Naza: un’accusa senza volto, una condanna senza prove
Commento di Beniamino Brioschi
Beniamino Brioschi
Resistendo agli attacchi di vomito, ho guardato il documentario fino alla fine.
L'ho fatto perché prima di giudicare qualcosa voglio vederla. Tutta. E dopo aver visto NAZA la mia opinione è persino peggiore di quella che avevo prima.
Per me questo documentario è un fake costruito ad arte.
Lo dico chiaramente.
Non intendo sostenere che ogni immagine contenuta nel film sia falsa o che ogni singolo elemento tecnico citato sia inventato. Sarebbe troppo facile.
Parlo del meccanismo complessivo: prendere alcuni elementi reali, mescolarli con testimonianze che lo spettatore non ha materialmente la possibilità di verificare, costruire intorno a esse una narrazione devastante e arrivare infine a una conclusione gigantesca: Israele avrebbe creato una macchina organizzata per l'uccisione sistematica dei civili palestinesi.
Dov'è la prova?
È la domanda che mi sono fatto dall'inizio alla fine.
Il cuore di NAZA sono persone che dovrebbero appartenere o essere appartenute all'IDF e all'intelligence israeliana.Benissimo.
Chi sono?
Non lo sappiamo.
Volti coperti. Voci modificate. Identità non accessibili al pubblico. Impossibilità per chi guarda di verificare grado, reparto, incarico, periodo di servizio e soprattutto quale accesso reale queste persone avessero alle informazioni strategiche sulle quali pontificano.
Mi viene detto che sono militari israeliani.
Io dovrei crederci.
Mi viene detto che conoscevano determinati meccanismi decisionali.
Dovrei crederci.
Mi vengono raccontate decisioni militari di enorme gravità.
Dovrei crederci.
E quando domando le prove, la risposta sostanzialmente diventa: fidatevi, abbiamo verificato noi.
No.
Quando accusi uno Stato e il suo esercito di avere organizzato un sistema di uccisione di massa, non mi basta la fiducia.
Voglio le prove.
Questo punto è fondamentale.
So perfettamente che nel giornalismo investigativo si utilizzano fonti anonime. È legittimo e talvolta indispensabile.
Ma qui sembra essersi verificato un curioso capovolgimento.
La fonte è anonima e proprio per questo dovremmo attribuirle un'aura quasi sacrale.
No.
L'anonimato può essere necessario per proteggere qualcuno, ma rende più difficile verificare ciò che quella persona racconta.
E più l'accusa è enorme, più la corroborazione dovrebbe essere enorme.
Dove sono gli ordini?
Dove sono le direttive?
Dove sono i documenti autenticati?
Dove sono le comunicazioni della catena di comando?
Dove sono gli elementi indipendenti che dimostrano che determinati episodi costituivano una policy dell'IDF e non l'interpretazione, il ricordo o l'esperienza di singoli individui?
Io nel documentario questa montagna di prove non l'ho vista.
Ho visto invece una montagna di accuse.
Sono due cose completamente diverse.
Poi arriva l'AI.
Lavender. Habsora. Algoritmi. Database. Target.
Parole perfette per costruire nell'immaginario dello spettatore occidentale una specie di macchina distopica israeliana che decide chi deve vivere e chi deve morire.
Peccato che il punto essenziale sia un altro.
L'IDF non nega di utilizzare tecnologie avanzatissime per elaborare intelligence e identificare possibili obiettivi.
Nega che sia l'intelligenza artificiale a prendere autonomamente la decisione finale di attaccare.
Le decisioni, secondo la posizione ufficiale dell'IDF, rimangono umane.
Quindi dimostrare che esiste Lavender non dimostra affatto la tesi fondamentale suggerita dal documentario.
È come dimostrare l'esistenza di un computer in una banca e pretendere che questo provi che sia il computer ad approvare autonomamente ogni finanziamento.
La tecnologia esiste.
Il salto logico è un'altra cosa.
È probabilmente la parte che considero più intellettualmente disonesta dell'intera costruzione.
Ogni esercito professionale deve valutare il possibile danno collaterale prima di un attacco.
Se esiste un obiettivo militare all'interno di un'area urbana densamente popolata, il comandante deve sapere quanti civili potrebbero essere coinvolti e valutare proporzionalità, necessità militare e precauzioni.
NAZA, nella mia lettura, prende questo elemento e conduce lo spettatore verso un'altra conclusione:
sapevano che sarebbero potuti morire dei civili, quindi hanno deliberatamente costruito un sistema per uccidere civili.
Per me questo passaggio è semplicemente inaccettabile.
Sapere che un civile potrebbe morire come conseguenza di un attacco contro un obiettivo militare e volere la morte di quel civile sono due concetti completamente differenti.
Moralmente.
Militarmente.
Giuridicamente.
Confonderli permette però di costruire la narrativa desiderata.
Poi arrivano le affermazioni che devono sconvolgere lo spettatore.
Decine di civili accettabili per un target.
Centinaia.
Addirittura il racconto di una possibile autorizzazione riguardante 500 vittime civili per un obiettivo.
A quel punto ho pensato: perfetto.
Fatemi vedere il documento.
Chi lo ha autorizzato?
Quando?
Per quale target?
Qual era il grado di chi prese la decisione?
Quale ordine operativo lo documenta?
Era un caso particolare?
Era una regola generale?
Quali altre fonti indipendenti lo confermano?
Perché se mi dici una cosa così enorme devi essere in grado di dimostrarla in maniera altrettanto enorme.
Non puoi lanciare un'accusa devastante e pretendere che una voce modificata dietro un volto oscurato equivalga automaticamente alla prova definitiva.
Non funziona così.
O almeno non dovrebbe funzionare così.
