Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Alessandro Carmi dal titolo: "Canada. L’antisemitismo nei campus e gli studenti ebrei se ne vanno"
«Gli ebrei appartengono alla Polonia e devono tornarci». Non è una frase raccolta ai margini di una manifestazione estremista, bensì una delle testimonianze di studenti ebrei canadesi che raccontano ciò che sostengono di aver ascoltato nelle proprie università, anche da docenti. Un nuovo rapporto commissionato dal governo federale descrive un clima nei campus nel quale intimidazioni, esclusione sociale, negazionismo della Shoah e ostilità verso Israele e il sionismo stanno modificando concretamente la vita quotidiana degli studenti ebrei.
Il progetto Campus Antisemitism and Student Experiences (CASE), realizzato dall’Association for Canadian Studies, ha raccolto le risposte di 900 studenti ebrei tra novembre e dicembre 2025. Il 95,7 per cento ha dichiarato di avere vissuto o osservato almeno un episodio di antisemitismo nei dodici mesi precedenti, l’84 per cento considera l’antisemitismo un problema grave nel proprio campus e il 68 per cento giudica l’università un ambiente insicuro o poco inclusivo per gli studenti ebrei.
Le conseguenze vanno molto oltre il disagio. Il 72 per cento limita ciò che dice in aula sulla propria identità ebraica, il 57 per cento evita di mostrare simboli come la Stella di David o la kippah per ragioni di sicurezza e circa un quarto ha preso in considerazione l’idea di lasciare l’università. Più di sette studenti su dieci affermano inoltre che l’antisemitismo ha avuto conseguenze sulla propria salute psicologica.
Particolarmente delicato è ciò che accade nelle aule. Il 36 per cento degli intervistati riferisce di avere incontrato contenuti didattici o discussioni percepiti come antisemiti o fortemente pregiudiziali nei confronti di ebrei, Israele o sionismo. Il 34 per cento sostiene che alcuni docenti abbiano introdotto questi temi anche quando erano estranei alla materia insegnata. Circa un terzo ha inoltre avvertito pressioni ad adeguarsi alle opinioni del professore su Israele.
Le testimonianze raccolte dal rapporto sono spesso estreme. Uno studente racconta di avere sentito un professore definire Hitler «un eroe». Un altro riferisce che un docente avrebbe detto in aula che «gli ebrei appartengono alla Polonia». Una studentessa sostiene di avere ricevuto zero per un elaborato sulle violenze sessuali commesse durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e di essere stata invitata dal professore a concentrarsi invece sulle presunte responsabilità della polizia israeliana.
Altri studenti descrivono svastiche e scritte come «Tutti gli ebrei devono morire» nei bagni universitari, insulti rivolti a chi indossa la kippah, sputi, aggressioni fisiche, mezuzot strappate dalle porte dei dormitori e telefonate contenenti minacce di morte. Il 22 per cento degli intervistati dichiara di avere assistito spesso o occasionalmente a violenze fisiche contro ebrei nel proprio campus.
Uno dei capitoli più preoccupanti riguarda la Shoah. Il 45 per cento afferma di avere incontrato spesso o occasionalmente forme di negazione o distorsione dell’Olocausto, mentre la percentuale sale al 65 per cento includendo chi le ha incontrate almeno raramente. Tra le testimonianze figurano studenti che avrebbero sentito affermare che la Shoah fosse un’invenzione ebraica per ottenere denaro, paragoni tra israeliani e nazisti e accuse secondo cui gli ebrei esagererebbero lo sterminio per giustificare l’esistenza di Israele.
Il rapporto individua inoltre un problema istituzionale. Il 70 per cento degli studenti ritiene che la propria università non affronti seriamente l’antisemitismo. Solo un terzo ha denunciato formalmente l’episodio scelto come esempio nell’indagine e, tra coloro che lo hanno fatto, il 63 per cento si dichiara insoddisfatto della risposta ricevuta. Più della metà di chi ha rinunciato a segnalare l’accaduto afferma di averlo fatto perché convinto che sarebbe stato inutile.
Gli autori parlano di un fenomeno che in alcuni contesti ha assunto caratteristiche sistemiche, capace di condizionare la partecipazione degli studenti ebrei alla vita universitaria, le loro scelte accademiche e perfino il modo in cui manifestano la propria identità.
Il dato del 95,7 per cento va comunque letto tenendo conto della metodologia. Il campione è stato reclutato attraverso organizzazioni studentesche ebraiche e reti comunitarie e non è stato ponderato statisticamente; le testimonianze individuali, inoltre, rappresentano dichiarazioni degli intervistati e non risultano tutte verificate indipendentemente. Il rapporto resta però, secondo il governo canadese, la più ampia indagine nazionale finora realizzata sull’esperienza degli studenti ebrei nei campus.
A preoccupare maggiormente è forse ciò che gli studenti raccontano di avere cominciato a fare per proteggersi: togliere una collana, evitare una lezione, tacere durante una discussione, rinunciare a un’associazione o scegliere con cautela a chi dire di essere ebrei. Quando un’università induce una parte dei suoi studenti a nascondere la propria identità per sentirsi al sicuro, il problema ha già superato ampiamente il confine della polemica politica.
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