Il 7 ottobre Tel Aviv scotta di dolore. La strada fuori dal trauma
Commento di Micol Flammini
Testata: Il Foglio
Data: 08/10/2026
Pagina: 1
Autore: Micol Flammini
Titolo: Il 7 ottobre Tel Aviv scotta di dolore. La strada fuori dal trauma

Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Micol Flammini dal titolo: "Il 7 ottobre Tel Aviv scotta di dolore. La strada fuori dal trauma"

Immagine di Il 7 ottobre Tel Aviv scotta di dolore. La strada fuori dal trauma

Tel Aviv, dalla nostra inviata. Sono trascorsi tre anni e Israele sembra immobile, incastrato nel 7 ottobre, attanagliato a una ripetizione del trauma, quasi che quello che non venne fatto tre anni fa per fermare i terroristi di Hamas che invasero il paese per ammazzare, torturare e rapire famiglie israeliane, oggi si potesse lenire trattenendo tutta la sofferenza che questo paese ha provato da quel giorno in poi. Tel Aviv per il dolore scotta. Non è soltanto il ricordo che Israele ha commemorato durante le tante iniziative che sono state organizzate per tutto il paese, è l’incredulità di fronte al pogrom di Hamas, la solitudine di fronte alla ferita di sicurezza, la caduta della certezza di vivere in un paese con nemici a ogni lato, ma pronto sempre a difendersi. Tre anni fa non è stato pronto, il paese ha sanguinato, in milleduecento israeliani sono stati uccisi, duecentocinquantuno sono stati portati a marcire nei tunnel di Gaza, e chi è rimasto si chiede ancora come sia stato possibile. Tel Aviv commemora. Gli incontri, i comizi, le proteste, tutti hanno come imperativo quello di ricordare. Tutto parla al passato, tutto è fermo al 7 ottobre. Piazza degli Ostaggi, uno spiazzo che prima della tragedia era semplicemente uno spazio davanti al Museo di arte, ha ancora al centro il finto tunnel, messo lì nel 2024 per sensibilizzare, mostrare alle persone cosa poteva voler dire essere trascinati nella città sotterranea di Hamas. Il risultato era poco d’effetto allora e poco oggi, ma quel tunnel era il segno di quanto Tel Aviv volesse, avesse bisogno, di continuare a pensare agli israeliani inghiottiti da Hamas a Gaza. Le foto degli ostaggi sono ancora alle pareti di alcuni edifici, sono i volti di chi è tornato vivo e di chi è stato riconsegnato in bare che contenevano resti umani irriconoscibili.

Alcune immagini sono ormai impallidite dal tempo, altre sono state scrostate, forse dalle piogge rare o forse da parenti e amici che non sopportavano più il peso di quegli occhi che fissavano i passanti in vari angoli della città e mostravano soltanto il vuoto di una persona scomparsa e di cui si aveva una certezza sola: ha sofferto in modo atroce.

Piazza degli Ostaggi si è riempita di nuovo, i volti dei rapiti uccisi sono stati distribuiti fra i manifestanti, enormi facce fotografate in un momento di vita lontano, nel mondo prima del 7 ottobre e che ora raccontano un vuoto. “E’ un’iniziativa spontanea. Siamo qui per ricordare e anche per dire che questo governo deve andarsene”, dice una donna che regge un cartellone bianco con la scritta 7 ottobre. E’ restia a parlare, dice che la stampa straniera ha fatto un pessimo lavoro, si è adoperata in modo che le torture di Hamas venissero dimenticate in fretta. “Nel tuo paese si ricorda il 7 ottobre?”, domanda senza attendere la risposta, ed è meglio così. E’ una signora sulla sessantina, mostra una rabbia cortese contro il resto del mondo che si è dimenticato di cosa ha subìto Israele. “Ma in Italia lo sanno cosa è successo?”, domanda ancora senza aspettare una risposta. E, anche questa volta, è meglio così. Un signore al suo fianco interviene: “Sai, qui non c’è nulla di organizzato, sapevamo che in questa piazza sarebbe accaduto qualcosa e noi siamo qui per ricordare, è stato così per tre anni, siamo venuti qui senza appuntamenti fissi, tutto era spontaneo. Forse un giorno comprenderanno anche all’estero”. Israele si sente un’isola e sa di non esserlo sempre stato, è una condizione nuova e le ragioni sono da cercare in questi tre anni. I signori parlano delle loro speranze per un cambiamento alle elezioni del 27 ottobre, sembra che attribuiscano al voto una missione curativa, quasi che la sconfitta di Benjamin Netanyahu e della sua coalizione che tanto auspicano possa davvero aiutare il paese a uscire dal 7 ottobre.

Lo scorso anno, in questi giorni, Israele aspettava la notizia di un accordo per la liberazione degli ostaggi, vivi e morti, e la fine della guerra a Gaza. La piazza ha gioito nel vedere tornare gli ultimi ragazzi sulle loro gambe, ha pianto per il rientro delle bare, e in molti ripetevano che finché “non saranno tornati tutti, non ci sarà normalità nel paese”. Sono tornati tutti, e l’anormalità è rimasta, si è fatta continua, si è fatta politica, sempre di più. Il paese non è uscito dal trauma, ci è rimasto incagliato, come se avesse perso il bandolo del futuro che sempre aveva caratterizzato un popolo operoso e ingegnoso, proiettato verso la costruzione, l’innovazione e la realizzazione della salvezza. Si sono fermate le normalizzazioni in medio oriente; si sono bloccati i progetti interni, le riforme. Si è smesso di discutere di tutto ciò che non fosse collegato al dolore. Israele cerca il respiro e non lo trova e si vede per ogni strada, dove la scritta “7 ottobre, non dimentichiamo” compare ovunque rossa su sfondo nero; si vede nei manifesti della campagna elettorale; si vede a piazza Dizengoff, dove la fontana che è stata colorata di rosso sangue continua a essere decorata con i ricordi di chi è stato ucciso, sembra che le persone che ci girano attorno e ancora rivolgono uno sguardo a quelle facce di israeliani martoriati continuino a ripetersi: è successo davvero, è successo davvero. Sì, il 7 ottobre è successo davvero e,come dicono gli israeliani non è mai finito. Il giornalista Amit Segal nella sua newsletter ha scritto che quel giorno Israele “è stato espulso con la forza dal nuovo medio oriente della normalizzazione e della globalizzazione e rispedito a quello vecchio, dove è tornato a essere una villa isolata nella giungla. Per adattarsi al suo vecchio ruolo, Israele è ringiovanito per riflesso, passando da una pragmatica e diplomatica mezza età a un’età impulsiva e intransigente da leva obbligatoria. Tre anni dopo, ha ancora 18 anni”. A Tel Aviv sembra che nessuno riesca a guardare più oltre, si attende il voto con un valore catartico. La vera sfida politica sarà trascinare il paese fuori dal dolore, farlo invecchiare di nuovo, ridargli i suoi obiettivi. Ma di questo chi si contende la vittoria parla ancora poco.

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