La vita multiculturale non è bella
Commento di Giulio Meotti
Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 06/06/2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: La vita multiculturale non è bella

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "La vita multiculturale non è bella"

Ci piacerebbe trasformare lo choc di civiltà nell'apologo consolatorio di un padre burlone. Ma la nostra realtà è già abbastanza grottesca da sembrare un film: il cavallo verde è tornato

video1518523596.mp4

Clicca sull'immagine per il video 

Non ho mai sopportato La vita è bella di Roberto Benigni, il comico toscano beatificato da vivo, l’opportunista maestro nell’arte di ingraziarsi il pubblico. 

La mia amica Maria Giovanna Maglie, contrarian mai troppo compianta, nel 1999 tenne una rubrica quotidiana contro il film: Beautiful?, il titolo. 

Il film di Benigni racconta di un uomo candido, Guido, della sua buffa storia d’amore e della deportazione in un campo tedesco con moglie e figlio. Il Candido non riesce a credere all’enormità di quel che gli accade intorno, vede un cavallo dipinto di verde con la scritta “Achtung, cavallo ebreo” e legge in alcuni negozi la scritta “vietato l’ingresso agli ebrei e ai cani”. E finalmente gli appare la realtà. 

Il furbo Benigni voleva trasformare l’orrore in favola per rendere digeribile l’indigeribile. Con il suo Guido Orefice, Benigni ci ha consegnato un apologo consolatorio: l’antisemitismo come buffo equivoco che un padre burlone esorcizza con la fantasia.

Un candido che ride mentre il mondo muore, e il pubblico applaude, commosso dalla propria sensibilità.

La comicità indolente di Benigni consentì allo sterminio degli ebrei d’Europa di diventare spettacolo natalizio per famiglie. Durante la presentazione al Centro Simon Wiesenthal, alcuni spettatori si sentirono così offesi da alzarsi e lasciare la sala. Steven Spielberg, alla domanda se gli fosse piaciuto, disse: “Sono lieto ogni volta che un film dice che l’Olocausto c’è stato. Mi sentirei a disagio a dire altro”.

Quel cavallo verde galoppa di nuovo, ma non porta più la scritta in gotico: sventola la kefiah e la bandiera palestinese.

La vita è bella e Bondy Beach

L’eterno dissidente Boualem Sansal, parlando a Le Figaro questa settimana in occasione dell’uscita del suo nuovo libro, dice: 

“L’Islam e l’islamismo hanno abbattuto l’Algeria e hanno attraversato il Mediterraneo. Si sono insediati in Francia, l’hanno corrotta. Ormai è minacciata in profondità in tutte le sue istituzioni, pubbliche e private. La bandiera francese ha iniziato a verdeggiare e la moschea ha islamizzato il paesaggio urbano. Dov’è finita la Francia di un tempo? Il mio primo romanzo è stato pubblicato in Francia venticinque anni fa e già allora dicevo che ciò che stava accadendo in Algeria sarebbe finito per accadere in Francia. Oggi è fatto. Temo che un giorno i francesi siano costretti a cercare rifugio altrove. Oggi alcuni libri sono praticamente vietati. Certe persone vengono impedite di esprimersi. Diventa molto difficile, per qualcuno come me, essere invitato in un’università o a Sciences Po per tenere una conferenza”. 

E uno dei primi segnali dell’islamizzazione è la partenza degli ebrei. 

Fu così nell’Algeria di Sansal. Viene ucciso il rabbino capo di Médéa. Si dà fuoco alla grande sinagoga di Algeri. Tra la fine del 1961 e il giugno del 1962 ci saranno omicidi di rabbini e personalità ebraiche, attacchi contro sinagoghe e siti culturali ebraici. 130.000 ebrei lasceranno l’Algeria.

Negli ultimi vent’anni, più del 20 per cento degli ebrei francesi ha lasciato la Francia. Un numero simile a quello algerino. E secondo un sondaggio, il 40 per cento di chi resta vuole andarsene. Sebbene gli ebrei rappresentino meno dello 0,8 per cento della popolazione francese, metà delle forze armate e della polizia dispiegate nelle strade sono a guardia delle scuole ebraiche e delle sinagoghe.

