Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Paolo Montesi dal titolo: "Iran sotto pressione, il regime stringe la morsa"
L’Iran entra nella seconda metà dell’estate con il regime sottoposto a una pressione economica, militare e sociale che sta modificando anche gli equilibri al vertice della Repubblica islamica. Il segnale più evidente arriva dal settore che da decenni garantisce a Teheran la principale fonte di valuta pregiata. Le esportazioni di petrolio si sono quasi arrestate e Kharg, l’isola del Golfo Persico attraverso la quale transita la grande maggioranza del greggio iraniano destinato all’estero, dall’inizio di agosto registra un’attività ridotta ai minimi. Il blocco navale americano ha reso estremamente difficile il movimento delle petroliere, costringendo Teheran anche a diminuire la produzione per evitare di saturare gli impianti di stoccaggio.
È uno dei punti più vulnerabili dell’economia iraniana. Il governo ha bisogno dei proventi energetici per finanziare le importazioni e sostenere un sistema economico già duramente provato dalle sanzioni e dalla guerra con Stati Uniti e Israele. La situazione è aggravata dalle difficoltà delle infrastrutture e da una crisi idrica che durante l’estate ha raggiunto livelli allarmanti. Alla fine di luglio le autorità della provincia del Khorasan Razavi hanno riferito che i quattro bacini che riforniscono Mashhad, seconda città del Paese, erano scesi complessivamente al 4 per cento della loro capacità, con appena 52 milioni di metri cubi d’acqua disponibili.
Il malessere sociale rappresenta ormai una variabile essenziale nelle decisioni del potere. Dopo le proteste scoppiate all’inizio dell’anno, le autorità hanno intensificato arresti, condanne e controlli. Amnesty International ha documentato più di seimila arresti arbitrari dall’inizio della guerra, il 28 febbraio, mentre l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha denunciato almeno 56 esecuzioni per reati legati alla sicurezza nazionale dal 19 marzo, 27 delle quali connesse direttamente alle proteste antigovernative. Oltre cento persone rischiano ancora la pena capitale.
La repressione assume quindi un significato politico preciso. Il regime sta affrontando contemporaneamente una guerra esterna e la possibilità che il deterioramento delle condizioni di vita riaccenda la contestazione interna. Il 12 agosto l’Unione europea e altri 26 Paesi hanno condannato congiuntamente le esecuzioni dei manifestanti e chiesto a Teheran di interrompere l’uso della pena di morte contro il dissenso.
È in questo quadro che va letto il riassetto dell’apparato militare e della sicurezza voluto dalla nuova guida suprema Mojtaba Khamenei. Il 10 agosto Mohsen Rezaei, 71 anni, storico comandante dei Guardiani della rivoluzione durante gran parte della guerra Iran-Iraq, è stato nominato segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Rezaei appartiene al nucleo più duro del sistema e ha assunto posizioni nettamente contrarie a concessioni agli Stati Uniti durante il conflitto.
Intorno a lui si consolida una squadra proveniente in larga misura dagli apparati militari. Ahmad Vahidi guida i Guardiani della rivoluzione, mentre Hossein Taeb è tornato alla guida dei Basij, la milizia utilizzata per il controllo del territorio e la repressione delle proteste. Secondo le analisi emerse nelle ultime settimane, le nuove nomine indicano la volontà di Khamenei di centralizzare il comando e preparare il Paese a un confronto prolungato con Washington e Gerusalemme, mantenendo contemporaneamente sotto stretta sorveglianza il fronte interno.
Anche lo Stretto di Hormuz, tradizionale strumento di pressione iraniano, resta al centro dello scontro. Il passaggio attraverso cui normalmente transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale continua a essere gravemente perturbato. Il 13 agosto gli Emirati Arabi Uniti hanno accusato l’Iran di avere attaccato una nave dell’ADNOC in transito nello stretto, il terzo episodio di questo genere denunciato in una settimana.
Il regime conserva dunque una notevole capacità militare e repressiva e sarebbe prematuro considerarlo prossimo al collasso. Proprio il rafforzamento degli uomini più legati agli apparati di sicurezza suggerisce però quanto Teheran consideri pericolosa la combinazione tra guerra, impoverimento, crisi energetica e insofferenza della popolazione. La partita decisiva potrebbe giocarsi sempre meno soltanto sul Golfo Persico e sempre più nelle città iraniane, dove la capacità dello Stato di garantire servizi, salari e sicurezza economica rischia di diventare il vero banco di prova della sopravvivenza della Repubblica islamica.
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