Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE la cronaca di Rosa Davanzo dal titolo: "Boy George con Israele: We Will Dance Again"

La star dei Culture Club dedica un nuovo brano alle vittime del 7 ottobre e accusa il mondo della musica di aver dimenticato il massacro di Hamas
Boy George ha scelto una canzone per dire quello che, nel mondo dello spettacolo internazionale, sempre meno artisti sembrano disposti a sostenere apertamente. Il cantante britannico ha pubblicato sui social Od Nirkod (We Will Dance Again), un brano in stile reggae dedicato alle vittime del 7 ottobre e alla memoria del massacro compiuto da Hamas, accompagnandolo con una semplice parola, “Shalom”. Il pezzo, al momento, non risulta disponibile sulle principali piattaforme di streaming.
Il messaggio è esplicito fin dalle prime battute. “Voi dite genocidio, io dico guerra”, canta Boy George, che contesta l’accusa rivolta a Israele e punta soprattutto contro quello che definisce il “ricordo selettivo” di quanti parlano della guerra a Gaza cancellando dalla discussione pubblica ciò che accadde il 7 ottobre 2023.
Il riferimento più doloroso riguarda il massacro al festival Nova, dove centinaia di giovani furono uccisi durante l’attacco terroristico. Boy George ricorda anche le violenze sessuali commesse quel giorno e accusa una parte del mondo musicale di adeguarsi alle parole d’ordine più diffuse nelle piazze e sui social. “Musicisti che sventolano bandiere, ripetendo parole come un gregge di pecore”, canta in uno dei passaggi più duri, evocando una propaganda alimentata dalla rete.
Il titolo stesso, Od Nirkod, “danzeremo ancora”, riprende una delle espressioni diventate simbolo della comunità del Nova dopo il massacro. Nel ritornello la promessa viene ripetuta più volte e si accompagna all’auspicio che un giorno la guerra finisca. Il cantante rivendica poi apertamente la propria solidarietà con gli ebrei, spiegando di considerarla una semplice questione di umanità. Il brano si chiude persino con alcune parole in ebraico.
La presa di posizione ha immediatamente provocato reazioni molto dure sui social e sulla stampa internazionale. Le accuse contro Boy George si concentrano soprattutto sul suo rifiuto di definire genocidio la guerra condotta da Israele a Gaza, mentre organizzazioni internazionali e per i diritti umani hanno formulato in questi anni pesanti accuse contro lo Stato ebraico. Il termine resta al centro di una battaglia politica e giuridica internazionale, oltre che di un procedimento tuttora aperto davanti alla Corte internazionale di giustizia.
Per Boy George, del resto, lo scontro intorno a Israele era cominciato già prima dell’uscita del nuovo brano. Nei mesi scorsi, durante la sua partecipazione all’Eurovision 2026 insieme a Senhit per San Marino, l’ex frontman dei Culture Club aveva respinto le pressioni di chi chiedeva l’esclusione di Israele dalla competizione. Cinque Paesi avevano boicottato l’edizione di Vienna proprio in seguito alla decisione dell’European Broadcasting Union di consentire la partecipazione israeliana.
In aprile il cantante aveva spiegato di avere amici ebrei fin dall’adolescenza e aveva rivolto ai suoi critici una domanda molto semplice. Davvero, per dimostrare di avere dei principi, avrebbe dovuto voltare le spalle ai propri amici ebrei? “Questo non accadrà mai”, aveva risposto. In quella stessa occasione aveva precisato di sentirsi profondamente legato agli ebrei, pur evitando allora di identificare quella vicinanza con un sostegno politico a Israele.
Con We Will Dance Again quella cautela sembra ormai superata. Boy George entra direttamente nella disputa sulla guerra, sul 7 ottobre e sul modo in cui una parte dell’opinione pubblica occidentale ha scelto di ricordarne soltanto alcuni capitoli. È una scelta destinata probabilmente a costargli nuove contestazioni in un ambiente musicale nel quale le iniziative contro Israele si sono moltiplicate.
A 65 anni, l’artista che negli anni Ottanta trasformò Karma Chameleon in uno dei simboli della cultura pop britannica sembra aver deciso che il prezzo vale la pena di essere pagato. E affida la sua risposta a una frase nata nel luogo in cui, il 7 ottobre, la musica si trasformò in una strage. Danzeremo ancora.
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