La formula fatale dell'ONU per il conflitto israelo-palestinese
Commento di Ben Cohen
Testata: Informazione Corretta
Data: 16/06/2026
Pagina: 1
Autore: Ben Cohen
Titolo: La formula fatale dell'ONU per il conflitto israelo-palestinese

La formula fatale dell'ONU per il conflitto israelo-palestinese

Commento di Ben Cohen 
(Traduzione di Yehudit Weisz)

https://www.jns.org/opinion/column/ben-cohen/the-uns-fatal-formula-for-the-israeli-palestinian-conflict


Ben Cohen

Nell'ultima settimana le provocazioni dell’uscente Presidente di sinistra della Colombia, Gustavo Petro, hanno dominato i titoli dei giornali riguardo alle Nazioni Unite. Petro era arrivato a New York per presiedere un dibattito speciale sul Medio Oriente al Consiglio di Sicurezza, attualmente presieduto dalla Colombia, dopo aver postato un tweet che recitava semplicemente “Heil Hitler.” Il leader colombiano ha poi cercato di chiarire che l'intento del post era ironico. Ha spiegato di aver commentato un editoriale apparso su un quotidiano colombiano, in vista del secondo turno delle elezioni presidenziali, che appoggiava il candidato conservatore per il suo impegno a favore di “ordine, autorità e libertà economica.” Se quei tre elementi sono gli ingredienti fondamentali del nazismo, allora dobbiamo essere tutti piuttosto illusi! Petro poi ha rincarato la dose. Seduto alla presidenza del Consiglio di Sicurezza, ha usato la guerra di Gaza come principale esempio a sostegno della sua tesi secondo cui il mondo sta “tornando all'epoca dei nazisti.” Quando l'ambasciatrice Jennifer Locetta, rappresentante degli Stati Uniti, ha aperto il suo intervento sottolineando che “gli Stati Uniti condannano qualsiasi retorica antisemita e qualsiasi commento che minimizzi le atrocità della Shoah”, Petro l'ha rimproverata, affermando che il suo obiettivo non era quello di sminuire l'Olocausto nazista, bensì di mettere in guardia contro “un Olocausto oggi, che prenda di mira i popoli del Terzo Mondo.” Ed è proprio qui che emerge il punto centrale: le Nazioni Unite sono considerate da politici come Petro, un forum benevolo per questo tipo di retorica roboante e spregiudicata. E non c'è argomento più adatto a questo scopo, del conflitto tra Israele – lo Stato ebraico sorto dopo la Shoah – e i palestinesi. Per gran parte della sua esistenza, le varie tirannie che compongono l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, insieme a una parte significativa della burocrazia dell'organismo stesso, hanno demonizzato Israele attraverso paragoni con i nazisti, nonché con l'ex regime dell'apartheid in Sudafrica e le ripetute, palesemente false, accuse di “genocidio.” Il gruppo di Stati membri filo-palestinesi, insieme a un complesso di comitati e protocolli delle Nazioni Unite dedicati a servire la propaganda palestinese, ha garantito che ciò accadesse. Forse è per questo che non sono rimasto colpito tanto dalle parole di Petro – del tutto naturali, considerando che provenivano da un uomo che, all'indomani del pogrom guidato da Hamas del 7 ottobre 2023, aveva fatto il ripugnante paragone tra Israele e il Terzo Reich – quanto da quelle del Segretario Generale uscente, António Guterres. Guterres non è così sgradevole come Petro, con il suo sorrisetto condiscendente e la sua lista di stanchi slogan di estrema sinistra. Detto questo, lui è un ipocrita. Per gran parte del suo mandato decennale, Guterres sembrava rendersi conto e preoccuparsi della crescita dell’antisemitismo nelle parole e nelle manifestazioni legate alle presunte offese di Israele. Ma dopo il 7 ottobre, ha insistito sul fatto che il brutale attacco di Hamas “non è avvenuto nel vuoto,” un classico esempio di come si possa sottilmente incolpare la vittima. Ha anche inserito le Forze di Difesa Israeliane in una lista nera di eserciti di tutto il mondo che fanno violenza sui bambini, insieme agli stupratori di Hamas e della Jihad islamica palestinese. Il 10 giugno, rivolgendosi al Consiglio di Sicurezza, Guterres ha ripetuto fedelmente il mantra che da troppo tempo guida l'approccio delle Nazioni Unite al Medio Oriente. “Noi dobbiamo affrontare la crisi che è alla radice della più ampia 'instabilità regionale” ha affermato, “Il conflitto israelo-palestinese è rimasto irrisolto per decenni.” Questa formula rifletteva i sentimenti alla base della dichiarazione nel 2006 dell'Alleanza delle Civiltà delle Nazioni Unite, la quale sosteneva che “la