New York ha ospitato criminali di guerra di tutto il mondo per 80 anni senza fare una piega (come da accordi con l’ONU)
Articolo del Jerusalem Post
Testata: israele.net
Data: 21/07/2026
Pagina: 1
Autore: Jerusalem Post
Titolo: New York ha ospitato criminali di guerra di tutto il mondo per 80 anni senza fare una piega (come da accordi con l’ONU)

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo del Jerusalem Post dal titolo: "New York ha ospitato criminali di guerra di tutto il mondo per 80 anni senza fare una piega (come da accordi con l’ONU). Ora il sindaco Mamdani sostiene che New York dovrebbe applicare il diritto penale internazionale contro i capi di stato in visita. Ma guarda caso, sulla sua lista c’è un solo nome (quello dell’ebreo)"

 

Scrive Zvika Klein: Ogni settembre, dei cortei di auto si riversano a Turtle Bay. Per una settimana, Manhattan ospita il più grande raduno annuale al mondo di persone accusate di crimini di guerra.

Arrivano col passaporto diplomatico, sfilano davanti agli sbarramenti sulla First Avenue, parlano al mondo dal podio di marmo verde e tornano a casa in aereo.

Zohran Mamdani

New York assiste a questa processione da decenni senza che un singolo sindaco abbia mai proposto di interromperla.

Finora.

La scorsa settimana, Zohran Mamdani ha dichiarato al New York Times che Benjamin Netanyahu “dovrebbe finire all’Aia” [sede della Corte Penale Internazionale] e ha affermato che la sua amministrazione intrattiene “colloqui attivi” con l’ufficio legale della città sul fatto di ordinare alla polizia di New York di arrestare il primo ministro israeliano quando arriverà per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Bene. Prendiamo il sindaco in parola.

Se il principio ispiratore è che New York debba applicare il diritto penale internazionale contro i capi di Stato in visita, allora deve fornire al pubblico il resto della sua lista. Al momento, vi compare un solo nome.

Dov’era il principio ispiratore nel settembre 2023, quando l’ormai defunto presidente iraniano Ebrahim Raisi si rivolse all’Assemblea Generale? Raisi faceva parte della commissione di morte che nel 1988 mandò alla forca migliaia di detenuti politici iraniani. Per questo era soggetto a sanzioni statunitensi.

19 settembre 2023, New York. Il presidente iraniano Ebrahim Raisi parla all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Ottenne il visto, tenne il suo discorso e tornò a casa in aereo. Non ricordo un solo politico di New York che abbia suggerito alla polizia di New York di andare ad accogliere Ebrahim Raisi all’aeroporto.

Dov’è il principio ispiratore per il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che si reca a New York ogni autunno mentre le organizzazioni per i diritti umani documentano ciò che le sue forze e i loro alleati hanno fatto ai curdi nel nord della Siria?

Dov’era per Mahmoud Ahmadinejad, il predecessore di Raisi alla presidenza dell’Iran, che anno dopo anno ha usato il podio delle Nazioni Unite per negare la Shoah mentre il suo regime armava gli assassini di israeliani e americani?

E dov’è il presidente russo Vladimir Putin, nella lista del sindaco?

Su Putin pende un mandato d’arresto per il rapimento di bambini ucraini, emesso dalla stessa Corte evocata da Mamdani.

Il presidente sudanese Omar al-Bashir trascorse un decennio sotto mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale per genocidio, un’accusa che non viene mossa contro Netanyahu.

Nel 2013 Omar al-Bashir domandò e ottenne il visto per partecipare all’Assemblea Generale. La classe politica di New York non chiese il suo arresto. A malapena si accorse di lui.

In effetti, c’è un capo di Stato ricercato che in questo momento si trova in una cella di un carcere di New York. Nicolás Maduro, presidente del Venezuela fino a gennaio, è in custodia federale nella città in attesa di processo con l’accusa di narco-terrorismo, dopo che le forze americane lo hanno prelevato da Caracas.

Qualunque cosa si pensi di quell’operazione, si osservi il meccanismo: una incriminazione federale, redatta da pubblici ministeri americani in base alla legge americana, applicata dal governo americano.

Quando gli Stati Uniti decidono che un leader straniero deve comparire in tribunale, dispongono degli strumenti necessari. L’ufficio del sindaco di New York non è tra questi.

Il che ci porta alla questione giuridica.

L’Accordo del 1947 sulla sede delle Nazioni Unite obbliga gli Stati Uniti ad accogliere i leader del mondo in visita all’ONU.

Né gli Stati Uniti né New York sono firmatari dello Statuto di Roma [che ha istituito la Corte Penale Internazionale].

E nessuno Stato nella storia, pienamente sovrano o meno, ha mai eseguito un mandato d’arresto internazionale contro un capo di governo in carica. Mai.

Lo iugoslavo Slobodan Milošević e Omar al-Bashir sono stati portati davanti ai giudici solo dopo aver perso il potere.

Quando Putin ha visitato la Mongolia, paese membro della Corte Penale Internazionale legalmente tenuto ad arrestarlo, è stato accolto con tutti gli onori.

Il Sudafrica e la Giordania, entrambi paesi membri della Corte Penale Internazionale, hanno lasciato che Omar al-Bashir entrasse e uscisse liberamente.

Mamdani crede che il suo commissario di polizia riuscirà dove Stati sovrani, vincolati da un trattato, si sono rifiutati anche solo di provarci.

Lo sa benissimo, ovviamente. Lui stesso ha ammesso al New York Times di non essere sicuro d’averne l’autorità, e ha promesso: “Non scriveremo apposta le nostre leggi”.

Questa ammissione dice tutto.

Ciò che rimane, una volta ammessa l’impossibilità giuridica, è uno show teatrale messo in scena per il suo pubblico interno.

Un copione che prevede una ben precisa fantasia: il leader eletto dell’unico stato ebraico al mondo ammanettato in una strada di New York, mentre gli uomini che hanno gassato i siriani e seppellito i rohingya nelle fosse comuni si dirigono in corteo di auto verso la sede delle Nazioni Unite.

Un consiglio ai diplomatici e agli intellettuali tentati di liquidare la questione come semplice chiacchiera locale.

Il diritto internazionale si fonda sulla convinzione che valga per tutti, altrimenti non protegge nessuno.

Ogni volta che il suo linguaggio viene sfruttato per uno show discriminatorio, perde un po’ di valore. E alla fine a pagarne il prezzo saranno le vittime: coloro che avrebbero bisogno che significhi davvero qualcosa.

Un regime sui crimini di guerra che opera contro un solo Stato, e solo contro quello, è qualcosa di molto più antico del diritto internazionale: è una discriminazione che si è semplicemente messa addosso la toga da giudice.

Quindi, ecco una proposta avanzata in perfetta buona fede.

Signor Sindaco, pubblichi la lista.

Elenchi tutti i leader incriminati, o oggetto di accuse credibili, che la polizia di New York intende arrestare al loro ingresso in città, e si impegni con questa lista entro settembre.

Aggiunga il nome di Putin, e allora potremo almeno iniziare una discussione seria su quel principio. Aggiunga anche Erdogan, già che c’è: anche lui sarà in città.

Ma sospetto che la lista rimarrà con un solo nome.

Gi abitanti di New York, la città che ospita la più grande comunità ebraica al di fuori di Israele, ne traggano le loro conclusioni sul perché.

(Da: Jerusalem Post, 19.7.26)

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