Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo del Times of Israel dal titolo: "Gli autori di Naza hanno confuso il sistema per limitare le vittime civili con il suo opposto. Sarit Zehavi: “Avrebbero potuto chiedere a me, che ho contribuito a realizzare quel sistema”. Non l’hanno fatto. Anzi, non hanno interpellato nessuno delle IDF. Mettere a confronto le “fonti” d’accusa con il punto di vista della difesa sarebbe la prima regola del giornalismo d’inchiesta. Decidere di non farlo significa fare propaganda con una tesi precostituita"
Scrive Sarit Zehavi: Gli autori del recente documentario Naza – che si occupa di NAZA, l’acronimo militare ebraico per Nezek Agavi (danni collaterali) – non avrebbero dovuto faticare più di tanto per scoprire la verità. Sarebbe bastato intervistarmi.
La tenente-colonnello (riservista) Sarit-Zehavi
Mi sarei presentata davanti alla telecamera, a volto scoperto, sul tetto di casa mia – a nove chilometri dal Libano, dove abbiamo subito incessanti raffiche di razzi – per spiegare la realtà dei fatti sul campo.
Poco meno di vent’anni fa sono stata tra i fondatori dell’unità delle Forze di Difesa israeliane incaricata di avvisare le popolazioni dall’altra parte delle linee nemiche per salvaguardare le vite dei civili.
Yuval Abraham e Rachel Szor: giornalismo d’inchiesta o propaganda a tesi?
Mettemmo a punto le procedure che definiscono come emettere gli avvisi di sgombero e come monitorare le evacuazioni.
Ho partecipato in prima persona alla formulazione dei processi di approvazione degli obiettivi e alle discussioni operative.
Se avessero parlato con me, avrei spiegato che il grafico mostrato all’inizio del materiale promozionale del film non è una “tabella per uccisioni”, bensì un grafico di pianificazione relativo a un obiettivo identificato in quanto utilizzato da Hamas. Il suo scopo è stabilire se procedere con l’attacco o annullarlo e individuare chi, nella catena di comando, sia autorizzato ad approvarlo, con quale tipo di munizionamento e a quali condizioni.
In netto contrasto con il modo in cui viene rappresentato nel materiale promozionale del film, quando nel processo di approvazione compare la dicitura “Naza 500 – danni collaterali stimati in 500”, ciò significa appunto che è indispensabili intervenire per ridurre i danni collaterali.
[ndr Le Forze di Difesa Israeliane hanno ufficialmente smentito d’aver mai pianificato, approvato o eseguito un attacco militare che prevedesse una soglia stimata di 500 vittime civili come danno collaterale. “Si tratta di una falsità assoluta – ha dichiarato il portavoce militare – Gli autori del documentario non avevano alcun modo di verificare tale affermazione priva di qualsiasi fondamento fattuale, eppure hanno scelto di pubblicarla. Un attacco di questo tipo non è mai stato pianificato, approvato né eseguito. Ciononostante, è proprio questa l’affermazione che gli autori hanno scelto di utilizzare per promuovere il film. Traete voi le conclusioni sul resto del contenuto”. Da: YnetNews, 13.9.26]
Esistono diversi modi per ridurre i danni collaterali, come ad esempio emettere un avviso di evacuazione, utilizzare munizioni di precisione o annullare del tutto l’attacco.
Una standing ovation di 25 minuti e il Premio speciale della Giuria di Venezia, a cui si è subito unita Hamas con un comunicato ufficiale
Indicare i danni collaterali stimati nella scheda dell’obiettivo non implica affatto l’intenzione di uccidere civili, men che meno di commettere un “genocidio”. Al contrario, lo scopo è innanzitutto quello di prevenire la morte di civili.
I nostri nemici, sia Hamas che Hezbollah, piazzano deliberatamente i loro razzi e i loro centri di comando nel cuore di aree civili, nei tunnel sotto Beirut o in caseggiati residenziali del Libano meridionale.
Hamas, a Gaza, agisce allo stesso modo, operando in zone abitate e utilizzando bambini come scudi umani.
Lo fanno in base all’assunto che, se Israele dovesse colpire senza preavviso, centinaia di civili rimarrebbero uccisi. È esattamente questo il loro obiettivo.
Israele, invece, sceglie di fare diversamente: nelle Forze di Difesa israeliane ci sono centinaia di soldati e ufficiali il cui unico compito è tutelare i civili in territorio nemico. È a questo che pensano dal primo momento in cui si alzano al mattino.
Mi sarei aspettata che un’analisi seria di questo argomento includesse il punto di vista di ex membri delle Forze di Difesa israeliane, come me, oltre a quello di soldati e ufficiali tuttora in servizio che conoscono bene tali procedure e potrebbero spiegare il significato professionale delle valutazioni sui danni collaterali.
L’ingresso di un tunnel di Hamas scoperto nel settembre 2024 a Rafah (Striscia di Gaza meridionale) all’interno di un asilo d’infanzia. Nel tunnel sono stati poi rinvenuti i corpi di sei ostaggi israeliani assassinati a sangue freddo (Carmel Gat, Eden Yerushalmi, Hersh Goldberg-Polin, Alex Lobanov, Almog Sarusi e Ori Danino). Sarit Zehavi: “Hamas utilizza anche i bambini come scudi umani. Purtroppo gli sforzi delle IDF per preservare le vite dei civili, ad es. con gli avvisi di evacuazione, vengono interpretati dai media internazionali come pulizia etnica”.
Stando al materiale promozionale che ho visto, questo punto di vista è del tutto assente.
Il trailer del film sostiene che le Forze di Difesa israeliane “non verificano mai il numero di civili uccisi”. La verità è che verificare in tempo reale il numero esatto delle vittime in territorio nemico è un compito complesso e quasi impossibile.
