Il mondo deve rispondere a una domanda secca: perché sempre gli ebrei? Una partita di calcio, una pandemia, una crisi economica, una guerra, un assassinio, un incendio: prima o poi qualcuno trova sempre modo di dare la colpa agli ebrei
Analisi di Duvi Honig
Testata: israele.net
Data: 20/08/2026
Pagina: 1
Autore: Duvi Honig
Titolo: Il mondo deve rispondere a una domanda secca: perché sempre gli ebrei? Una partita di calcio, una pandemia, una crisi economica, una guerra, un assassinio, un incendio: prima o poi qualcuno trova sempre modo di dare la colpa agli ebrei

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo del Jerusalem Post di Duvi Honig dal titolo: "Il mondo deve rispondere a una domanda secca: perché sempre gli ebrei? Una partita di calcio, una pandemia, una crisi economica, una guerra, un assassinio, un incendio: prima o poi qualcuno trova sempre modo di dare la colpa agli ebrei. Da secoli vengono scagliate accuse assurde, che si contraddicono fra loro. Ma una civiltà che incolpa gli ebrei di tutto, alla fine non si assume la responsabilità di nulla"

Adesivo affisso su una pompa di benzina in Francia (Besançon, maggio 2026). Accanto alla caricatura stereotipata antisemita dell’avideo ebreo, la scritta: “È cara? Grazie, Israele!”

Scrive Duvi Honig: La Francia ha sconfitto il Marocco 2 a 0 nei quarti di finale dei Mondiali, nei pressi di Boston. Era una partita di calcio: 22 uomini, un pallone, 90 minuti. Secondo qualsiasi criterio razionale, il popolo ebraico non c’entrava nulla.

Eppure, nel giro di poche ore, assembramenti di folla in diverse città europee hanno iniziato a gridare: “Hamas! Hamas! Tutti gli ebrei alle camere a gas!”. Altri urlavano che gli ebrei sono “un cancro”.

Sono partiti lanci di bottiglie contro la polizia fino all’alba. Ne sono seguiti arresti all’Aia e ad Amsterdam, dove erano stati appiccati incendi. A Londra, sono scoppiati disordini in Edgware Road, con un agente di polizia colpito alla testa e sanguinante.

Da Rotterdam a Bruxelles, è venuto a galla lo stesso veleno.

Si rifletta un attimo sulla follia di tutto questo. Una squadra nordafricana perde una partita di calcio e il riflesso – il riflesso immediato e impulsivo – è quello di invocare l’uccisione degli ebrei.

Non si tratta di calcio. Non lo è mai stato.

Permettetemi di precisare, perché è importante essere corretti. La stragrande maggioranza dei tifosi marocchini si è addolorata per la sconfitta, è tornata a casa e non ha fatto del male a nessuno.

Il problema non è la nazionalità, l’etnia o la religione. Il problema è un’antica tradizione di odio che aspetta un qualunque pretesto, per quanto assurdo, per scatenarsi sempre contro lo stesso bersaglio.

Quella partita non ha generato l’odio. Lo ha semplicemente riacceso.

Forse è ora che il mondo smetta di chiedersi cosa si suppone abbiano fatto gli ebrei, e inizi a porsi una domanda ben più scomoda: perché sempre gli ebrei?

Una partita di calcio, una pandemia, una crisi economica, una guerra, un assassinio, un incendio nei boschi, un’elezione: in un modo o nell’altro, prima o poi qualcuno riesce sempre a dare la colpa agli ebrei.

Abbiamo visto lo stesso meccanismo dopo l’assassinio di Charlie Kirk (Orem, Utah, 10 settembre 2025 ndr). Prima ancora che gli investigatori avessero stabilito il movente, prima ancora che il sospettato fosse arrestato, prima che il pubblico conoscesse i fatti basilari, le teorie del complotto sono dilagate online, attribuendo la responsabilità a Israele o al Mossad.

Un’analisi ha rilevato che i post che promuovevano questa menzogna hanno totalizzato oltre 139 milioni di visualizzazioni nei cinque giorni successivi all’omicidio.

L’accusa si è diffusa più velocemente della caccia al colpevole. Il primo ministro israeliano si è trovato stato costretto a smentirla per due volte.

Non c’era niente di vero. Ma si è diffusa comunque. Perché la verità non è mai stata il punto. Il punto era la menzogna.

Vediamo all’opera questo schema da duemila anni.

Quando in Europa divampò la peste nera, gli ebrei furono accusati di avvelenare i pozzi e furono bruciate vive intere comunità ebraiche a causa di una pestilenza che le colpiva come tutti gli altri.

Durante l’Inquisizione spagnola, gli ebrei furono accusati di corrompere la fede e vennero espulsi, torturati, uccisi.

In Inghilterra come in Italia, comunità ebraiche locali pagarono con la tortura e la morte la calunnia dell’assassinio rituale di bambini cristiani.

Nei villaggi dell’Europa orientale arrivavano i cosacchi con le loro accuse e si lasciavano dietro fosse comuni di ebrei massacrati.

In Germania, gli ebrei vennero incolpati della sconfitta militare, dell’inflazione, della disoccupazione e dell’umiliazione nazionale: e il mondo ha visto fin dove possono arrivare le conseguenze di quelle accuse.

I miei nonni sono sopravvissuti a ciò che ha infine generato quella logica. Non scrivo di una storia lontana, scrivo di una storia della mia famiglia.

Ogni generazione crede che il proprio risentimento verso gli ebrei sia unico. Ogni generazione inventa un nuovo motivo di odio e lo accolla al bersaglio più antico.

