Arabia Saudita, Pakistan e Turchia firmano il patto di difesa: cosa cambia per Israele e Usa
Commento di Paolo Crucianelli
Testata: Il Riformista
Data: 11/08/2026
Pagina: 1
Autore: Paolo Montesi
Titolo: Arabia Saudita, Pakistan e Turchia firmano il patto di difesa: cosa cambia per Israele e Usa

Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Paolo Crucianelli dal titolo: "Arabia Saudita, Pakistan e Turchia firmano il patto di difesa: cosa cambia per Israele e Usa"

L'alleanza militare sunnita tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan – Analisi Difesa

Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato oggi il “Mecca Joint Defence Agreement”, un accordo di mutua difesa che stabilisce un principio semplice quanto vincolante sulla carta: un attacco armato contro uno dei tre firmatari sarà considerato un attacco contro tutti. Mohammed bin Salman, Recep Tayyip Erdogan e Shehbaz Sharif hanno siglato l’intesa mentre la regione resta scossa dall’escalation apertasi il 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran: da allora Teheran e i suoi alleati bombardano Arabia Saudita e altri Stati del Golfo e ne bloccano le rotte energetiche. Il patto si innesta su un accordo bilaterale già esistente, quello siglato da Riyadh e Islamabad nel settembre 2025 dopo lo strike israeliano su Doha, che aveva portato l’ombrello nucleare pakistano dentro l’equazione mediorientale. Da allora il Pakistan ha già dispiegato in Arabia Saudita circa ottomila soldati, caccia, droni e sistemi di difesa aerea.

Un funzionario turco ha definito l’intesa “puramente difensiva, non diretta contro alcun attore specifico”. È la dichiarazione che ci si aspetta da qualsiasi trattato di questo tipo, ma non basta a dissolvere l’interrogativo più scomodo che il patto pone: cosa significa, per Israele e per gli Stati Uniti, vedere Ankara entrare in un’architettura di difesa collettiva con due partner storici di Washington nel Golfo?

Il nodo è la Turchia, ed è qui che la lettura anti-israeliana smette di essere un’illazione per diventare un dato documentato. Erdogan ospita dal 2011 esponenti di vertice di Hamas, ha più volte rifiutato pubblicamente di qualificare l’organizzazione come terroristica, ne ha rivendicato il sostegno “fermo” definendola movimento di resistenza, e ha accostato Netanyahu a Hitler, Mussolini e Stalin. L’appartenenza turca alla Nato, di per sé, dice poco sull’affidabilità reale di Ankara: è un’eredità della Guerra Fredda, non una scelta ideologica di Erdogan, che la sfrutta come leva di proiezione regionale senza mai averla realmente interiorizzata come appartenenza di valori. Il risultato è un Giano bifronte permanente, capace di sedersi al tavolo Nato la mattina e di difendere pubblicamente Hamas la sera, secondo la convenienza tattica del momento più che secondo una linea coerente.

Proprio questa incoerenza rende il nuovo patto difficile da liquidare come semplice risposta difensiva all’Iran. Se lo scopo fosse solo quello, la presenza turca sarebbe un’anomalia: Ankara non è stata bersaglio degli attacchi iraniani e ha anzi mantenuto con Teheran una relazione fatta di rivalità e cooperazione tattica, non di ostilità aperta. La sua partecipazione si spiega meglio come proiezione di influenza in un vuoto lasciato da un alleato americano percepito, dai monarchi del Golfo, come sempre meno affidabile dopo l’attacco israeliano a Doha del settembre scorso. In questo senso il patto racconta due cose insieme: la ricerca saudita di garanzie concrete contro le bombe iraniane, e l’ingresso di un attore strutturalmente ambiguo verso Israele e opportunista verso l’Occidente in un’alleanza che tocca da vicino gli interessi di sicurezza sia di Gerusalemme sia di Washington.

Nessuno dei tre firmatari ha reso pubblici gli obblighi operativi effettivi dell’accordo, e questa opacità lascia aperta ogni interpretazione. Ma la domanda che Israele e Stati Uniti dovranno porsi non è tanto se il patto sia “contro” di loro nelle intenzioni dichiarate, quanto se possano permettersi di ignorare che uno dei tre garanti reciproci di questa nuova architettura è lo stesso Paese che, da quindici anni, offre rifugio politico e diplomatico a un’organizzazione che Washington, Gerusalemme e l’Occidente tutto considerano terrorista.

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