La “flotilla umanitaria” per Gaza: propaganda, vittimismo e il teatro morale dell’Occidente
Commento di Daniele Scalise
Testata: Informazione Corretta
Data: 29/05/2026
Pagina: 1
Autore: Daniele Scalise
Titolo: La “flotilla umanitaria” per Gaza: propaganda, vittimismo e il teatro morale dell’Occidente

La “flotilla umanitaria” per Gaza: propaganda, vittimismo e il teatro morale dell’Occidente

Commento di Daniele Scalise

 
Daniele Scalise

 

Dietro le immagini dei pacifisti in kefiah che sfidano il blocco israeliano non c’è quasi mai una vera missione umanitaria. C’è un copione politico costruito per trasformare Israele nel colpevole universale e gli attivisti occidentali negli eroi automatici della coscienza globale. La nave parte già con le telecamere accese, i comunicati pronti e l’indignazione prenotata. E intanto il vero aiuto umanitario continua ad arrivare a Gaza via terra, lontano dai riflettori.

Ci sono bugie che nascono fragili e muoiono in fretta. E poi ci sono quelle più pericolose, quelle che indossano la virtù, salgono a bordo di una nave piena di telecamere e si presentano al mondo con il volto rassicurante dell’“umanitarismo”. La cosiddetta “flotilla per Gaza” appartiene a questa categoria. Non è soltanto una provocazione politica ma uno dei più riusciti dispositivi propagandistici degli ultimi anni contro Israele.

Il meccanismo è sempre identico, ripetuto quasi con disciplina liturgica: un gruppo di attivisti occidentali annuncia di voler “rompere l’assedio” di Gaza, i giornali amici cominciano subito a parlare di missione umanitaria e sui social partono le fotografie studiate con attenzione maniacale con tanto di kefiah ben piegata, sguardo serio verso l’orizzonte, qualche bandiera palestinese agitata nel vento del Mediterraneo, possibilmente un’eurodeputata in lacrime o un cantante engagé pronto a denunciare il “silenzio del mondo”.

A quel punto il copione è tutto scritto e gli attori vi si consegnano con devozione disciplinata che manco l’Actors Studio. Se Israele ferma la nave, diventa uno Stato brutale che attacca i pacifisti. Se la lascia passare, legittima implicitamente la violazione del blocco navale imposto anche dall’Egitto. Se controlla il carico, viene accusato di pirateria. Se espelle gli attivisti, ecco comparire le parole “rapimento”, “sequestro”, “violazione del diritto internazionale”. Tutto previsto e tutto preparato prima ancora della partenza.

Il dettaglio che quasi sempre sparisce dal racconto è il più importante: gli aiuti umanitari reali a Gaza non arrivano con queste imbarcazioni-spettacolo. Arrivano soprattutto attraverso i valichi terrestri, tramite organizzazioni internazionali, camion, corridoi logistici complessi e spesso pericolosi. Arrivano nel silenzio, senza troupe televisive al seguito e senza influencer in posa da rivoluzionari mediterranei.

La “flotilla umanitaria” serve soprattutto a produrre immagini. È teatro politico galleggiante. Una gigantesca installazione morale pensata per il pubblico occidentale, non certo per i palestinesi di Gaza. Se davvero l’obiettivo fosse soltanto consegnare medicinali o cibo, basterebbe coordinarsi con i canali esistenti. Il punto ovviamente non è aiutare Gaza ma mettere Israele sotto processo davanti al tribunale permanente dell’opinione pubblica internazionale.

C’è poi un aspetto ancora più rivelatore. Quasi nessuno di questi attivisti sembra interessarsi seriamente al fatto che Gaza sia governata da Hamas, organizzazione jihadista, autoritaria, antisemita, omofoba e responsabile del massacro del 7 ottobre. Un regime che reprime oppositori, perseguita dissidenti, usa la popolazione civile come scudo e investe enormi risorse in tunnel, missili e infrastrutture militari. Tutto questo sparisce diventando sfondo e rumore secondario. L’unico protagonista morale della storia deve restare Israele, sempre e comunque imputato.

È qui che la bugia diventa davvero tossica perché la parola “umanitario” viene trasformata in una clava ideologica e chiunque osi criticare queste operazioni viene immediatamente dipinto come cinico, insensibile o addirittura complice della sofferenza palestinese. È il ricatto morale perfetto: se non applaudi la nave, allora sei dalla parte della fame, della guerra, della crudeltà.

Ma la realtà è molto meno romantica delle fotografie diffuse sui social. La “flotilla” non nasce per curare i palestinesi ma per alimentare una chirurgica campagna simbolica contro l’esistenza stessa di Israele come Stato che ha il diritto di difendersi, controllare i propri confini e impedire il traffico incontrollato verso un territorio governato da un’organizzazione terroristica.

E infatti, ogni volta che queste operazioni falliscono o vengono fermate, gli organizzatori ottengono esattamente ciò che volevano: immagini di tensione, arresti, polemiche internazionali, hashtag virali, editoriali indignati, nuovi giri di raccolta fondi e altra benzina per il racconto vittimario globale.

Le bugie hanno le gambe lunghe soprattutto quando fanno sentire moralmente superiori. Ed è questo il carburante vero della “flotilla umanitaria”: la vanità politica dell’Occidente benestante che gioca alla rivoluzione davanti alle telecamere, mentre trasforma una guerra reale, sanguinosa e tragica in una scenografia perfetta per l’ennesimo reality morale contro Israele.

 

takinut3@gmail.com