Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Alessandro Carmi dal titolo: "Minacce di morte agli israeliani, il video prova in tribunale"
Il video che aveva scioccato l’Australia e il mondo entrerà nel processo. La Corte d’appello del New South Wales ha stabilito che la registrazione integrale della conversazione tra due ex operatori sanitari dell’ospedale di Bankstown, a Sydney, e il content creator israeliano Max Veifer potrà essere utilizzata come prova. Decisione questa che ribalta la sentenza del tribunale di primo grado, che aveva accolto le obiezioni della difesa sulla presunta illegittimità della registrazione. A questo punto il processo dovrebbe iniziare entro la fine del mese.
I due imputati, Ahmed “Rashad” Nadir e Sarah Abu Lebda, infermiere e infermiera, erano diventati un caso internazionale dopo la diffusione del filmato, registrato durante una videochiamata. Quando Veifer aveva detto di essere israeliano, Nadir aveva risposto augurandogli la morte e l’inferno: «Alla fine sarai ucciso e andrai all’inferno, se Dio vuole». Abu Lebda era intervenuta subito dopo affermando che la Palestina era la sola legittima proprietaria della terra e insultando pesantemente l’interlocutore.
Le frasi successive avevano provocato un’ondata di indignazione. Nadir aveva lasciato intendere di avere già mandato «molti israeliani all’inferno», mentre Abu Lebda aveva dichiarato apertamente: «Non li curerò, li ucciderò». Entrambi erano stati immediatamente sospesi e successivamente radiati dal servizio sanitario.
Uno dei nodi giuridici centrali riguardava il luogo in cui la registrazione era stata effettuata. Secondo la difesa, il video violava le norme sulla privacy del New South Wales perché le voci degli imputati erano state registrate in Australia. La procura ha invece sostenuto che la registrazione era stata effettuata in Israele, dove si trovava Veifer durante la conversazione, e che quindi non ricadeva nella normativa australiana invocata dagli avvocati. La Corte d’appello ha dato ragione all’accusa. Le motivazioni complete restano per ora riservate alle parti perché potrebbero contenere elementi coperti da divieti di pubblicazione.
Secondo quanto riferito dalla ABC australiana, la procura aveva insistito sul fatto che senza il video sarebbe stato molto più difficile ottenere una condanna. Soltanto la registrazione, infatti, consente alla giuria di valutare non solo le parole pronunciate, ma anche il tono della voce, le espressioni del volto e i gesti degli imputati.
La vicenda aveva suscitato enorme allarme nella comunità ebraica australiana, già colpita negli ultimi anni da una forte crescita degli episodi antisemiti. Il caso aveva riaperto il dibattito sulla neutralità del personale sanitario e sulla necessità di garantire che ogni paziente riceva cure senza discriminazioni, indipendentemente dalla sua nazionalità o dalla sua identità ebraica.
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