Villa del seminario di Sacha Naspini, e/o, euro 19
“… a forza di volergli far paura gliela levavano. Cosa si può fare a un uomo che se lo minacci di morte ti guarda tranquillo? Gli mastichi le ossa ma l’anima non la tocchi, sicchè non vinci mai”
Autore di numerosi racconti e romanzi insigniti di premi prestigiosi, tradotto in oltre 50 paesi, Sacha Naspini è uno scrittore di talento che non si presta alle logiche commerciali ma ha la capacità di trasportare il lettore con una prosa essenziale dentro storie del passato, come pure di coinvolgerlo in racconti di una contemporaneità fatta di sofferenze e tribolazioni.
“Villa del seminario” è un romanzo storico che riporta alla luce fatti realmente accaduti rimasti nascosti per troppo tempo. Naspini ci fa conoscere una realtà poco indagata anche dalla storiografia: Grosseto, città natale dell’autore, è stata l’unica diocesi in Europa ad aver firmato un contratto d’affitto con un gerarca fascista per realizzare un campo d’internamento.
Siamo a Roccatederighi negli anni fra il 1943 e il 1944 e nel seminario del vescovo Galeazzi vengono rinchiusi un centinaio di ebrei italiani e stranieri destinati ad essere deportati nei campi di sterminio.
Benchè all’arrivo degli americani i materiali relativi alle vicende dei prigionieri e i documenti concernenti le responsabilità del monsignore fossero spariti la ricerca storica è riuscita a portare alla luce le dinamiche che si svolgevano attorno al seminario: si partiva dalla residenza estiva del vescovo che peraltro occupava alcune stanze, e si veniva inviati al campo di Fossoli. Da quel luogo di transito e di morte si veniva deportati al Nord soprattutto nel campo di sterminio di Auschwitz.
Questo lo scenario storico in cui si innesta una storia dolorosa di orrore e resistenza, costellata da personaggi nati dalla creatività dell’autore e da figure realmente esistite, criminali fascisti che si sono macchiati di gesta orribili.
“Cosa succede se da un giorno all’altro piazzano un campo d’internamento accanto a casa tua?”
Per rispondere a questa domanda e per raccontare questa vicenda dolorosa Naspini sceglie lo sguardo di René, un umile ciabattino, un uomo solitario già colpito dal destino che lo ha lasciato monco di tre dita al tornio e ora viene chiamato dai compaesani Settebello. E’ un uomo taciturno che non dà troppe confidenze, non ha veri amici se non Anna, la donna di cui è da sempre innamorato senza mai riuscire a dichiararsi e che vive nella stessa palazzina di René. Anna ha perso l’adorato figlio Edoardo, giovane partigiano ucciso dai tedeschi e ora la madre straziata dal dolore trova nella rivoluzione e nella lotta partigiana uno scopo per continuare la lotta armata scelta dal figlio.
A Le Case, borgo sperduto della Maremma toscana, la guerra ha il volto del freddo intenso di un inverno gelido, della fame che tormenta i corpi e l’anima e che colpisce soprattutto vecchi e bambini.
Gli eventi si susseguono inesorabili, gli Alleati premono da Sud e i fascisti iniziano a temere sviluppi nefasti. In questa fase della guerra la circolare che ordina l’arresto degli ebrei porta in paese una notizia che lascia tutti sgomenti: il seminario estivo del vescovo si trasforma in un campo di concentramento. Monsignor Galeazzi ha deciso di affittare la sua residenza estiva ai fascisti che la impiegano come campo di smistamento per gli ebrei della zona, per i partigiani e per i prigionieri politici.
Una sera Anna sparisce per seguire le orme del figlio e lascia a René le indicazioni per coprire la sua fuga continuando ad aprire la sua casa come se vivesse ancora lì… Intanto il ciabattino prosegue il suo lavoro ricevendo quasi ogni giorno la visita dei prigionieri del seminario che scortati dai militari gli portano scarponi da riparare.
Davanti a quei prigionieri, ebrei laceri e malnutriti, nessuno in paese muove un dito: l’indifferenza degli abitanti copre i misfatti dei criminali nazisti e fascisti.
Un nuovo gruppo di partigiani viene catturato e portato nella villa del vescovo per essere torturato affinchè emergano altri nomi e fra questi pare ci sia una donna. Potrebbe essere Anna?
Renè viene scoperto nel suo tentativo di coprire l’amica e trascinato in una cella del seminario dove subisce privazioni, umiliazioni e percosse.
A questo punto l’umile ciabattino che non ha mai dimostrato un particolare coraggio compiendo gesti eclatanti capisce che non può più rimanere indifferente e aderisce alla lotta partigiana non da eroe ma con gesti semplici eppure efficaci come aggiustare in malo modo gli scarponi dei soldati fascisti in modo da rendere difficoltose le azioni belliche. Durante la prigionia incontra il giovane e idealista Simone, un soldato che vorrebbe lasciare l’esercito, incapace di accettare le crudeltà messe in atto dai fascisti e dai nazisti.
Con l’avvicinarsi degli Alleati diventa imprescindibile distruggere tutti i documenti e cancellare le prove della presenza di quei prigionieri nel seminario che a questo punto vengono caricati su alcuni mezzi di trasporto per essere condotti al nord da dove poi saranno deportati nel campo di concentramento.
Una delle parti più intense e commoventi del libro è quella intitolata “Nel fitto” dove apprendiamo il destino di René e di altri partigiani e nel contempo siamo testimoni di gesti di grande coraggio e umanità in un mondo che pare aver perso il significato del valore della vita umana.
Nelle ultime pagine il racconto arriva a lambire gli anni Sessanta: i fascisti colpevoli hanno ottenuto l’amnistia e la memoria di quei fatti è annacquata e confusa con altre memorie nella più ampia tragedia del Novecento. E’ in queste pagine che René ritrova il giovane Simone, sposato e padre di un bambino, che ha conservato saldi gli ideali di un tempo e racconta a quell’umile ciabattino con cui ha condiviso momenti durissimi la vera storia di quei giorni.
Sacha Naspini tratteggia i personaggi, gli ambienti, le situazioni in modo magistrale e con uno stile diretto ed essenziale, senza mai eccedere in fronzoli letterari, conduce il lettore nei rifugi spartani dei partigiani, nei vicoli stretti del borgo maremmano, nelle prigioni abitate da prigionieri inermi e disperati dinanzi alla crudeltà di criminali fascisti privi di scrupoli.
“Villa del seminario” è una storia dal carattere universale, oltre che la testimonianza preziosa di fatti che sono stati dimenticati o ignorati per lungo tempo: un elogio alla memoria che è dovere di tutti conservare viva perché come scriveva Primo Levi “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare".
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