Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Giulio Meotti dal titolo: "Mohamsson, la ministra svedese e palestinese con la stella di Davide"

Roma. Simona Mohamsson è ila ministra svedese dell’Istruzione, nonché la leader dei Liberali al governo di Stoccolma. Il padre è un palestinese sunnita nato ad Haifa e che viveva nel campo profughi di Nahr al-Bared, vicino a Tripoli, nel nord del Libano. La madre è una libanese sciita. I suoi genitori arrivarono in Svezia passando per Amburgo, dove nacque la futura ministra. La famiglia si trasferì in Svezia quando Simona aveva otto anni e il padre cambiò anche il cognome di famiglia, Mohammed, in Mohamsson, per apparire più svedese.
Al dibattito tra i leader di partito organizzato dall’Expressen e per tutta la campagna elettorale in vista del voto del 13 settembre, Mohamsson si è presentata con una stella di Davide al collo. Non è ebrea, ma di famiglia musulmana (anche se oggi si definisce atea), e per metà è palestinese. “Indosso la stella di Davide per quei bambini che non osano farlo nella Svezia di oggi” ha detto la Mohamsson. La ministra ha anche accusato la sinistra di aver inviato lettere di supporto a prigionieri palestinesi condannati per attacchi terroristici che hanno ucciso civili israeliani.
“Penso che la sinistra debba essere ritenuta responsabile per aver inviato lettere d’amore a Hamas”, ha detto la Mohamsson. Un’occhiata rapida ai gruppi pro palestinesi sui social media fa accapponare la pelle. “Non riesco a credere che sia mezza palestinese”. “Satana in persona”. “Collare da cane, la catena invisibile al loro padrone”.
Un altro esempio arriva dalla politologa, oratrice e attivista Valley Ghanem, che, tra le altre cose, ha lavorato allo sviluppo del “piano d’azione della città di Malmö contro l’islamofobia”. Su Instagram, Ghanem scrive del ministro: “Che venga bruciata”.
Mohamsson è cresciuta e ha studiato a Göteborg, dove le sinagoghe sono state incendiate e attaccate. Conosce bene Malmö. Negli anni Settanta, la comunità ebraica di Malmö contava oltre duemila membri: oggi ne sono rimasti meno di cinquecento. Chi resta, nasconde la propria identità ebraica.
Il Centro Wiesenthal ha diramato un avvertimento a tutti gli ebrei che si recano in visita a Malmö: “Togliete i segni religiosi in pubblico e non parlate ebraico”. Niente stella di Davide. Di recente, i cinema di Malmö si sono rifiutati di ospitare il Jewish Film Festival. Di sette catene cinematografiche, neanche una sala della terza città svedese ha avuto il coraggio di organizzare un innocuo festival del cinema ebraico.
Petter Ljunggren, un giornalista svedese che voleva testare la vita degli ebrei a Malmö, ha indossato una kippah e una collana con la stella di Davide. Il risultato è un documentario per la televisione di un’ora e intitolato “Odiare gli ebrei a Malmö”. Nel quartiere simbolo dell’integrazione, Rosengard, contro Ljunggren sono state lanciate le uova dalle finestre. Alla fine, il giornalista è dovuto scappare e dismettere il copricapo ebraico.
Ma Malmö è solo un laboratorio anticipatore: ciò che lì avviene in forma concentrata è già in corso, in forme più diluite ma non meno drammatiche, nelle altre città europee. La scorsa settimana, un turista ebreo francese ha commesso l’imprudenza di passeggiare per Roma con una kippah in testa. E’ stato preso a calci a largo Torre Argentina. In un altro episodio avvenuto in Francia, una coppia ebrea al supermercato è stata avvicinata da un turista irlandese, che in video ha detto loro di essere dispiaciuto che “Hitler non abbia portato a termine il lavoro”. L’uomo li ha poi minacciati: “Andatevene via di qui, prima che vi spari un colpo in testa, OK?”.
No, non è affatto OK. Simona Mohamsson lo ha capito meglio di altri e il disastro antisemita ha il coraggio di indossarlo in pubblico.
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