La carestia che arriva sempre domani
Commento di Daniele Scalise
Daniele Scalise
Per oltre un anno e mezzo il mondo ha ascoltato lo stesso annuncio. La carestia è imminente. Mancano giorni, forse settimane. Centinaia di migliaia di persone sono a un passo dalla morte per fame. Questa volta è davvero l'ultima soglia. Poi passavano le settimane. E arrivava un nuovo annuncio. Benvenuti in una delle più persistenti distorsioni informative della guerra di Gaza.
Attenzione: nessuno sostiene che nella Striscia non esista una grave emergenza umanitaria. La guerra ha devastato l'economia, distrutto infrastrutture, provocato sfollamenti di massa e creato enormi difficoltà nell'approvvigionamento di beni essenziali. Il problema è un altro. Il problema riguarda il modo in cui una previsione è stata trasformata in una certezza e ripetuta decine di volte come se fosse già diventata realtà.
Sin dai primi mesi del conflitto una parte della stampa internazionale ha adottato un linguaggio apocalittico. Titoli, servizi televisivi e campagne sui social hanno annunciato l'arrivo di una carestia di proporzioni storiche. Non una possibilità. Non uno scenario da evitare. Una certezza. La fame di massa era descritta come inevitabile e ormai imminente.
Ogni volta che la previsione non si materializzava, il meccanismo ripartiva da capo. Nuovi rapporti, nuovi allarmi, nuove date. La catastrofe era sempre dietro l'angolo. Sempre sul punto di verificarsi. Sempre a pochi giorni di distanza. Se si rileggono oggi molti di quei titoli si scopre un fenomeno curioso. Le scadenze sono passate. Le previsioni più drammatiche non si sono avverate nelle forme annunciate. Eppure quasi nessuno è tornato indietro a chiedersi perché.
In qualunque altro ambito sarebbe normale. Se un economista annunciasse ogni mese il crollo imminente dei mercati e il crollo non arrivasse mai, dopo un po' qualcuno inizierebbe a fare domande. Se un meteorologo prevedesse un uragano devastante ogni settimana e l'uragano non comparisse mai, la sua credibilità verrebbe messa in discussione. Nel caso di Gaza, invece, il fallimento delle previsioni è spesso scomparso dal dibattito pubblico.
Ancora più interessante è ciò che raramente viene spiegato. Le organizzazioni che monitorano la sicurezza alimentare utilizzano modelli statistici complessi che descrivono scenari di rischio, non profezie. Una previsione di carestia significa che esiste un rischio elevato in determinate condizioni. Non significa che la carestia sia già in corso. Non significa che l'esito sia inevitabile.
Tra una previsione e la sua rappresentazione mediatica si è aperto uno spazio enorme. In quello spazio si sono infilati slogan, campagne politiche e accuse presentate come fatti acquisiti.La conseguenza è stata una progressiva inflazione dell'allarme. Ogni nuovo avvertimento doveva essere più drammatico del precedente. Ogni nuovo rapporto doveva annunciare una situazione ancora più estrema. Quando il linguaggio dell'emergenza diventa permanente, però, accade qualcosa di paradossale: il pubblico smette di distinguere tra ciò che è documentato e ciò che è previsto.
La vicenda della «carestia imminente» racconta soprattutto questo. Non il tentativo di descrivere una crisi umanitaria, che esiste davvero, ma la trasformazione di una previsione in una verità indiscutibile. E quando una previsione viene ripetuta abbastanza volte, molti finiscono per dimenticare di verificarla. Le bugie hanno le gambe lunghe. Alcune camminano per mesi. Altre per anni. E continuano a chiamarsi «imminenti».
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