questione israelo-palestinese ha assunto un valore simbolico che influenza le relazioni interculturali e politiche... ben oltre la sua limitata portata geografica,” e affermava inoltre che “la questione palestinese... è un fattore determinante nell'ampliamento della frattura tra le società musulmane e quelle occidentali.” L'idea centrale di questo ragionamento non rispecchia la realtà così com'è, bensì un'interpretazione che le Nazioni Unite cercano di imporre. Se il conflitto israelo-palestinese è considerato il fulcro dei problemi più ampi della regione, ciò non è dovuto a dati oggettivi, ma al fatto che gran parte del mondo è stata influenzata da una campagna di propaganda decennale, iniziata dall'Unione Sovietica e dai suoi alleati arabi e ora ripresa con entusiasmo da numerosi Stati del mondo democratico, come Spagna e Irlanda. In sostanza, questa argomentazione sostiene che la risoluzione di questo conflitto sia la chiave per la pace mondiale. Ma i palestinesi non sono più umani delle altre minoranze religiose e nazionali del Medio Oriente, come i curdi e gli yazidi, che hanno subito un vero e proprio genocidio e che non hanno mai perpetrato un'atrocità come quella del 7 ottobre contro le popolazioni complici della loro oppressione. Né meritano l'autodeterminazione più degli uiguri o dei tibetani, due nazionalità che continuano a subire occupazione e persecuzioni per mano del Partito Comunista Cinese. Da un punto di vista realista, l'idea di attribuire a questo conflitto un'importanza così elevata rasenta l'assurdo. Non sono in gioco risorse naturali. Gli ebrei di Israele – i perfidi colonialisti in questa definizione – non agiscono per conto di nessuna madrepatria, come è accaduto nel colonialismo in generale. E i palestinesi – vittime passive per lo stesso motivo – sono parte integrante di una Grande Nazione Araba di 500 milioni di persone. La corruzione, la cleptocrazia e le enormi disuguaglianze sociali, di genere ed economiche che affliggono il mondo arabo non verrebbero minimamente alleviate dalla creazione di uno Stato palestinese indipendente. Ciò che emerge da questa situazione è che, prima di ogni altra cosa, abbiamo a che fare con l'ideologia. Dubito che Guterres si definirebbe antisionista (almeno non pubblicamente). Tuttavia, le sue parole e le analoghe dichiarazioni dei segretari generali che lo hanno preceduto veicolano i temi fondamentali sostenuti da coloro che auspicano l'eliminazione di Israele. Nulla è più importante, più significativo, moralmente più ripugnante e più urgente di questo singolo conflitto, su un totale di 65 nel mondo – il numero più alto registrato dalla Seconda Guerra Mondiale, che ha dato origine alle Nazioni Unite. Inoltre, non considera nemmeno israeliani e palestinesi ugualmente colpevoli. Tutta la colpa ricade su Israele (e sugli ebrei). Ecco perché l'organismo mondiale mantiene un comitato dedicato esclusivamente alla promozione dei diritti dei palestinesi; un relatore speciale per i diritti umani dei palestinesi “sotto occupazione”; e una serie di meccanismi che garantiscono un'attenzione sproporzionata a Israele in tutti i comitati e le agenzie delle Nazioni Unite. Dietro questo squilibrio si cela la formula chiave: un “ritorno” di massa in Israele dei discendenti dei profughi palestinesi originari, che di fatto distruggerebbe Israele come Stato ebraico e democratico. C'è forse da stupirsi, quindi, che Petro e altri come lui, spinti dal loro pregiudizio istituzionalizzato contro lo Stato ebraico, considerino l'agenzia il forum insuperabile per diffamare Israele,?  Se vogliamo evitare che in futuro si verifichino episodi simili a quello di Petro, dobbiamo concentrarci sul cambiamento del funzionamento delle Nazioni Unite. Entro la fine dell'anno, sarà eletto un nuovo segretario generale, che erediterà una situazione di disordine finanziario senza precedenti, oltre a una crisi di identità e di obiettivi per le sue agenzie. Data la portata del problema, in un contesto di crescenti conflitti a livello globale, dovrebbe essere evidente al successore di Guterres che esistono questioni ben più urgenti di quella palestinese. Agire in base a questa consapevolezza richiederà coraggio, ma contribuirà anche a salvare le Nazioni Unite come organismo a cui tutti gli Stati del sistema internazionale, Israele compreso, possano guardare con fiducia.

 

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