Estratti dal libro di Angelo Pezzana 'Dentro e Fuori' - Sperling &
Kupfer Editori 1996 - a cura dell'Avv. Alberto Frisia, con il consenso dell'autore
Angelo Pezzana, nato nel 1940, politico e giornalista italiano, già parlamentare radicale,
cofondatore del Fuori, è un combattente storico nella battaglia per i diritti umani.
"A Mosca, Sergej Paradžanov era una delle classiche spine nel fianco del potere
comunista sovietico. Nato nel 1924 in Georgia da genitori armeni, aveva esordito nella
cinematografia a metà degli anni '50, raccontando con immagini visionarie di grande
originalità artistica i miti e le leggende georgiane, armene e ucraine. Il potere brezneviano
- al pari di quelli che lo avevano preceduto - mal digeriva quell'autore indipendente e
amaro, difficilmente piegabile al pattume del realismo socialista.
Nel 1974 Paradžanov - che era anche apprezzato pittore e sceneggiatore - fu arrestato
secondo il dettato dell'art. 121 del Codice Penale sovietico, accusato di "incitamento al
suicidio, traffico di valuta estera, diffusione di malattie veneree (!), omosessualità e traffico
di oggetti d'arte", e condannato a cinque anni di lavori forzati. Era del resto consuetudine
del KGB utilizzare l'art. 121 per eliminare i dissidenti. L'accusa di essere un omosessuale
calava come una mannaia sulla testa di migliaia di cittadini, il cui destino si perdeva in
qualche prigione sconosciuta dell'impero sovietico, senza che nessuna voce si alzasse
mai in loro difesa, senza che nessuna protesta si facesse sentire.
Nel 1977 Carlo Ripa di Meana, allora uno dei garofani all'occhiello di Bettino Craxi,
presiedeva la Biennale del Dissenso di Venezia, che aveva in programma i film di
Paradžanov. Ripa di Meana, che professava una feroce ostilità per i comunisti, mostrò di
apprezzare la mia proposta (Pezzana aveva deciso di andare da solo a Mosca - n.d.r.) e
mi autorizzò a parlare a nome della manifestazione veneziana.
Ancor oggi mi rimprovero di essere stato così ingenuo da non chiedergli di mettere tutto
nero su bianco.
Cominciai così a preparare il viaggio pensando di partire con un gruppo organizzato (otto
giorni a Mosca per 365.000 lire) ma commisi un'imprudenza: telefonai a Piero Ostellino,
allora corrispondente a Mosca per il Corriere della Sera e vecchio amico degli anni di
scuola (avevamo frequentato lo stesso liceo) annunciandogli il viaggio e i miei propositi e
chiedendogli l'elenco dei corrispondenti esteri nella capitale sovietica. Alla fine della
conversazione Piero mi fece: "Dimenticavo di dirti che qui a Mosca abbiamo tutti il telefono
sotto controllo. Credo che a questo punto le autorità sovietiche conoscono le tue
intenzioni". Caddi dalle nuvole. Non ero mai stato in URSS e non immaginavo nemmeno
lontanamente il clima di sospetto e cautela in cui vivevano i giornalisti stranieri, le cui case
e uffici erano tenuti costantemente sotto controllo".
Riassumo il seguito, sintetizzando:
- All'arrivo la valigia di A.P. viene passata ai raggi X, senza intoppi (dovettero sostituirgli il
"tubetto della pasta dentifricia, che avevano svuotato immaginando di trovare al suo
interno chissà quale marchingegno imperialista").
- Avvertita la stampa estera Pezzana scrive: "Mentre i giornalisti italiani si dimostrarono
imbattibili per indifferenza, due giornaliste americane, soprattutto la prima dell'UPI (United
Press International), mentre l'altra era di AP (Associated Press), mi garantirono il loro
appoggio e la copertura delle relative agenzie di stampa".
N.d.R: Dopo un incontro con Sacharov a proposito dell'art. 121 del Codice Penale russo e
della condizione degli omosessuali in Unione Sovietica, vittime di quell'articolo, Pezzana,
continuamente pedinato nei suoi giri per Mosca, prepara il suo programma:
"L'ultima sera prima che il mio gruppo partisse per Leningrado comunicai a tutti i giornalisti
che il mattino dopo avrei tenuto una conferenza stampa nella hall del mio albergo. La
notte, mentre il mio compagno di stanza dormiva, mi sedetti in un angolo della camera e
con il pennarello, sull'asciugamani in lino di mia madre, scrissi in inglese: "Abbasso
l'articolo 121 del Codice Penale. Libertà per Paradžanov". Poi con ago e filo portato
dall'Italia attaccai una fettuccina a un lato in modo da potermelo mettere al collo, e il
mattino successivo, con l'asciugamano sotto il giaccone di montone, scesi nella hall
dell'albergo National dove mi aspettavano una quindicina di giornalisti (tra i quali, manco a
dirlo, nessun italiano) e molti fotografi. Qualificandomi come un rappresentante della
Biennale del Dissenso e del gruppo parlamentare del Partito Radicale, spiegai i motivi
della mia presenza a Mosca, dell'infamia della persecuzione degli omosessuali e del caso
Paradžanov.
