Il consenso dell'Iran
Commento di Lidano Grassucci
Lidano Grassucci
Sento analisti "saggissimi" celebrare il "successo", in termini di partecipazione, dei funerali di Khamenei a Teheran. Leggono il consenso dentro un rito che appartiene, da sempre, al fascino morboso delle dittature, dei regimi teocratico.
Dimenticano la storia. Pochi mesi prima della sua fine, al Teatro Lirico di Milano, ci fu la ressa per andare ad ascoltare Benito Mussolini. Se fosse accaduto oggi, in un talk show televisivo qualunque, qualche commentatore avrebbe evocato la grandezza del fascismo e la debolezza delle "plutocrazie democratiche".
Ma una scenografia altisonante non rende bello un film. Anche le cerimonie nei paesi del blocco comunista erano "oceaniche", eppure il gradimento reale per quei regimi era al minimo.
La prova di questa finzione sta in un dettaglio tutt'altro che trascurabile: il tema centrale di questi funerali è la sicurezza. Anche da morto, il teocrate che comandava ha paura del suo popolo e anche dei nemici esterni, vive nel terrore e muore nel terrore distribuendo terrore.
D'altronde, i dittatori hanno sempre avuto intellettuali affascinati e "signore della buona borghesia" desiderose di prendere un tè con il Duce.
I regimi totalitari vivono di pura apparenza, negando la sostanza che appartiene non a chi obbedisce, ma a chi pensa da uomo libero. L'Iran di oggi è un paese che forse non ha la forza di insorgere, è vero, ma che non si entusiasma affatto. L'Iran sopravvive, sperando che il tempo cambi e che si torni finalmente a vivere: pregando ciascuno il Dio che vuole, lavorando per migliorare la propria condizione e facendo studiare i figli per il puro amore del loro futuro.
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