Centinaia di medici ebrei francesi hanno già la valigia pronta

La fine degli ebrei di Francia? è il titolo di un libro-inchiesta di Dov Maïmon e Didier Long. “Crediamo fermamente che gli ebrei di Francia, a un certo punto, dovranno andarsene. E chiediamo loro di prepararsi”. Long, monaco benedettino, scrittore e teologo francese, autore di diversi libri sui legami tra ebraismo e cristianesimo. Secondo la loro indagine, se non si interviene, non ci saranno più ebrei in Francia entro il 2050. Dice Long: “È un titolo brutale perché i fatti sono brutali. E dobbiamo svegliarci. La situazione è davvero catastrofica. Dei 440.000 ebrei francesi che abbiamo conteggiato in Francia, 150.000 sono in pericolo”.

I figli dei leader ebraici francesi se ne sono già andati tutti. Joel Mergui, presidente del Paris Consistoire, l’organo dell’ebraismo francese responsabile delle funzioni religiose, rivela che tutti e quattro i suoi figli si sono trasferiti in Israele. Meyer Habib, ex parlamentare francese e vicepresidente delle comunità ebraiche, ha affermato che due dei suoi quattro figli vivono in Israele. Il rabbino capo di Parigi, Michel Gugenheim, ha otto figli: tutti andati a vivere in Israele.

In Norvegia, uno dei paesi più filo-palestinesi e islamizzati d’Europa, ci sono appena 1.500 ebrei e in questi giorni devono nascondersi. 

   

Oslo

Gli ebrei norvegesi temono persino di essere curati negli ospedali. “Gli ebrei norvegesi hanno iniziato a fare l'aliyah in Israele” scrive da Oslo Hanne Ramberg. “Mi sento male perché il governo norvegese non protegge la propria minoranza, che deve quindi emigrare per avere una vita sicura”.

La vita è davvero bella nell’apologo multiculturale. 

“La Norvegia potrebbe essere il primo paese in Europa a diventare judenfrei”, ha scritto la giornalista Julie Bindel. Judenfrei: senza ebrei. 

Il British Museum di Londra ha appena cancellato un evento sulla storia ebraica per paura di attacchi, mentre le case degli ebrei della capitale inglese andavano a fuoco. Bruciavano anche i passeggini dei bambini ebrei

Spiacenti, nel nostro hotel non sono ammessi ebrei”. 

Questa la risposta che un hotel di Lam, in Alta Baviera, ha dato in lingua inglese a dei turisti israeliani. Ora, gli inquirenti tedeschi stanno indagando per incitazione all’odio, mentre la piattaforma Booking ha tolto l’hotel dal proprio elenco. 

Benvenuta se dissente da Netanyahu”. 

Questa la risposta che una turista israeliana si è sentita dare da un agriturismo a Poggibonsi. L’antisemitismo classico si è evoluto in versione 2.0: “antisionismo” di facciata, islamizzato e condito di moralismo woke

Non si affitta la casa ai sionisti”.

Questa la risposta di un condominio a Londra. 

Qualche giorno fa, una cara amica israeliana mi aveva chiesto se fosse sicuro prenotare una vacanza in Toscana. L’avevo rassicurata. Oggi forse non le darei la stessa risposta. 

   

Non si odiano più gli ebrei in quanto razza (troppo démodé e poi rischi la galera con la legge Mancino), ma in quanto “sionisti”, colpevoli di esistere come stato dopo aver osato sopravvivere al tentativo di annientamento totale del 7 ottobre 2023. Come dire: ti accettiamo solo se rinneghi te stesso. 

Menachem Margolin, presidente dell’Associazione ebraica europea (EJA), ha rivelato che “40.000 ebrei hanno lasciato l’Europa senza intenzione di tornare”.

Intanto sta passando un nuovo cavallo verde e nessuno sembra accorgersene. 

“Non voglio vivere in un paese il cui cancelliere porta milioni di musulmani antisemiti che attaccano gli ebrei e le istituzioni ebraiche in Germania”, ha detto un leader della comunità ebraica tedesca, il presidente della comunità ebraica del Brandeburgo, Semen Gorelick, in una scioccante lettera aperta in cui racconta di essersene andato, invitando tutti gli ebrei tedeschi a seguirlo. Gorlick, arrivato in Germania nel 1996 come rifugiato dall’ex Unione Sovietica, scrive: “Non puoi vivere in questo paese da ebreo e io non voglio più viverci. Non vivrò in un paese dove, come ebreo, devo nascondermi ovunque e in ogni momento. Non si può vivere in un paese dove non puoi indossare una kippah per strada”.

Il vecchio virus è mutato in una forma accettabile per i tempi woke

Una locanda nel centro storico di Napoli, dove la proprietaria che aderisce alla “campagna contro il genocidio palestinese”, si ritrova filmata da turisti israeliani che si sentono dire “sionisti non siete i benvenuti qui”. 