La conferenza stampa si chiuse rapidamente quando, dal fondo della sala, vidi venirmi
incontro dei funzionari dei servizi segreti che, in tono alterato, cominciarono a chiedermi
cosa stessi facendo. Spiegai che stavo parlando con degli amici giornalisti, cosa del tutto
legale, perfino in Unione Sovietica. La tensione cominciò a crescere e capii che mi restava
a disposizione solo una manciata di minuti, se non di secondi. Chiesi ai giornalisti di
seguirmi in strada, e come varcai la porta girevole dell'albergo, vidi due macchine nere
che stazionavano li davanti, mentre i funzionari del KGB, che mi stavano sempre attorno,
presero a strattonarmi. Non avevo più tempo. Con uno scatto aprii il giaccone e mostrai il
panno con lo scritto di protesta. Fu un attimo di panico. Gli "angeli custodi" dei servizi
segreti non si aspettavano questa mossa e reagirono con ritardo dando cosi tempo ai
fotografi di immortalarmi. (Solo la fotografa/giornalista del New York Times fece in tempo a
farmi delle fotografie; una cronaca usci in prima pagina). Solo dopo il primo attimo di
stupore mi strapparono l'asciugamano di lino dal collo e mi spintonarono dentro una delle
due autovetture partendo a gran velocità. Ma quello che dovevo e volevo fare l'avevo fatto.
In quel momento mi pareva l'unica cosa che davvero importasse. La macchina dove mi
avevano fatto salire procedeva verso una direzione per me del tutto ignota. Alla fine del
viaggio, ci fermammo davanti a un palazzone orribile che seppi poi essere la sede del
KGB. Ad attendermi c'era un'interprete, una donna molto gentile che parlava un ottimo
italiano. Fui portato con lei in una stanza.
"Adesso sarà interrogato dai servizi segreti per sapere perché si è comportato in questo
modo", mi annunciò la donna, che mostrò di conoscere molto bene il nostro Paese. Alla
fine, incuriosita mi chiese: "Ma perché è qui?". Le spiegai il motivo di quel blitz di protesta.
"Bravo!", mi confortò. "Ha fatto benissimo! È una cosa vergognosa che in Unione Sovietica
si reprimano gli omosessuali. lo ho molti amici che vivono nel terrore di finire in galera".
Fui condotto in una sala enorme. Di nuovo mi sembrava di essere in un film di spie. Le
pareti erano coperte di boiserie e al centro della stanza c'era solo un enorme tavolo art
déco, a un capo del quale, molto distanti da me, erano seduti otto uomini. Uno solo prese
a interrogarmi parlando in un microfono:
- Chi la manda?
- Nessuno. Sono membro di un partito rappresentato nel Parlamento italiano.
- Per quali scopi è venuto a provocare l'Unione Sovietica?
- lo sono qui con intenti pacifici. Ho dimostrato in favore di un uomo di cultura che voi
avete imprigionato e condannato con l'accusa di omosessualità, come se l'omosessualità
fosse un'arma da usare contro un dissidente.
- Queste sono le sue idee e già le conosciamo - fece il funzionario mostrando una certa
insofferenza - ci dica di quale gruppo fa parte e quali sono i suoi collegamenti.
Mi venne da ridere: - Non ho nessun collegamento. Ho solo parlato con i corrispondenti
stranieri perché volevo informarli di quello che stavo facendo. È la stessa attività politica
che svolgo abitualmente nel mio Paese, dove c'è un sistema democratico che mi
protegge.
Se avevo esagerato un poco, lo avevo fatto per una giusta causa.
- Lo sa che con il suo gesto si è giocato la possibilità di tornare in Unione Sovietica?
- Questo lo dice lei. Quando le forme repressive saranno abolite e quando l'Unione
Sovietica diventerà un vero Paese democratico tornerò, stia sicuro. Eccome se tornerò!
