la giornata sembrava irreale come un videogame. Se qualcuno mi avesse raccontato la mia storia, non gli avrei creduto neanche un secondo”. Tra scontri e imboscate Amit è stata ferita a entrambe le mani ma ha continuato a sparare e guidare per salvare il proprio compagno ferito Sa’ar finché sono stati soccorsi da un’ambulanza. Il suo maggior rimpianto è di non essere riuscita a salvare Yehuda, un poliziotto amico di cui aveva perso le tracce.

“Dopo il suo funerale, Sa’ar mi ha detto che aveva saputo subito che Yehuda era morto. Gli ho gridato: ‘Perché non me lo hai detto?’. E lui mi ha risposto che, se lo avesse fatto, saremmo morti tutti perché sarei tornata indietro a prenderlo. Aveva ragione.” Accanto a questi episodi di valore e coraggio c’è anche una donna che il 7 ottobre non era in frontiera ma che ha fatto moltissimo per la causa. È la professoressa Karine Nahon che, cessati gli spari, ha cofondato e diretto la Civilian Command Center e l’unità tecnologica per la geolocalizzazione dei dispersi e degli ostaggi.

“Abbiamo iniziato senza nemmeno renderci conto che c’erano persone rapite e scomparse. Credevo che ce ne fossero cinque, un evento da un giorno e basta. Poi abbiamo iniziato a mappare le parti interessate, le unità responsabili, chi era al sud in quei giorni, chi era alla festa. Abbiamo creato un sistema fatto tutto da gente comune, da volontari rimasti a cercare per settimane, poi sono arrivati la tecnologia e gli esperti informatici e abbiamo iniziato a fare le cose in modo sistematico. Abbiamo davvero visto il male negli occhi.”

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