L’ossessione per lo Stato di Palestina è l’alibi per rifiutare l’esistenza di Israele
Commento di Marco Del Monte
Testata: Il Riformista
Data: 24/06/2026
Pagina: 1
Autore: Marco Del Monte
Titolo: L’ossessione per lo Stato di Palestina è l’alibi per rifiutare l’esistenza di Israele

Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Marco Del Monte dal titolo: "L’ossessione per lo Stato di Palestina è l’alibi per rifiutare l’esistenza di Israele"

Il 20 giugno è stato il giorno del Gay Pride Roma 2026, e chi c’è stato ha raccontato cose diverse da quello che hanno detto o scritto molti media. Innanzitutto i rappresentanti di “Keshet Italia” e “Keshet Europa”, ai quali era stato negato il “carro”, dopo una lunga e travagliata trattativa, hanno ottenuto di poter partecipare al corteo “a piedi” e protetti dalle Forze dell’ordine. Nonostante questa presenza istituzionale, però, i partecipanti sono stati spintonati e aggrediti dai soliti pro-Pal, armati di bandiere e di cartelli richiedenti l’allontanamento dal corteo dei “sionisti genocidi”. I manifestanti, con questa “scusa”, hanno oscurato il significato della manifestazione indetta per sostenere i diritti della comunità Lgbt, sostenendo un diritto che nessuno nega, tantomeno il “keshet”.

La considerazione che se esistesse uno Stato palestinese islamico, gli Lgbt non solo non potrebbero manifestare, ma sarebbero perseguitati, scompare lasciando il posto a un diritto che ne esclude simultaneamente un altro. A questo è dovuto il rinascere dell’antiebraismo che ormai dovunque (con l’Italia all’avanguardia) tende a isolare Israele da tutte le attività culturali, di ricerca medica, di innovazione tecnologica, anche se sappiamo per certo che anche i Paesi più manifestamente antiebraici sono in fila per acquistare determinati prodotti israeliani.

I pro-Pal più incalliti lo negano, ma la campagna denigratoria che tende a “marchiare” Israele come colpevole di genocidio e apartheid è iniziata molto prima del 7 ottobre 2023, e si è servita di finanziamenti provenienti da ogni dove. La cassa di risonanza è stata Al Jazeera, la famosa rete televisiva del Qatar. La data di inizio è collocabile ragionevolmente al 9 luglio 2005, data di nascita del movimento BDS, lanciato da oltre 170 organizzazioni della galassia filo palestinese. All’inizio sembrava strano, e nessuno collegò al BDS l’analoga iniziativa nata in Sudafrica, che favorì la caduta del governo di quel Paese e l’ascesa al potere di Nelson Mandela (10 maggio 1994, cioè undici anni prima). Il legame tra le due realtà che battono gli stessi tasti (genocidio e apartheid) è suffragata anche dal fatto che l’iniziativa di denunciare Netanyahu alla Corte Penale Internazionale nasce proprio in Sudafrica, il che invece suggella il “cortocircuito”. Quello che non si dice, però, è che – una volta cambiato regime – il Sudafrica è precipitato in una crisi economica globale, e le sue forze armate (confrontate con quelle di altri Stati africani) sono scivolate al 20esimo posto dal primo in cui erano collocate, quando il Paese era in rapporti amichevoli con lo Stato di Israele.

Anche lo stato dell’agricoltura e dell’utilizzo delle acque reflue si arenarono, subendo una tragica involuzione. Un riscontro storico lo ritroviamo quando nella Palestina Adrianea si insediarono i primi profughi dall’Europa che andava verso i regimi di destra; tra di loro molti ebrei, che portarono nuove tecnologie, alfabetizzazione, medicina preventiva, ingegneria degli impianti idrici. L’alfabetizzazione in quei luoghi era pari allo 0,001%, mentre tra i nuovi venuti era al 99%, e anche questo contribuì a tracciare un solco, perché i “nuovi” si insediarono in zone desertiche facendole fiorire. Proprio in questo “solco” si è inserita la propaganda islamica, e il “piede sull’acceleratore” venne posto quasi in contemporanea agli avvenimenti del 7 ottobre 2023, perché la campagna denigratoria nei confronti di Israele partì a tappeto al primo cenno di reazione israeliana.

Il vero colpo di genio di chi l’ha ideata fu che niente doveva essere inventato: bastava ribaltare la situazione addebitando agli ebrei tutto quello che avevano subìto, ed ecco nascere l’accusa del nuovo “deicidio” ribattezzato “genocidio”. Senza scomodare la definizione giuridica esatta, basta fermarsi all’evidenza che un genocidio è la provocata scomparsa di un gruppo etnico nella sua totalità; quindi non contano i numeri, ma il fatto in sé, che per Gaza è che la popolazione “gazawa” cresce e Gaza e mantiene saldo il primato di avere la popolazione mediamente più giovane dell’intero scacchiere.

Da quanto detto fin qui, risulta chiaro che le teorie dei nuovi pro-Pal non sono verità buone per la storia, ma slogan e spot adatti alla corta memoria o alla misconoscenza della storia. L’accusa di popolo genocidario ne è la conseguenza e non risponde a verità, ma costituisce un alibi all’irrazionalità delle affermazioni, così come l’esistenza di un popolo palestinese cui bisogna dare uno Stato costituisce l’alibi dei Paesi “arabi” per rifiutare l’esistenza di Israele: il cerchio è chiuso.

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