Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "La nostra cultura è superiore alla loro. Punto".
Giulio Meotti
E contro il relativismo, la più grande truffa intellettuale del nostro tempo, abbiamo il diritto di non far entrare chi frusta le donne coi pantaloni e impicca chi cambia religione
Il trucco del multiculturalismo è geniale nella sua ipocrisia: pretende uguaglianza tra sistemi che negano l’uguaglianza. Intanto il relativismo morale, la grande truffa intellettuale del nostro tempo, ha trasformato il giudizio in peccato capitale. È così che “siamo entrati in un mondo di relativismo e barbarie”.
Come descrivere una cultura in cui una donna subisce 40 frustate per il crimine di aver indossato pantaloni e maglietta?
E una cultura in cui un uomo che giace con un altro uomo è sottoposto a cento frustate prima di essere rinchiuso in una cella per cinque anni?
E una cultura in cui l’“apostasia” (cambiare religione) è considerata un peccato così abominevole che persino una donna incinta può essere condannata a morte?
Personalmente, definirei una tale cultura “aliena”. Anzi, la chiamerei arretrata, regressiva, disumana e inferiore alla cultura più libera e più clemente in cui noi occidentali abbiamo avuto finora la fortuna di vivere.
Perché allora il deputato nord-irlandese Jim Allister è stato attaccato alla Camera dei Comuni di Londra per aver suggerito che il sanguinario di Belfast provenisse da una “cultura aliena”?
Lo ha rimproverato Hilary Benn, segretario di Stato per l’Irlanda del Nord.
In questo scontro politico sul concetto di “cultura aliena” c’è tutto il paradosso occidentale.
E mi ha ricordato Silvio Berlusconi, che dopo l’11 settembre disse che la nostra cultura era “superiore” e venne processato dalla stessa bella gente che oggi non trova niente di strano che si decapitino cittadini innocenti nelle nostre strade.
Tutti i castighi elencati sopra, tutta quella barbarie di Stato, sono avvenuti nel paese in cui è nato il decapitatore di Belfast: il Sudan, al 97 per cento islamico.
Ciò significa che il decapitatore di Bealfast, Hadi Alodid, che in Sudan faceva il poliziotto (la famosa “povertà” di cui cianciano i giornali italiani), è diventato adulto in una nazione dove le donne sono sottoposte a violenza feudale, gli ex musulmani sono minacciati di impiccagione e i gay considerati così spregevoli da essere gettati in carcere.
Ma il culto del relativismo continua a imperversare negli ambienti istituzionali. Stesso rituale. Stessa vacuità. I dirigenti parlano. La strada brucia. Queste due realtà non si incontreranno mai.
C’è una parola per quello che stanno vivendo queste persone. Quella parola è abbandono.
Un sistema dove i responsabili politici – “responsabili” qui è un modo di dire –, importano massicciamente una popolazione straniera e dalla cultura inassimilabile senza chiedersi se l’innesto attecchisca. Un sistema che installa queste popolazioni in quartieri già fragili e lo chiama integrazione. Un sistema che fa transitare gli indesiderabili da paese in paese, da Parigi a Belfast, timbrando documenti lungo il percorso. E quando la pentola a pressione esplode, lo stesso sistema tira fuori i suoi “esperti” e i suoi “editorialisti” per spiegare che la vera violenza è quella di chi è crollato, non quella che li ha fatti crollare.
Ma per la sinistra, non esiste thoughtcrime peggiore che stabilire una distinzione morale tra culture. Il giudizio morale è diventato bigotteria.
Basta leggere i giornali italiani su Belfast.
La Repubblica: “Belfast, la polizia contro gli idioti”.
Il manifesto: “Il pogrom che non ti aspetti”.
La Stampa: “Xenofobia e povertà ci distruggono”.
Il Corriere della Sera: “Musk ossessionato dal Regno Unito, l’ultima crociata a favore dei manifestanti anti-migranti di Belfast”.
Huffington Post: “Belfast e altri abissi. Il colore della pelle è di nuovo più importante dei fatti”.
Migliaia e migliaia di righe sull’“estrema destra”, Elon Musk, Nigel Farage, razzismo, coordinamento digitale via Whatsaap e una riga sul fatto da cui tutto è originato (“un brutto caso di cronaca nera”).
E poi non ho mai letti simili titoli quando si va a caccia di ebrei in Europa.
E quando fa comodo devastare e bruciare in nome di Black Lives Batter, la guerriglia urbana può essere definita dagli stessi giornali “fiery but mostly peaceful”.
Come descrivere la cultura dell’Afghanistan, dove le donne vengono imbavagliate in pubblico? O dell’Arabia Saudita, dove è contro la legge proclamare pubblicamente la buona novella di Gesù Cristo? O dell’Eritrea, dove gli omosessuali vengono rastrellati dallo Stato e sottoposti a violenze orribili?
Le chiamerei culture aliene. E culture inferiori.
La Farnesina ha emesso espressamente avvisi a non recarsi in Afghanistan e Sudan, eppure lascia entrare giovani uomini pieni di spavalderia proprio da quelle nazioni. Non è la “razza” di questi uomini a preoccupare le persone sane di mente: la stragrande maggioranza di noi vive a proprio agio in una società multirazziale. No, è la loro cultura.
L’esperimento sociale del relativismo morale è stato una catastrofe. È ora di finirla.
L’Occidente ha prodotto Dante, Shakespeare, Mozart, la Sagrada Família, la cura contro le malattie e il concetto di diritti umani universali. Loro hanno prodotto manuali che prescrivono quante pietre usare per lapidare una moglie disobbediente.
Il decapitatore è cresciuto in un ecosistema morale che considera la clemenza occidentale una debolezza da sfruttare.
La superiorità non si negozia. Si difende. Altrimenti, tra qualche decennio, non saranno più solo i deputati a essere rimproverati. Saremo noi tutti a rimpiangere di non averlo detto prima.
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giuliomeotti@hotmail.com