Quando le donne israeliane hanno gridato, il mondo ha voltato lo sguardo e si è tappato le orecchie
Commento di Deborah Fait
Deborah Fait
Sono i silenzi che feriscono più delle parole e poi ci sono silenzi che diventano la rappresentazione del male. Il 7 ottobre 2023 donne israeliane furono assassinate, mutilate, umiliate, rapite, stuprate. Numerose testimonianze, indagini e racconti di sopravvissute hanno descritto violenze sessuali, abusi e torture commessi durante l'attacco di Hamas e dei cittadini di Gaza loro complici. Eppure, per quelle donne l'orrore non è terminato con la fine della prigionia o con il ritorno a casa.
È continuato nel dubbio, nell'indifferenza, nel sospetto, persino nella derisione, nella richiesta incessante di prove che ad altre vittime non vengono mai domandate.
Ilana Gritzewsky è salita davanti al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite con il corpo sopravvissuto e l'anima devastata. Ha raccontato di essere stata picchiata, ferita, trascinata, come immondizia. Di essersi risvegliata seminuda, con 7 terroristi su di lei, senza sapere cosa fosse accaduto nei momenti perduti della sua memoria.
«Sono una donna sopravvissuta. Sono la prova vivente.»
Parole semplici. Terribili.
Una donna che chiede soltanto di essere creduta.
Per anni il mondo ha ripetuto alle donne: sorelle, vi crediamo. Rompete il silenzio. Denunciate. Raccontate.
Ma cosa accade quando la donna che parla è israeliana? Non è più sorella?
Ilana Gritzewsky ha guardato negli occhi la relatrice speciale Reem Alsalem e le ha chiesto: «Mi credi adesso?» Reel Alsalem, di nazionalità giordana, ha ascoltato le parole di Ilana facendo smorfie, alzando gli occhi al cielo con un sorriso cattivo, il Male in persona, una donna che ricordava Eichman quando sorrideva sardonico ascoltando le terribili accuse dei giudici israeliani. Quella donna dal volto freddo e malvagio stava davanti a Ilana cui era stato fatto già tanto male da segnarle la vita imtera.
Nessuna donna violentata dovrebbe trovarsi davanti a un tribunale politico per ottenere il diritto di essere considerata una vittima. Molte donne israeliane hanno avuto la sensazione di essere state abbandonate proprio da quelle organizzazioni che da decenni affermano di difendere tutte le donne senza distinzione. Hanno visto il loro dolore scomparire dietro le bandiere, le ideologie, le appartenenze. E questo ha generato una ferita ulteriore, non soltanto il trauma della violenza, anche il trauma della negazione.
La libertà, ha detto Ilana, non è un interruttore. Il trauma non finisce quando si apre una porta. Il dolore di una donna vale meno se è ebrea? Vale meno se è israeliana?
Ilana Gritzewsky non ha chiesto vendetta.
Ha chiesto una cosa infinitamente più semplice.
«Guardami e credi alle mie parole .» Ma la Ansalem non la guardava, passava il tempo a sbuffare, annoiata. Quando una donna sopravvissuta ti sta davanti, con l'anima devastata, il minimo che le devi è ascoltarla. Il minimo che le devi è crederle. Il minimo che le devi è non voltarti dall'altra parte e alzare gli occhi al cielo.
E ai movimenti femministi, alle donne di "Non una di meno" dico:
A voi che riempite le piazze. A voi che gridate «Non una di meno».
A voi che scrivete che il corpo delle donne è inviolabile. A voi che chiedete di credere alle vittime.
A voi che avete insegnato a generazioni di donne a rompere il silenzio.
Questa lettera è per chiedervi una cosa semplice:
Dove eravate il 7 ottobre?
Dove eravate quando donne israeliane venivano uccise, rapite, trascinate via, umiliate?
Dove eravate quando raccontavano di aver subito violenze sessuali, torture e abusi?
Le donne israeliane improvvisamente sono state eliminate dalla vostra sorellanza.
Come se il loro dolore fosse diventato politicamente scorretto.
Come se il loro corpo fosse meno degno di solidarietà.
Per anni avete detto alle donne:
«Parlate.»
Ma quando alcune donne israeliane hanno parlato, hanno percepito solamente il vostro silenzio, l'astio, il dubbio. Lo ha detto chiaramente Carmen Lasorella alcune ore dopo il 7 Ottobre, lo ha detto sghignazzando, senza pietà e io non dimentico le sue miserabili parole e il suo volto mentre le pronunciava: "E' tutto da provare".
Ilana chiede "Mi credete adesso?»
Questa domanda riguarda tutti, riguarda anche il femminismo italiano o quello che ne resta.
Se il principio è «io ti credo», allora deve valere per tutte.
Anche per una donna ebrea. "Ti credo , sorella ebrea" Ha detto Paola Concia con lo sdegno nella voce. Le sue parole sono state per me come un unguento sul cuore.
Le donne del 7 ottobre hanno chiesto soltanto di non essere cancellate, Di non essere dimenticate.
Di non essere trattate come un problema politico. Il silenzio delle femministe occidentali è incomprensibile. Si spiega con una sola parola -odio-
Perché proprio i movimenti che hanno insegnato al mondo che il corpo delle donne è sacro sembrano incapaci di pronunciare parole chiare davanti allo strazio delle donne ebree israeliane e ricordiamo che vi erano anche bambine tra loro. Bambine.
Il 7 ottobre non ha colpito soltanto Israele, ha messo alla prova l'universalità dei principi. «Se il mio nome, se il mio corpo non fossero stati ebrei avreste marciato per me e con me?»
Le donne israeliane hanno parlato davanti al mondo, Ilana non è stata la prima, e sono state derise. Non torneranno più perché il loro dolore non è stato riconosciuto. Alla fine del suo intervento Ilana ha chiesto alla relatrice: "Mi credi adesso? Chiederai scusa?".
Domande vane, purtroppo.
Deborah Fait
Questo che segue è l'intervento di Ilana Gritzewsky rivolto alla relatrice speciale ONU Reem Alsalem:
" Relatrice speciale,
il suo rapporto parla di violenza contro le donne. Perché non si fa menzione di Hamas?
Il 7 ottobre, dei terroristi hanno fatto irruzione nel nostro kibbutz, uccidendo, rapendo e incendiando.
Sono stata picchiata e mutilata prima di perdere i sensi.
Mi sono svegliata seminuda con sette terroristi sopra di me, senza sapere cosa mi fosse successo in quei momenti persi.
Ho vissuto giorni di dolore e orrore in prigionia, e ancora adesso la sensazione di impotenza e di violazione persiste.
Sono tornata con un'anca rotta, una mascella rotta e l'anima a pezzi.
La gente vede il mio viso e pensa che io sia libera. Ma la libertà non è un interruttore. Il trauma non scompare una volta che si viene rilasciati.
Ora, ogni sirena antiaerea e ogni razzo proveniente dall'Iran mi riportano in quell'inferno.
Il 7 ottobre, durante la prigionia, donne ebree sono state violentate, abusate e umiliate.
E lei, Relatrice Speciale, ha scelto il silenzio e la negazione.
Signora Alsalem, lei ha affermato che non vi erano prove di violenza sessuale il 7 ottobre.
Sono qui oggi, non come un rapporto, non come una statistica.
Sono una donna sopravvissuta. Sono la prova vivente della violenza sessuale perpetrata da Hamas. Quando io e altre donne israeliane abbiamo implorato di non essere violentate, perché lei rimasta in silenzio?
Per favore, mi guardi. Ci crede adesso?
Ci chiederà scusa"
takinut3@gmail.com