La peste, la guerra, l’economia, il clima, l’assassinio, il risultato di una partita di calcio: l’accusa segue lo schema fisso, cambia solo il rigo in bianco da riempire. L’accusa cambia. Il bersaglio non cambia mai.

Si consideri come le accuse si contraddicano a vicenda.

Gli ebrei vengono incolpati sia del capitalismo che del comunismo. Sono accusati di controllare Wall Street e contemporaneamente di distruggere l’economia.

Vengono definiti globalisti e cosmopoliti senza radici e, allo stesso tempo, sono accusati di essere fedeli solo a Israele. Vengono ritratti come deboli parassiti e sanguisughe e al contempo come onnipotenti burattinai che controllano governi, media, università, banche, elezioni.

Queste accuse non possono essere tutte vere: non possono nemmeno coesistere logicamente.

Eppure sopravvivono, perché l’antisemitismo, l’odio pregiudiziale antiebraico, non si è mai basato su fatti e prove. Si basa sulla volontà di credere che la responsabilità è sempre di qualcun altro.

Vi sono circa 15 milioni di ebrei in un mondo di oltre otto miliardi di persone: meno dello 0,2% dell’umanità. Eppure questo minuscolo popolo viene regolarmente accusato di controllare nazioni, mercati, guerre e istituzioni in tutto il mondo.

La portata stessa dell’accusa dovrebbe di per sé rivelarne l’assurdità.

Se gli ebrei possedessero davvero lo straordinario potere che viene loro attribuito, la storia non sarebbe andata un po’ diversamente?

Gli ebrei sarebbero stati espulsi per secoli da un paese dopo l’altro? Sei milioni di loro sarebbero stati sterminati nella Shoah? Scuole e sinagoghe ebraiche di tutto il mondo avrebbero bisogno di guardie armate?

Israele, un paese non più grande del New Jersey (o di una regione italiana ndr), avrebbe trascorso gran parte della sua esistenza a lottare per il diritto di esistere?

La teoria del complotto crolla nel momento stesso in cui viene messa alla prova dalla realtà. (…)

Il problema profondo è il desiderio umano di sfuggire le responsabilità.

Dare la colpa agli ebrei è più facile che fare i conti con governi fallimentari. È più facile che ammettere la sconfitta militare. Più facile che riconoscere errori economici. Più facile che analizzare e affrontare corruzione, estremismo, insuccessi sociali.

Una civiltà che incolpa gli ebrei di tutto, alla fine non si assume la responsabilità di nulla.

Ho dedicato la mia carriera a costruire ponti attraverso il mondo degli affari, tramite la Orthodox Jewish Chamber of Commerce e la Multicultural Business Coalition, perché il commercio e lo sport dovrebbero essere grandi fattori di eguaglianza.

Sono luoghi in cui un marocchino, un francese, un ebreo, un cristiano, un musulmano possono competere, commerciare, costruire, vincere, perdere e continuare a riconoscere la reciproca umanità.

Quando una partita di calcio diventa il pretesto per slogan sulle camere a gas, ciò che si è rotto non è la partita, ma qualcosa dentro le persone che la guardano – e dentro le società che sentono quegli slogan e li trattano come una semplice notte di disordini.

Non è più solo una questione ebraica. È un test per la civiltà stessa.

La Shoah non è iniziata con le camere a gas. È iniziata con le parole. Con gli slogan. Con le voci infondate. Con le teorie del complotto.

Con persone comuni che si convincevano che gli ebrei erano responsabili di problemi che in realtà non avevano né creato né gestito.

È iniziata quando l’odio è stato ripetuto così spesso che l’assurdo ha cominciato a sembrare normale.

Ecco perché ogni slogan conta. Ogni menzogna conta. Ogni personaggio pubblico che la giustifica, ogni istituzione che la minimizza, ogni spettatore che fa spallucce si assume una parte di responsabilità per ciò che accadrà in seguito.

Ecco quindi la mia sfida a tutti coloro che additano gli ebrei come risposta per ogni perdita, tragedia o cospirazione: scrivete l’accusa in parole semplici e chiare.

Spiegate come una famiglia ebrea di Brooklyn, di Anversa o di Casablanca ha fatto segnare due gol alla Francia. Spiegate come hanno fatto gli ebrei a causare una pandemia, un crollo economico, un incendio boschivo, un assassinio.

Spiegate come fanno 15 milioni di persone a controllare segretamente un mondo di oltre otto miliardi.

Poi rileggete quello che avete scritto. Ha senso? Ha un minimo di logica? O è odio puro alla ricerca di un pretesto?

È ora che il mondo si guardi allo specchio. Non gli ebrei: il mondo.

Prima di incolpare di nuovo gli ebrei, ponetevi una domanda onesta: se questa accusa fosse rivolta a qualsiasi altro popolo sulla Terra, ci credereste?

Se la risposta è no, allora forse il problema non sono mai stati gli ebrei. Forse il vero problema è la disponibilità dell’umanità a credere a qualsiasi menzogna, per quanto contraddittoria o assurda, purché punti verso lo stesso antico bersaglio.

Ora basta. Abbiamo seppellito troppe generazioni sotto la stessa menzogna per fingere di non riconoscerne più il volto.

Chiamiamola con il suo nome, ovunque appaia, in qualunque lingua venga gridata e dietro qualunque rancore si nasconda.

Il mondo deve porre a se stesso una domanda secca: perché sempre gli ebrei? Finché non avrà il coraggio di rispondere, l’accusa continuerà a cambiare e il bersaglio rimarrà sempre lo stesso.

(Da: Jerusalem Post, 15.7.26)

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