Il Mossad e il colpo del secolo in una base segreta africana
Cronaca di Shira Navon
Testata: Setteottobre
Data: 27/06/2026
Pagina: 1
Autore: Shira Navon
Titolo: Il Mossad e il colpo del secolo in una base segreta africana

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Shira Navon dal titolo: "Il Mossad e il colpo del secolo in una base segreta africana"

Il Mossad e il colpo del secolo in una base segreta africana

Yossi Cohen rivela che prima del blitz nell’archivio nucleare di Teheran gli agenti israeliani si sono addestrati su una replica perfetta del complesso costruita in Africa per preparare una delle operazioni d’intelligence più audaci degli ultimi decenni

Per mesi gli uomini del Mossad si sono addestrati ad aprire casseforti identiche a quelle custodite a Teheran, hanno imparato a muoversi all’interno di un edificio costruito centimetro per centimetro come l’originale e hanno ripetuto ogni passaggio fino a trasformarlo in un gesto automatico. Quel luogo, però, non si trovava in Israele e nemmeno in Iran. Era una base segreta in Africa, dove il servizio d’intelligence israeliano aveva realizzato una replica a grandezza naturale del deposito che custodiva il più importante archivio nucleare della Repubblica islamica.

Il particolare, rimasto finora sconosciuto, è stato rivelato dall’ex direttore del Mossad, Yossi Cohen, l’uomo che ha guidato una delle operazioni di spionaggio più spettacolari della storia recente. La scelta dell’Africa rispondeva a un’esigenza di sicurezza. Costruire in Israele la copia fedele di una struttura così specifica avrebbe potuto attirare l’attenzione di servizi segreti stranieri o di osservatori in grado di comprenderne il significato. All’estero, invece, gli agenti potevano addestrarsi lontano da occhi indiscreti, simulando ogni fase della missione senza correre il rischio di compromettere il piano.

L’operazione è entrata nella leggenda nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio 2018. Un commando del Mossad è penetrato nel magazzino di Shorabad, nella periferia di Teheran, dove l’Iran custodiva migliaia di documenti cartacei e file digitali relativi al Progetto Amad, il programma destinato allo sviluppo di armi nucleari. Gli agenti sono rimasti all’interno del complesso per sei ore e ventinove minuti, riuscendo a forzare decine di enormi casseforti, selezionare il materiale più importante e lasciare il Paese prima che le autorità iraniane comprendessero quanto era accaduto.

Secondo Cohen, proprio le esercitazioni sulla replica africana hanno reso possibile un’operazione che molti specialisti consideravano irrealizzabile. Gli uomini del Mossad hanno provato ripetutamente il taglio delle pesanti porte d’acciaio utilizzando strumenti capaci di sviluppare temperature elevatissime, imparando a rispettare tempi rigidissimi. Ogni minuto trascorso nel deposito aumentava infatti il rischio che le forze di sicurezza iraniane scoprissero l’intrusione.

Quando il materiale è arrivato in Israele, gli analisti si sono trovati davanti a decine di migliaia di pagine, fotografie, schemi tecnici, supporti digitali e progetti che documentavano anni di attività nucleare clandestina. Pochi mesi dopo, il 30 aprile 2018, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha mostrato pubblicamente una parte dell’archivio durante una conferenza stampa destinata a fare il giro del mondo. Davanti alle telecamere ha sostenuto che quei documenti dimostravano come Teheran avesse mentito sulla natura esclusivamente civile del proprio programma nucleare, conservando accuratamente il patrimonio scientifico necessario per un eventuale rilancio del progetto militare.

Le conseguenze politiche sono state immediate. L’amministrazione del presidente Donald Trump ha utilizzato anche le informazioni raccolte dal Mossad per sostenere che l’Iran aveva agito in malafede durante la negoziazione dell’accordo sul nucleare del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action, conosciuto con l’acronimo JCPOA. Pochi giorni dopo Washington ha annunciato il ritiro dall’intesa e il ripristino delle sanzioni economiche contro la Repubblica islamica, una decisione destinata a modificare profondamente gli equilibri del Medio Oriente.

Le dichiarazioni di Yossi Cohen aggiungono oggi un tassello importante alla ricostruzione di quell’impresa. Fino a questo momento si conoscevano il blitz, la fuga dall’Iran e il valore dell’archivio recuperato. Resta invece avvolta dal riserbo la localizzazione della base africana utilizzata per l’addestramento, un dettaglio che Israele continua a considerare riservato.

L’episodio conferma una caratteristica costante delle operazioni del Mossad. I successi che emergono alla luce del sole sono quasi sempre il risultato di anni di preparazione invisibile, di simulazioni meticolose e di una pianificazione che riduce al minimo l’improvvisazione. La copia perfetta del deposito di Teheran, costruita migliaia di chilometri più a sud, rappresenta forse l’immagine più efficace di questo metodo, perché racconta come una missione entrata nella storia dell’intelligence sia stata vinta molto prima che il primo agente mettesse piede in Iran.

 

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