È proprio per questo che il processo di valutazione dei danni collaterali tiene conto di fattori quali le dimensioni della struttura e il numero stimato di civili che abitualmente si trovano nelle sue vicinanze.
Le Forze di Difesa israeliane hanno investito e continuano a investire ingenti risorse – personale di intelligence, esperti legali, personale operativo delle forze aeree e terrestri, esperti di tecnologia – per sviluppare sistemi di comando e controllo progettati per valutare con precisione dove siano presenti civili e dove no.
Ho partecipato personalmente allo sviluppo di questi strumenti durante il mio servizio militare presso il Comando Nord e il successivo servizio da riservista.
In base alla mia esperienza, posso testimoniare che dietro questo impegno vi è un intero apparato di intelligence. All’interno della Direzione Intelligence operano diverse unità il cui compito esclusivo è monitorare la percentuale di popolazione che ha evacuato le aree rurali e urbane in seguito agli avvisi diramati dalle Forze di Difesa israeliane.
Se una percentuale elevata della popolazione è sgomberata in seguito agli avvisi, la stima dei danni collaterali diminuisce, e solo allora può essere autorizzato un attacco contro le infrastrutture terroristiche.
Purtroppo, sono proprio gli sforzi delle Forze di Difesa Israeliane per preservare le vite dei civili in territorio nemico – ovvero gli avvisi di evacuazione e il monitoraggio delle operazioni di sfollamento – a essere interpretati dai media internazionali come “pulizia etnica”, mentre quegli stessi media ignorano la portata delle infrastrutture terroristiche scoperte all’interno e al di sotto dei villaggi, sia in Libano che a Gaza, praticamente dentro o sotto ogni abitazione.
Diversi giornalisti mi hanno chiesto perché procediamo allo sgombero di aree così vaste. La mia risposta: quando Hamas o Hezbollah scavano una rete di tunnel [di decine di km] sotto i villaggi, è impossibile distruggere quei tunnel senza danneggiare le decine di case che si trovano sopra; evacuare soltanto la casa situata direttamente sopra una sezione del tunnel potrebbe mettere a rischio i civili nelle case adiacenti.
Nonostante gli ingenti sforzi di intelligence compiuti per garantire che non vi siano civili presso un obiettivo, stiamo parlando di un contesto caratterizzato da un livello di incertezza estremamente elevato. Le informazioni di intelligence saranno sempre parziali e insufficienti.
Si sono registrati numerosi casi in cui, benché non vi fossero informazioni sulla presenza di civili nei pressi di infrastrutture terroristiche o di terroristi, dei civili sono rimasti uccisi.
Questo tragico esito non può cancellare il fatto che vengano effettivamente compiuti grandi sforzi per prevenire danni collaterali.
[ndr Settantamila telefonate, tredici milioni di messaggi di testo inviati, quattordici milioni di messaggi vocali e sette milioni di volantini distribuiti: sono solo alcuni numeri degli sforzi che Israele ha messo in atto per esortare i civili di Gaza a sgomberare certe zone per la loro sicurezza o informarli su specifici percorsi di evacuazione umanitaria. Da: Il Foglio, 18.9.26]
Il processo decisionale sul campo di battaglia è complesso, i dilemmi sono enormi e, nella “nebbia della battaglia”, talvolta si commettono errori.
Tuttavia, la differenza tra noi e i nostri nemici è abissale.
Hamas e Hezbollah sono animati da un’ideologia islamista radicale e dichiarano e dimostrano pubblicamente che il loro obiettivo è uccidere civili israeliani.
Noi, al contrario, affermiamo chiaramente di non avere alcuna intenzione di uccidere civili in territorio nemico. Israele consente anche l’ingresso di aiuti umanitari nelle zona di combattimento, nonostante i rischi aggiuntivi che ciò comporta per il conseguimento dei nostri obiettivi operativi nella lotta al terrorismo.
Come genitori di soldati, è così che educhiamo i nostri figli: i civili non sono un obiettivo. E quei figli, una volta cresciuti, diventando i soldati e gli ufficiali che prestano servizio nelle Forze di Difesa Israeliane.
È deplorevole che, stando al materiale promozionale del film diffuso finora, questa fondamentale prospettiva professionale è del tutto assente.
Secondo ufficiali delle Forze di Difesa Israeliane citati dai media israeliani, gli autori non hanno chiesto nessun riscontro alle forze armate prima dell’uscita del film, e le Forze di Difesa Israeliane sono venute a conoscenza delle affermazioni in esso contenute solo dai media.
Successivamente, il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha pubblicamente chiesto di poter visionare il documentario integrale per poter rispondere alle accuse.
Se gli autori – entrambi giornalisti d’inchiesta – si sono rifiutati di mostrare alle Forze di Difesa Israeliane il film o i risultati della loro indagine, ciò è contrario ai principi fondamentali dell’etica giornalistica.
Senza ulteriori informazioni sulle fonti anonime del film, è impossibile stabilire quale ruolo gli intervistati ricoprissero all’interno del sistema e se le loro testimonianze, ammesso che siano autentiche, siano effettivamente rilevanti per comprendere la catena di approvazioni e le azioni che vengono intraprese prima di colpire un obiettivo.
Il materiale promozionale finora diffuso presenta la vicenda da una prospettiva estremamente limitata: si basa su fonti anonime di cui non sono chiari il livello di coinvolgimento, il grado e il livello di comprensione del processo, trascurando completamente gli esperti che hanno messo a punto quei sistemi con un unico obiettivo: preservare vite umane.
Quegli esperti esistono. Io sono una di loro.
(Da: Times of Israel, 17.9.26)
http://www.israele.net/scrivi-alla-redazione.htm