Israele, Hamas e il mito dei giornalisti indipendenti di Gaza
Commento di Daniele Scalise
Daniele Scalise
Quando il reporter diventa un combattente e il combattente diventa una fonte: come una parte dell'informazione internazionale ha scambiato la propaganda di Hamas per giornalismo indipendente.
Nei primi mesi dopo il 7 ottobre abbiamo sentito ripetere una formula quasi magica: «Lo riferiscono giornalisti indipendenti presenti a Gaza». Era una garanzia di autenticità, una autocertificata patente di credibilità, un lasciapassare immacolato (si fa per dire) che rendeva automaticamente attendibili immagini, testimonianze e racconti provenienti dalla Striscia. Chi osava avanzare dubbi veniva accusato di voler tappare la bocca alla stampa. Poi, lentamente e inesorabilmente, ecco che la realtà ha iniziato a bussare alla porta con una cocciutaggine che solo la realtà possiede.
Sorpresa sorpresa! Alcuni di quei presunti giornalisti indipendenti sono stati fotografati insieme ai leader di Hamas. Altri sono comparsi in vecchie immagini con uniformi militari. Altri ancora hanno celebrato pubblicamente il massacro del 7 ottobre o partecipato ad attività riconducibili alle organizzazioni terroristiche che governano Gaza.
Il caso più clamoroso esplose quando emerse che alcuni collaboratori freelance utilizzati da importanti agenzie e quotidiani internazionali si trovavano sul territorio israeliano durante l'attacco del 7 ottobre. Si badi bene: non dopo. Durante. Erano lì mentre i terroristi invadevano i kibbutz, uccidevano civili e sequestravano ostaggi. Una domanda semplice, quasi banale, rimase senza risposta: come facevano a trovarsi esattamente nei luoghi dell'attacco e a documentarlo in tempo reale? La questione non riguardava il diritto di fotografare una guerra ma semmai il rapporto tra osservatore e partecipante.
A Gaza esiste un problema che molti hanno preferito ignorare e cioè che Hamas non è soltanto un'organizzazione militare ma il potere che controlla il territorio, le istituzioni, le autorizzazioni, gli accessi, le comunicazioni e una parte consistente della vita civile. Pensare che un giornalista possa operare nella Striscia come se si trovasse in una democrazia liberale significa ignorare (fingere di ignorare) la natura stessa del regime.
Non è un caso che durante quasi vent'anni di dominio di Hamas siano stati rarissimi i reportage sulle torture degli oppositori, sulle esecuzioni sommarie, sulla repressione interna, sull'uso militare di ospedali, scuole e quartieri residenziali. La censura non aveva bisogno di essere dichiarata. Bastava esistere.
Questo non significa che ogni giornalista palestinese sia un militante. Sarebbe una sciocchezza e un'ingiustizia. Significa però che la categoria del «giornalista indipendente di Gaza» è stata spesso utilizzata dai media occidentali come una sorta di certificato automatico di affidabilità, senza verifiche adeguate e senza il minimo spirito critico. La guerra ha mostrato una realtà molto meno rassicurante. In alcuni casi il confine tra reporter, attivista politico e propagandista era già sfumato. In altri era semplicemente inesistente.
Il risultato è stato devastante. Fotografie prive di contesto, numeri impossibili da verificare, accuse rilanciate come fatti accertati e una quantità impressionante di informazioni provenienti da fonti direttamente o indirettamente controllate da Hamas hanno alimentato il dibattito globale.
La lezione dovrebbe essere ovvia. Un giornalista non diventa credibile perché si definisce indipendente. Diventa credibile quando le sue informazioni possono essere controllate, confrontate e verificate. Vale a Roma, vale a New York e vale anche a Gaza. Eppure, davanti alla parola «indipendente», troppi direttori hanno smesso di fare il loro mestiere. E quando il controllo scompare, la propaganda entra dalla porta principale fingendosi informazione. Le bugie hanno le gambe lunghe e a volte portano perfino un tesserino stampa.
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