Alla fine dell'interrogatorio, fui fatto uscire e caricato su una macchina. Di nuovo nella
nebbia. Di nuovo nel vuoto. La campagna che scorreva tutt'attorno mi pareva infinita e
minacciosa. Viaggiavo con un autista e un altro uomo che masticava un po' di italiano, e al
quale chiesi dove mi stessero portando.
- Qui vicino, in un posto dove verrà trattenuto - fece quello, dimostrandosi poco incline ad
entrare nei dettagli.
Mi vedevo già in qualche gulag siberiano mentre affollati cortei di protesta percorrevano le
strade di Torino e Roma chiedendo la mia liberazione. Per fortuna le cose andarono
diversamente. Durante il tragitto, tra un carattere cirillico e l'altro, intravidi la sagoma di un
aereo disegnata su un cartello stradale, il che mi fece pensare che ci stavamo dirigendo
verso l'aeroporto e che quindi ero prossimo all'espulsione.
Così fu. Appena arrivati mi chiusero in una stanza della prigione di Sheremetyevo, mi
diedero qualcosa da mangiare e il mattino dopo mi imbarcarono su un aereo dell'Aeroflot
diretto alla Malpensa, non prima di aver saccheggiato la mia valigia di tutte le cose di un
qualche valore: una camicia di seta, un paio di scarpe. Pazienza, mi dissi, poteva andare
peggio!
A Milano c'era ad aspettarmi mia madre, molto emozionata e partecipe. La notizia della
mia protesta era uscita su tutti i giornali del mondo e La Repubblica l'aveva messa
addirittura in prima pagina. Invece, come c'era da aspettarsi, nessun giornale sovietico
pubblicò una riga. Unica eccezione, la Literaturnaja Gazeta che, nella pagina dei
commenti politici, usci con un attacco feroce contro di me. Si trattava del foglio ufficiale
della cultura sovietica ed era - ed è ancora oggi - un giornale politicamente molto influente.
Era su quelle pagine che si decretava l'approvazione o la distruzione degli scrittori.
Nell'articolo si ridicolizzava l'omosessualità, scherzando volgarmente e definendo il mio
gesto una provocazione occidentale. Per rispondere chiesi ospitalità al giornale di Eugenio
Scalfari, che pubblicò il mio articolo nella parte centrale della pagina dei commenti.
Ringraziavo il giornalista sovietico che, probabilmente, era un simpatizzante della causa
dei diritti civili degli omosessuali. In modo molto furbo, infatti, aveva raccontato per filo e
per segno non solo la cronaca della mia avventura ma anche dell'art. 121, della condanna
a Paradžanov, della condizione dell'omosessualità in URSS.
Attaccandomi, aveva informato tutta l'Unione Sovietica.
Appena tornato in Italia, mi recai alla Biennale del Dissenso di Venezia per portare la mia
testimonianza. Le cose erano cambiate. Carlo Ripa di Meana, forse temendo che la sua
immagine potesse essere - sia pure per poco - oscurata, mi accolse con fastidio e
cominciò a dire in giro che la mia era stata un'iniziativa del tutto personale, che con la
Biennale non aveva nulla a che vedere.
La sera in cui furono presentati i film di Paradžanov mi fu impedito di parlare con il
pretesto che non ero un critico cinematografico. Era chiaro che Ripa di Meana non voleva
avere problemi con l'ala comunista della critica che aveva curato l'avvenimento. Ci mancò
poco che mi cacciassero anche dalla platea. E nessuno del palco della Biennale di
Venezia, quella sera, volle ricordare che Paradžanov era un cittadino sovietico in prigione
perché omosessuale. Lo facemmo noi, radicali veneziani omosessuali, il giorno dopo in
Piazza San Marco con l'acqua alta, dove, tra striscioni e volantini, gridammo forte quello
che la dirigenza della Biennale ci aveva impedito di comunicare.
L'avventura sovietica ebbe un seguito con l'affaire L'Espresso. Affaire che sarebbe più
corretto chiamare furto con destrezza, perché nella redazione del settimanale di via Po fui
derubato del reportage che avevo scritto sulla condizione degli omosessuali in URSS e
che avevo offerto in esclusiva al settimanale romano. Naturalmente, dietro compenso. Un
compenso che non ho mai visto: per rendere più interessante il servizio, infatti, era stata
concordata anche un'intervista. A questo scopo rimasi per un'ora in un'altra stanza con
due giornalisti. Approfittando della mia assenza, un solerte redattore si premurò di
fotocopiare tutti i miei documenti, che costituirono l'ossatura dello speciale Omosessuali in
URSS pubblicato con importante rilievo nel numero successivo. Non pensando di essere
fra gentiluomini di tal fatta, non mi ero accorto di nulla".
Alberto Frisia
takinut3@gmail.com