Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Livia Ottolenghi dal titolo: "Colpevoli di essere ebrei"
Gli ebrei italiani vivono ormai in una situazione di estrema incertezza segnata sempre più da un pericolo costante, palpabile e visibile: limitarsi a parlare di un clima velenoso significasminuire, insultare la realtà dei fatti. Non c’è contingenza pubblica, religiosa e anche privata in cui ogni istituzione
ebraica o singola famiglia non debba pensare alla sicurezza, a mettersi al riparo da possibili contestazioni, insulti, invettive, minacce, violenze. Lo abbiamo visto con chiarezza nei giorni scorsi con ciò che è avvenuto al termine del campeggio estivo del Bnei Akiva nei pressi di Sofia in Bulgaria.
Si chiamano minacce antisemite, sono episodi che continuano a ripetersi in un crescendo sempre più preoccupante. Prima ancora dell’evidenza sottolineata dai dati ufficiali raccolti regolarmente dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane e dalla Fondazione Cdec – che segnalano una forte recrudescenza dell’antisemitismo e dell’antisionismo purtroppo non più solo sulle piattaforme social – sono gli ebrei stessi ad esserne coscienti, a sentire sulla propria pelle questo continuo stato di allerta. Certo, non è la prima volta che accade. Certo, ci sono corsi e ricorsi. Tuttavia, questa volta, la virulenza che registriamo è – pur in uno stato democratico – assoluta e totalizzante. L’episodio del campeggio di una delle organizzazioni giovanili ebraiche vicino Sofia ne è un’ulteriore riprova. Vengono colpiti i nostri giovani, le future generazioni di italiani che purtroppo non possono fare a meno di essere protetti per trascorrere qualche giorno insieme. L’onda lunga della situazione in medio oriente viziata dalla demagogia più spudorata, dalle falsità più grossolane, dalle ideologie nefaste a senso unico, da una propaganda ripugnante, e anche da un attacco teologico all’ebraismo stesso hanno riportato il capitano ebreo Dreyfus sul banco degli accusati. Il cosiddetto Tribunale della storia di questi mestatori di anime ha decretato che tutti gli ebrei sono sempre colpevoli. La complessità non è più di moda, sopraffatta dalla univocità, la ragione ha lasciato il posto al pregiudizio a ogni costo, i fatti sono stati obliterati per far spazio al complottismo, al rovesciamento della storia, alle fake news. Oggi è di moda il test ideologico per essere ammessi al tavolodel confronto: al contrario si resta fuori. “Dimmi prima come la pensi, poi parliamo”: lo dimostrano alcuni talk-show, certi media, i social detonatori dell’insulto e dell’odio sistemico. La parola sionista è diventata un insulto, la cartina di tornasole dell’essere (finti) democratici. Ma è una semplice scusa per colpire gli ebrei, qualunque sia la loro posizione storica o quella nei confronti del governo di Israele. Come un tempo basta essere ebrei. L’antisemitismo che oggi subiamo mischia caratteri antichi e caratteri nuovi: una specie di Idra che moltiplica le sue teste a dismisura. La lista di atti prodotti da questo mostro è lunga e cresce ogni giorno di più, ma al tempo stesso temo stia scemando la reazione, la capacità di mobilitazione della società civile. Perché – occorre ricordarlo – l’antisemitismo non riguarda solo gli ebrei ma l’intero convivere democratico. Non c’è società civile e libertà se esiste e cresce questo mostro dell’antisemitismo. Va battuto politicamente, ideologicamente, culturalmente, così come in tempi passati l’Italia ha saputo sconfiggere altri mali. Per questo mi auguro che il ddl sull’antisemitismo in discussione alla Camera sia approvato rapidamente e con larga maggioranza. Nella sua versione già licenziata al Senato: perché questa non reprime, non commina pene, non impedisce le critiche. E soprattutto non deve essere vissuto come un atto coraggioso, al contrario è un atto doveroso.
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