BRICS e Abramo. La sfida in Medio Oriente
Analisi di Mattia Preto

Mattia Preto
Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano probabilmente il miglior esempio per comprendere il nuovo Medio Oriente, sempre più costretto a giocare a carte scoperte. Appare infatti sempre più evidente come trovare compromessi con le politiche espansionistiche e tentacolari dell’Iran sia pressoché impossibile, mentre gli Accordi di Abramo continuano a guadagnare terreno nella regione, a discapito dell’influenza dei BRICS guidati da Russia e Cina.
Con l’inizio del conflitto con l’Iran, gli Emirati sono stati pesantemente colpiti non solo sul piano militare, attraverso una costante minaccia di droni provenienti dalla Repubblica Islamica, ma soprattutto sul piano economico, a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, che di fatto ne paralizza gran parte del commercio. Teheran è consapevole che Abu Dhabi rappresenta il più stretto alleato di Israele nel Golfo e che la sua posizione strategica costituisce un elemento di forte preoccupazione per la leadership iraniana; anche per questo motivo gli Emirati sono stati tra i Paesi maggiormente presi di mira.
Gli Emirati Arabi Uniti dispongono di avanzati sistemi di difesa aerea forniti dagli Stati Uniti e da Israele, che consentono loro di limitare l’impatto degli attacchi iraniani. È proprio da qui che emerge la vera sfida tra gli Accordi di Abramo e i BRICS, mentre i primi mirano a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente attraverso una rete di cooperazione politica, economica e militare, i secondi hanno una dimensione più globale e puntano a collegare le economie emergenti a Russia e Cina, ma dopo il 7 ottobre anche i BRICS hanno iniziato a guardare con più attenzione al Medio Oriente cercando di creare nuove alleanze per indebolire la posizione di forza americana nella regione.
Dal 2024 infatti sia Abu Dhabi sia Teheran fanno parte dei BRICS, con l’allargamento dell’organizzazione si intendeva creare un nuovo assetto strategico nel quale gli Emirati puntavano a proteggersi da possibili attacchi iraniani tramite la via diplomatica, conciliando la partecipazione agli Accordi di Abramo con quella ai BRICS. Tuttavia, questa strategia si è rivelata in larga misura fallimentare, come dimostrano gli attacchi iraniani contro gli Emirati e la conseguente risposta emiratina.
Durante la riunione dei BRICS tenutasi a Nuova Delhi due settimane fa, il ministro degli Esteri iraniano ha accusato il suo omologo emiratino di aver partecipato ad azioni congiunte con Israele e Stati Uniti contro il territorio iraniano. Questo episodio può essere interpretato in una prospettiva più ampia: mentre gli Accordi di Abramo continuano ad ampliarsi e a produrre risultati concreti sia sul piano economico sia su quello della sicurezza, i BRICS hanno mostrato tutta la loro fragilità. Gli attacchi iraniani contro gli Emirati hanno infatti evidenziato le profonde divisioni interne al blocco e contribuito a rallentarne l’espansione. Emblematico è il caso dell’Arabia Saudita, candidata all’ingresso dal 2023, invitata formalmente ad aderire nel 2024 ma riluttante ad accelerare il proprio coinvolgimento nel progetto.
Gli Emirati, inoltre, dopo l’uscita dall’OPEC, stanno accelerando la realizzazione di infrastrutture energetiche alternative, tra cui un oleodotto che collega i giacimenti interni al porto di Fujairah, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz e di non rimanere ostaggio delle politiche aggressive dell’Iran.
Ormai Abu Dhabi sembra aver scelto con decisione la strada dell’Occidente, rafforzando sempre più i propri legami con Washington e Gerusalemme. Le garanzie offerte da questi partner, soprattutto in materia di sicurezza, appaiono infatti più credibili ed efficaci rispetto a quelle derivanti da accordi con i BRICS o con la stessa Repubblica Islamica dell’Iran.
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