Come il titolare di un hotel di Selva di Cadore che così ha risposto a un gruppo di israeliani che volevano prenotare: “Non siete ben accetti”. 

Stava passeggiando tenendo la mano della mamma in via Nazionale a Romacon in testa il tipico copricapo ebraico, quando un bambino di otto anni è stato aggredito e minacciato con una bottiglia di vetro da un egiziano che gli ha gridato: “Togliti la kippah”.

Poteva finire male, malissimo, come è successo a Nathan Graff, israeliano con la kippah ferito a coltellate da un uomo incappucciato a Milano alla schiena, alla gola e al volto. 

Trieste, un ebreo con la kippah si è sentito dire per strada da due che impugnavano la bandiera palestinese: “Ebreo, ti sgozziamo”. 

“Ci nascondiamo, ci rendiamo irriconoscibili e la kippah la copriamo con il cappello”, ha confessato Cesare Moscati, rabbino capo della comunità ebraica di Napoli. 

Qualche giorno fa ero a Napoli. 

Camminando dal lungomare verso la Stazione Centrale mi sono fermato a mangiare qualcosa in una bella piazza vicino a via dei tribunali. Un “caffè letterario”, diceva l’insegna. Un locale Lgbt, dove tutto sembrava fantastico. Accanto un “Caffé Arabo” pieno di bandiere palestinesi e “Free Gaza” (Napoli è piena di bandiere palestinesi, mistero buffo). 

   

Napoli

Allora ho pensato al povero Ahmad Abu Murkhiyeh, il gay palestinese che aveva vissuto per due anni in Israele come richiedente asilo. Un giorno Ahmad viene convinto da una persona di cui si fidava a tornare a Hebron, sotto l’Autorità palestinese, dove viene decapitato e il corpo senza testa gettato sul ciglio di una strada, mentre le immagini del cadavere smembrato venivano diffuse sui social network palestinesi. Poi ho pensato a Mahmoud Ishtiwi, il comandante del battaglione Zeitoun di Hamas a Gaza, uno dei più importanti dell’organizzazione. Faceva parte di una famiglia con legami solidi con la leadership del gruppo islamista, ma venne accusato di essere omosessuale e di avere una relazione con il vicino di casa. Ishtiwi è stato torturato e condannato a morte. Yahya Sinwar in persona diede l’ordine di ucciderlo. 

In questa piazza capovolta che è diventata la nostra Europa, la storia di Murkhiyeh e di Ishtiwi disturba il racconto ufficiale, quindi si preferisce tacciare di pinkwashing chi offre asilo invece di chi lancia i gay dai tetti. 

Nir Davidson, un famoso professore di Fisica al Weizmann Institute in Israele, ha suggerito a un collega italiano di chiedere insieme un finanziamento a una fondazione per un progetto. “A causa delle atrocità che il suo paese sta perpetrando, migliaia di professori e ricercatori hanno firmato una petizione per chiedere il blocco di ogni collaborazione con Israele”, ha risposto il collega. Quindi no, Davidson non era benvenuto in Italia. In un altro caso, il tentativo da parte di un’università ebraica di trovarne una in Italia che partecipasse a un progetto congiunto si è concluso così: “Ho ricevuto come un pugno nello stomaco dai miei colleghi di lunga data”, racconta uno studioso israeliano. 

L’antisemitismo ha scoperto che odiare lo Stato ebraico è molto più chic, proficuo e accettabile che odiare il singolo ebreo.

Dopo vent’anni di attività ha chiuso anche il ristorante israeliano Bleibergs di Berlino. Il proprietario, Hemi Ron, dice che il ristorante era “vuoto dal 7 ottobre”. Troppa paura a prenotare un tavolo.

E ancora

Attivisti si sono avvicinati a donne ebree in un caffè kosher a Londra chiedendo loro se fossero “ebree”… Un caffè kosher di Lipsia è stato attaccato da un gruppo di giovani che hanno lanciato bottiglie, urlato insulti e tentato di sfondare le vetrine, tutto perché esibiva una bandiera israeliana all’ingresso. Un dipendente è stato ferito.

Dopo la strage di ebrei a Bondi Beach, a Sydney, ha chiuso la più famosa panetteria ebraica della città con un messaggio affisso sulla vetrina del negozio che informava che non era più possibile garantire la sicurezza del personale e dei clienti: 

“In seguito al pogrom di Bondi, una cosa è diventata chiara, non è più possibile rendere sicuri in Australia luoghi ed eventi ebraici. Dopo due anni di molestie antisemite, vandalismo e intimidazioni pressoché incessanti nei confronti del nostro panificio, dobbiamo essere realistici riguardo alle minacce che ci attendono. Non siamo in grado di garantire la sicurezza del nostro personale, dei nostri clienti e delle nostre famiglie. E così abbiamo preso l’unica decisione possibile. Avner’s è chiuso”.