E naturalmente, dentro questa costruzione, il contesto nel quale combatte Israele diventa quasi un fastidio.
Hamas.
I tunnel.
Le infrastrutture militari inserite nel tessuto urbano.
Il combattimento dentro una delle aree più densamente urbanizzate del mondo.
La presenza di combattenti e infrastrutture militari in prossimità della popolazione civile.
Tutto questo non assolve Israele da eventuali errori o violazioni.
Ma senza questo contesto non puoi capire la guerra.
Se elimini progressivamente il contesto, rimangono soltanto due immagini:
il palestinese morto e l'israeliano che ha sganciato la bomba.
Ed ecco costruita la morale.
Buono.
Cattivo.
Vittima.
Carnefice.
È perfetto per una certa cultura occidentale contemporanea.
Peccato che la guerra reale sia infinitamente più complessa.
Il comunicato ufficiale dell'IDF pone questioni devastanti proprio sul metodo.
Chi sono questi testimoni?
Quale posizione occupavano?
Come potevano conoscere determinate decisioni strategiche?
Perché persone appartenenti a determinate strutture avrebbero avuto accesso a processi nei quali, secondo l'IDF, non sarebbero state coinvolte?
Perché vengono utilizzati concetti giuridici in maniera che l'IDF considera impropria?
E soprattutto: dove sono le prove che trasformano testimonianze individuali in una politica istituzionale?
Sono domande enormi.
E non basta rispondere che l'IDF è parte in causa.
Certamente lo è.
Ma se sostieni che mente, dimostralo.
Non sei tu ad essere dispensato dall'onere della prova semplicemente perché hai deciso preventivamente chi debba interpretare il cattivo.
Il documentario viene premiato.
Applausi.
Celebrazione.
Indignazione morale.
Ed eccoci arrivati al punto che per me racconta molto più dell'Occidente che di Israele.
Una giuria cinematografica premia un film e improvvisamente sembra che qualcuno abbia celebrato un processo.
Ma quale processo?
Quale contraddittorio?
Quali testimoni interrogati?
Quale controinterrogatorio?
Quali documenti classificati esaminati?
Quali ordini operativi acquisiti?
Quale verifica della catena di comando?
Zero.
È cinema.
Può essere bellissimo cinema.
Può essere potentissimo cinema.
Può essere persino cinema capace di cambiare l'opinione pubblica.
Ma rimane cinema.
Il Leone, il premio della giuria o venti minuti di applausi non trasformano una testimonianza anonima in una prova.
È probabilmente questa la sensazione peggiore che mi è rimasta dopo il film.
Quanto è diventato debole e imbelle questo Occidente woke?
Quanto è diventato facile offrirgli una storia nella quale Israele rappresenta il potere, il soldato, la tecnologia, l'esercito e quindi automaticamente il carnefice?
Quanto è diventato difficile chiedere semplicemente:
“Scusate, prima di condannare qualcuno, possiamo vedere le prove?”
Io vedo un Occidente che troppo spesso non vuole più capire.
Vuole sentirsi moralmente dalla parte giusta.
Vuole il carnefice e la vittima.
Vuole indignarsi.
E Israele è diventato un bersaglio perfetto.
Quando questa ossessione supera la critica legittima alle decisioni di un governo e arriva a trasformare qualsiasi accusa contro Israele in verità preventiva, io vedo un problema enorme.
E quando la delegittimazione sistematica dello Stato ebraico finisce per alimentare un clima nel quale anche l'antisemitismo torna socialmente presentabile, io non considero più la questione soltanto cinematografica.
Dopo averlo guardato integralmente, questa è la mia posizione.
Per me NAZA è un fake costruito ad arte.
Non perché Lavender non esista.
Non perché a Gaza non siano morti civili.
Non perché l'IDF debba essere considerato infallibile.
E nemmeno perché ritenga impossibile che un militare israeliano possa commettere un crimine. Se qualcuno lo commette, deve essere investigato e giudicato.
Lo considero un fake perché prende elementi reali e testimonianze non verificabili direttamente dal pubblico e li assembla in modo da condurre lo spettatore verso una conclusione che, a mio giudizio, non viene dimostrata dalle prove mostrate.
Ed è precisamente questo che considero un falso narrativo.
Non serve inventare tutto per costruire una falsificazione.
Basta scegliere.
Tagliare.
Montare.
Suggerire.
Omettere il contesto.
Amplificare ciò che conferma la propria tesi.
E soprattutto trasformare progressivamente un'accusa in una certezza.
Io non accetto questo metodo.
E trovo ancora più inquietante vedere una parte dell'Occidente applaudire questa operazione senza pretendere lo stesso standard probatorio che pretenderebbe in qualsiasi altra accusa di questa gravità.
Volti nascosti non sono prove.
Voci modificate non sono prove.
Il montaggio non è una prova.
L'emozione non è una prova.
Un premio cinematografico non è una sentenza.
E soprattutto:
un'accusa ripetuta cento volte rimane un'accusa finché qualcuno non la dimostra.
Io NAZA l'ho visto.
Ho ascoltato le accuse.
Ho cercato le prove.
E alla fine, personalmente, sono arrivato alla conclusione opposta rispetto a quella che il documentario voleva impormi.
Non mi ha convinto della colpevolezza di Israele.
Mi ha convinto della fragilità del metodo con cui si pretende di condannarlo.
M. Beniamino Brioschi è imprenditore e CEO di JUSTMEBEN LTD, attivo nella finanza internazionale, nel real estate, crowdfunding, venture capital e private equity.
Non fa parte di nessuna associazione (si definisce lupo solitario) conosce l'associazione Sionistica Piemontese che ha aiutato in passato .
takinut3@gmail.com