Riprendiamo dal FOGLIO l'analisi di Fiammetta Martegani dal titolo: "La guerra e la paura. I piani di Teheran contro i figli di Trump e Bibi"

Tel Aviv. “Dove e come dovremmo uccidere Barron Trump?” E’ il titolo, tutt’altro che metaforico, di un video di quasi tre minuti trasmesso dalla televisione di stato iraniana e rilanciato dall’apparato mediatico dei pasdaran. Nel filmato compaiono i luoghi frequentati dal figlio ventenne del presidente americano, dalla Trump Tower al campus universitario, le auto della scorta e persino la posizione degli agenti del Secret service. E sulla sua testa, sostiene il video, ci sarebbero dieci milioni di dollari. I servizi segreti hanno confermato di aver avviato indagini su tutto ciò che potrebbe costituire una minaccia nei confronti di persone che, in questo momento, potrebbero essere in pericolo.
A pochi giorni dalle minacce rivolte alla Casa Bianca, Benjamin Netanyahu ha rivelato che il regime avrebbe tentato di assassinare anche un membro della sua famiglia. “L’Iran ha preso di mira uno dei miei figli, cercando di ucciderlo”, ha dichiarato il premier israeliano a Channel 14. Non ha specificato quale. Ma secondo la stampa americana e israeliana si tratterebbe di Yair, 35 anni, che fino a pochi mesi fa viveva prevalentemente a Miami. L’intelligence israeliana avrebbe scoperto già lo scorso dicembre un piano iraniano per assassinarlo in Florida. Per questo motivo, Yair sarebbe stato invitato a lasciare immediatamente gli Stati Uniti e a rientrare in Israele.
Barron e Yair sono i figli dei due uomini che Teheran considera responsabili del conflitto cominciato lo scorso 28 febbraio, con gli attacchi congiunti americano-israeliani contro il regime e con l’uccisione, già il primo giorno, della Guida suprema Ali Khamenei.
Sei mesi dopo, la Repubblica islamica è profondamente indebolita militarmente ed economicamente, ma non sconfitta. E, soprattutto, continua a possedere l’arma capace di tenere sotto scacco i suoi avversari: lo Stretto di Hormuz, dove oggi si combatte la parte più importante della guerra, quella economica.
Gli attacchi diretti fra Iran e Stati Uniti sono fermi da settimane, ma il traffico attraverso lo Stretto, da cui prima transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale mondiali, resta drasticamente ridotto. Washington e Teheran si contendono il controllo della rotta, mentre l’Oman cerca di negoziare un corridoio temporaneo per consentire il passaggio delle navi.
Nel frattempo, il presidente americano sostiene che le mine siano state eliminate e ha promesso di distruggere qualsiasi imbarcazione iraniana che tenti di posarne di nuove, mentre Teheran risponde alle nuove sanzioni promettendo ritorsioni. E’ proprio in questo stallo che la guerra sembrerebbe essersi spostata anche su un nuovo terreno, più personale. Trump ha già dichiarato di considerarsi “il numero uno nella lista iraniana delle persone da uccidere”.
Già a luglio i media iraniani avevano diffuso un video dedicato alla first lady Melania, descrivendone gli spostamenti e le presunte vulnerabilità della sicurezza. Ora sarebbe il turno del figlio, e non è affatto un dettaglio. Nella logica della Repubblica islamica la minaccia individuale e la vendetta hanno da tempo un valore politico.
Colpire – o anche soltanto minacciare – le famiglie di Trump e Netanyahu significa, infatti, mandare un messaggio che va oltre il destino dei due ragazzi, dichiarando ai due leader: la vostra superiorità militare può raggiungerci a Teheran, ma la nostra vendetta può raggiungere Miami, New York, e ovunque sia necessario. Ed è forse questo l’aspetto più delicato della nuova fase del conflitto. Mentre diplomatici e mediatori cercano una formula per riaprire Hormuz e trasformare la tregua de facto in qualcosa di più stabile o addirittura un accordo, il conflitto continua ad avanzare in uno spazio in cui non esistono né trattati né confini: quello della paura.
La frase pronunciata da Netanyahu, più ancora delle minacce televisive iraniane, contiene il senso di questa nuova fase della guerra, diventata personale: “L’Iran ha cercato di assassinare uno dei miei figli. Ecco perché la sicurezza non è un lusso”.
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