Se sei troppo buono e accogliente finisci per perdere il tuo paese
Commento di Giulio Meotti
Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 27/06/2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: Se sei troppo buono e accogliente finisci per perdere il tuo paese

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Se sei troppo buono e accogliente finisci per perdere il tuo paese" 

 Informazione Corretta

Giulio Meotti

E così anche il paese simbolo dei confini aperti torna indietro. La compatibilità culturale non è un lusso xenofobo: è una necessità per la sopravvivenza delle società libere ad alto capitale sociale

Chi è iscritto alla mia newsletter ha potuto apprezzare le interviste a Frank Furedi, nato in Ungheria nel 1948, professore di Sociologia all’Università del Kent in Inghilterra, ben prima che questa settimana venisse proposto tra gli autori alla maturità in Italia con un brano tratto dal suo bel libro I confini contano.

Se c’è un paese che in Europa aveva deciso che i confini non contassero affatto quello è la Svezia. 

Quell’anno, dieci anni fa, l’allora premier svedese di centrodestra Fredik Reinfeldt invitò i concittadini ad “aprire i cuori” ai profughi di tutto il mondo: “Chiedo al popolo svedese di essere paziente; di essere solidale, a lungo termine creeremo un mondo migliore in questo modo”. 

Nacque così il mito della “nazione più generosa della terra”. 

Quell’anno, in un solo anno, la Svezia accolse 163.000 persone. L’equivalente del 1.6 per cento della popolazione totale. Come se l’Italia avesse lasciato entrare 600.000 migranti in un anno. 

Il governo organizzò una conferenza sulla politica migratoria intitolata Sverige tillsammans (Svezia insieme), a cui parteciparono il re, la regina e l’establishment politico. I media suonarono dallo spartito ufficiale, come fanno le bande militari. 

“Al tempo si poteva parlare delle differenze culturali, ma solo per dire che le culture straniere erano superiori a quella svedese”, spiega Katarina Barrling, politologa all’Università di Uppsala. 

Oggi hanno capito che la compatibilità culturale non è un lusso xenofobo: è una necessità darwiniana per la sopravvivenza delle società libere ad alto capitale sociale. 

E così, a forza di accogliere, la famosa “terra del diritto di asilo” era finita con sobborghi dove soltanto un abitante su dieci è svedese

E ora? Contrordine, compagni. 

Il paese che incarnava l’utopia multiculturale ha iniziato a introdurre criteri di selezione e di espulsione basati sul comportamento e sulla compatibilità: le società europee non sono club Med di diritti illimitati, ma comunità storiche con una specifica eredità culturale, giuridica e morale.

La Svezia ha appena approvato una legge sull’immigrazione che punisce i migranti per non aver dimostrato un “buon comportamento”. Nessun altro paese ne ha una simile: in pratica se non ti comporti bene, causi un danno alla comunità e non ti integri, perdi il diritto di restare nel paese. 

La nuova legge — che concede al governo il potere di revocare i permessi di soggiorno agli stranieri colpevoli di “comportamenti scorretti” — ha perfettamente senso. Dovrebbe essere un modello per altri paesi europei che faticano a gestire gli effetti dell’immigrazione di massa sulla coesione sociale. 

Il concetto svedese di skötsamhet – quella coscienziosità sobria, luterana, che univa operosità e autocontrollo – richiama l’idea di affidabilità e volontà di rispettare le regole della società. Il termine è entrato nell’uso comune all’inizio del Novecento ed era caro al partito più antico di Svezia, i Socialdemocratici. 

Era il cemento invisibile del sistema. Quando si è deciso di aprire le porte a centinaia di migliaia di persone provenienti da contesti radicalmente diversi, quel cemento ha cominciato a sgretolarsi. 

Così è nato “il problema della Svezia con le bombe a mano”, per usare il titolo della BBC. E ha acquisito il titolo di “paese più pericoloso d’Europa”. 

Le cifre della criminalità sono vertiginose: 

“Non meno di 300 sparatorie e 100 attentati esplosivi – con granate, dinamite o ordigni artigianali – vengono registrati ogni anno dal 2015. Decennio horribilis, il periodo 2015-2025 è anche quello del primo attentato terroristico commesso in Svezia (con un camion guidato da un uzbeko: quattro morti), della partenza di 300 jihadisti in Iraq e Siria, delle prime rivolte di periferia. A questo si aggiunge la crescita dell’antisemitismo, soprattutto dopo il massacro di israeliani perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023”. 

I confini contano eccome. 

La Svezia — come tutte le altre società europee — non è solo una “democrazia liberale” costituita da diritti individuali protetti dai tribunali, ma anche una comunità storica le cui istituzioni politiche sono nate da norme e aspettative di comportamento preesistenti. 

Sfogliate la lista dei luoghi più pericolosi in Europa dove essere ebrei uscita questa settimana. Due sono in Svezia: Rinkeby a Stoccolma e Rosengård a Malmö. 