Siamo passati dal nazista “Kauft nicht bei Jüden”, non comprate dagli ebrei, al “Kauft nicht beim Jüdenstaat”, non comprate dallo stato ebraico. Da “ebrei andate in Palestina” a “ebrei fuori dalla Palestina”.

   

“Quando cammino per Londra con la kippah ho sempre paura”. 

Leader della comunità ebraica inglese e già presidente della United Synagogue di Londra, Jeremy Jacobs ha scritto in una lettera al Telegraph di aver messo in vendita la casa e fatto le valigie: “Ce ne andiamo in Israele”. Jacobs invita gli altri a seguirlo, prima che sia troppo tardi. “Al momento abbiamo la libertà di scegliere. Ma mi chiedo: quanto durerà ancora?”.

Samuel Hayek, presidente del Fondo nazionale ebraico inglese e uno dei più famosi filantropi del paese, ha scritto su Yedioth Ahronoth: “La Gran Bretagna, come l’Europa nel suo complesso, sembra avviata su un percorso di autodistruzione e di erosione identitaria. E’ ora di svegliarsi. Gli ebrei britannici devono valutare seriamente le opzioni di emigrazione, sia verso Israele che verso altri paesi. Questo sta già accadendo e il ritmo non potrà che accelerare. A volte, partire in tempo non è un atto di panico, ma la sottile linea di confine tra un avvertimento ignorato e vite salvate”.

Lenny Kuhr ha fatto le valigie. L’icona musicale olandese, vincitrice dell’Eurovision del 1969 con la canzone “De Troubadour”, si trasferisce in Israele. Kuhr ha annunciato di non essere più al sicuro nella sua casa ad Amsterdam.

E chi lo sarebbe nella “Teheran sulla Mosa”? 

Il Museo della Shoah di Amsterdam per motivi di sicurezza ha appena cancellato una conferenza sull’antisemitismo, che è stata spostata in una chiesa. 

   

Il Nieuw Israelietisch Weekblad di Amsterdam, fondato 160 anni fa e seconda pubblicazione ebraica più antica al mondo ancora in corso, ha intanto iniziato a nascondere le sue copertine: troppo pericoloso per gli abbonati riceverle a casa in bella vista. 

Anche Ralph Pais, investitore immobiliare che divide il suo tempo tra Anversa e Bruxelles, è pronto a vendere la casa e a lasciare il Belgio, prima che diventi il “primo stato islamico d’Europa”. 

“Sembra di essere tornati agli anni Trenta”, dice Pais al Wall Street Journal. I suoi due figli si sono già trasferiti a New York e non hanno intenzione di tornare. “I giovani se ne stanno andando in massa”, ha detto Pais. Lui stesso ha preso in considerazione l’idea di trasferirsi, ma ha deciso di restare per dare l’esempio alla sua comunità. “Il mio rabbino mi ha detto che se me ne vado io, tutti andranno nel panico’”.

Benigni aveva ragione, a suo modo: per sopravvivere all’orrore serve fantasia. L’Europa ne ha trovata una formidabile: fingere che l’odio giusto sia liberazione, e che gli ebrei, ancora una volta, siano il problema. Applausi a scena aperta. 

Ma quando anche gli ultimi ebrei se ne saranno andati dall’Europa resterà solo da chiedersi: chi sarà il prossimo? Gli atei? I cristiani che non vogliono essere dhimmi? 

   

Volker Beck

“Se non fosse per il Mossad sarei morto”, rivela questa settimana Volker Beck, che non è ebreo ma è un ex dirigente dei Verdi tedeschi, deputato del Bundestag e figura chiave pro Israele in Germania, che l’Iran ha provato a uccidere e finito sotto scorta grazie alle soffiate israeliane all’intelligence di Berlino: “Per ogni mia attività devono essere mobilitate da sei a dieci persone della sicurezza”. 

Oggi non serve più la fiaba ipocrita di Benigni: la realtà multiculturale è già abbastanza grottesca da sembrare un film. 

Life is beautiful! Allahu Akbar! 


Regalate un abbonamento per ottenere fino a un anno gratuito di lettura e far continuare a esistere questo spazio di cultura e informazione. Grazie a chi vorrà e potrà - Giulio Meotti

 

giuliomeotti@hotmail.com