Rinkeby è nota come la “piccola Mogadiscio” (i somali sono maggioranza). Il 95 per cento delle persone proviene dall'estero: 60 etnie e 40 lingue da Somalia, Iraq, Siria, Libano, Etiopia, Turchia, Bosnia…

La racconta L’Express

“Dopo ventiquattro minuti di metropolitana dal centro di Stoccolma, si ha quasi la sensazione di cambiare Paese quando si arriva nel quartiere di Rinkeby, vicino alla capitale. Qui, nella municipalità di Järva, una delle tante periferie di case popolari svedesi, non si vede una testa bionda all’orizzonte. Al contrario dell’immagine che si ha di una città scandinava, è una torre di Babele dove si parlano un centinaio di lingue: somalo, turco, tigrino, curdo, persiano, serbo-croato, spagnolo e molte altre ancora. Proprio di fronte all’uscita della metropolitana, sulla piazza commerciale, un supermercato Lidl, con un reparto spezie ben fornito, confina con una sala di preghiera, un ristorante halal o un negozio marocchino che vende abaya. C’è anche un caffè dove si ammira un affresco che rappresenta Istanbul. In questa città-dormitorio piuttosto tranquilla dove i palazzi non superano i cinque piani, la clientela del caffè, interamente maschile, proviene al 100 per cento dal Corno d’Africa: Somalia, Eritrea, Etiopia, Sudan”. 

“La Svezia dimostra che esiste una verità scomoda in materia di immigrazione: la compatibilità culturale è una parte legittima e necessaria di qualsiasi valutazione per stabilire se una persona debba o non debba essere ammessa” scrive sullo Spectator l’iraniano Atbin Moayedi.

Il governo ha anche pensato di dare 26.000 euro a ogni migrante per tornarsene da dove è venuto. Ma nessun migrante accetterebbe: restando in Svezia ne guadagna molti di più. 

Oggi, un cittadino svedese su cinque è nato al di fuori della Svezia e tre quarti dei nati all’estero sono nati al di fuori dell’UE. 

L’islamizzazione intanto avanza

“Dalla Scania fino al circolo polare si contano 300 moschee. Il hijab (velo islamico) si è generalizzato nello spazio pubblico. A volte la domenica si assistono a scene sorprendenti, come questa partita di calcio tra una squadra della capitale di undici ragazzini biondi contro un club di periferia interamente somalo. Tutto questo in un Paese senza passato coloniale, largamente secolarizzato e dove l’uguaglianza uomo-donna fa da tempo parte dei costumi – la maggioranza dei pastori della Chiesa luterana sono donne”. 

Già oggi il 12 per cento di tutta la popolazione è islamica. Non manca molto prima che arrivino al 20-30 per cento

Sheri Berman, la docente della Columbia University di New York esperta di Svezia, al quotidiano Svenska Dagladet spiega: 

“Lo sviluppo demografico della Svezia è incredibile. Questa è un’esperienza di dimensione storica. Oggi questo paese è radicalmente diverso. Pensare che questo tipo di cambiamento possa avvenire senza problemi è irrealistico. È un’esperienza demografica di dimensione storica e questa nuova diversità può minare l’omogeneità di un Paese”.

In totale, tra il 2000 e il 2020, in Svezia sono stati concessi 2 milioni di permessi di soggiorno.

Le periferie delle grandi città – Malmö, Göteborg, parti di Stoccolma – sono diventate zone in cui la polizia non esercita il monopolio della forza. Le gang immigrate hanno importato codici d’onore tribali che il modello svedese non era preparato a gestire. La fiducia sociale, quel tesoro intangibile misurato da Robert Putnam e altri, è crollata dove la diversità etnica e religiosa è cresciuta più rapidamente.

In un anno la Svezia ha registrato oltre 350 attentati riusciti o sventati e 363 sparatorie (53 vittime e 109 feriti), i numeri più alti in tutta Europa in un paese che un tempo aveva il minor numero di crimini con armi da fuoco pro capite.

“La Svezia è diventata la capitale mondiale dello stupro, la capitale delle guerre tra bande, delle sparatorie e degli omicidi con armi da fuoco” spiega il principale giornale israeliano Yedioth Ahronoth.

Scrive il coraggioso romanziere algerino Kamel Daoud su Le Point

“Ci si stupisce, quando si viene da altrove, del numero di donne velate in Svezia, e persino nei luoghi ‘ufficiali’ – aeroporti, amministrazioni, sportelli. L’immagine che si potrebbe trattenere è quella di una ‘integrazione’ riuscita, di un’utopia dell’asilo transconfessionale. La Svezia sta oggi tornando sulle sue utopie migratorie. Il suo modello illustra l’universalismo ingenuo, i suoi limiti, i suoi punti ciechi e i suoi ideali al tempo stesso nobili e disastrosi”. 

Due esempi?

Un terzo di tutte le donne uccise in Svezia sono vittime di “delitti d'onore".

E la comunità ebraica di Malmö si dissolverà entro il 2029.

Di solito, le donne e gli ebrei sono i primi a subire lo choc multiculturale. 

Ovviamente tutto questo non viene mai citato sulla stampa italiana che ha deciso che gli svedesi sono diventi cattivi e xenofobi. 

“Una volta dicevamo che volevamo essere come la Svezia”, ​​afferma la sociologa danese Mena de Nergård, “ora la Svezia è il nostro peggior incubo”. 

Il paese dell’ecologismo di Greta, delle musichette degli Abba e del minimalismo di Ikea paga il conto salato della propria hybris, ma almeno ha iniziato a reagire.

Se queste misure basteranno (e io ne dubito) a salvarla dal collasso è tutto da vedere. La speranza è che se gli svedesi hanno fatto retromarcia, il resto d’Europa impari in fretta da loro prima di andare a schiantarsi. 


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giuliomeotti@hotmail.com