“Israele affama Gaza”: come uno slogan è diventato una verità automatica
Commento di Daniele Scalise
Daniele Scalise
Per mesi televisioni, organizzazioni internazionali, attivisti e una parte consistente della stampa occidentale hanno ripetuto una formula precisa, durissima, apparentemente indiscutibile: Israele starebbe usando la fame come arma contro la popolazione civile di Gaza. L’accusa è diventata così pervasiva da trasformarsi quasi in un dato acquisito, mentre immagini di bambini denutriti, camion bloccati ai valichi e dichiarazioni sempre più drammatiche alimentavano l’idea di una carestia deliberatamente provocata dallo Stato ebraico. Poi, dentro un quadro umanitario certamente gravissimo e segnato da enormi sofferenze reali, hanno cominciato ad affiorare dati, contraddizioni e omissioni che raccontavano una situazione molto più complessa e molto meno lineare di quanto fosse stato inizialmente sostenuto.
di Daniele Scalise
Fin dai primi mesi della guerra successiva al 7 ottobre, Hamas e il ministero della Sanità di Gaza hanno accusato Israele di voler “far morire di fame” la popolazione palestinese. L’espressione è stata rapidamente adottata da settori delle Nazioni Unite, da ONG internazionali e da numerosi governi occidentali. Nel marzo 2024 il segretario generale dell’ONU António Guterres parlò di “livello catastrofico di fame”, mentre diverse organizzazioni umanitarie sostennero che una carestia di massa fosse ormai imminente.
Il problema, ancora una volta, stava nella differenza fra una crisi umanitaria reale e la trasformazione di quella crisi in uno slogan assoluto, costruito come se esistesse un unico responsabile e un unico meccanismo. Perché Gaza, durante tutta la guerra, ha continuato a ricevere aiuti umanitari attraverso valichi controllati da Israele, dall’Egitto e da organismi internazionali. Migliaia di camion sono entrati nella Striscia trasportando cibo, medicinali, carburante e beni essenziali, pur dentro condizioni logistiche spesso caotiche e pericolose.
Secondo i dati pubblicati dal COGAT, l’unità israeliana che coordina gli aiuti nei territori palestinesi, centinaia di migliaia di tonnellate di cibo sono state trasferite nella Striscia durante il conflitto. Organizzazioni internazionali come il World Food Programme hanno più volte denunciato enormi difficoltà distributive all’interno di Gaza, legate ai combattimenti, ai saccheggi armati, al collasso delle infrastrutture e al controllo esercitato da Hamas su parti rilevanti del territorio. Video e testimonianze raccolti durante la guerra hanno mostrato convogli assaltati, depositi depredati e mercato nero dei beni umanitari con prezzi esplosi in alcune aree della Striscia.
Anche le previsioni più apocalittiche diffuse nei mesi scorsi hanno iniziato a incrinarsi sotto il peso delle verifiche successive. Il sistema IPC, Integrated Food Security Phase Classification, utilizzato a livello internazionale per classificare le crisi alimentari, ha corretto e rivisto alcune delle stime iniziali più drammatiche, chiarendo che i dati disponibili non confermavano in quel momento una carestia generalizzata già in corso nell’intera Striscia di Gaza. Questo non significa che la situazione alimentare non fosse gravissima. Significa qualcosa di diverso e molto importante: la realtà non coincideva con la formula semplificata “Israele affama Gaza”.
Nel frattempo, però, quello slogan aveva già prodotto effetti enormi. Università occupate, campagne di boicottaggio, accuse di genocidio, manifestazioni violente, paragoni con la Shoah, demonizzazione sistematica di Israele. La fame, una delle immagini più potenti e primitive dell’immaginario umano, era diventata un’arma propagandistica perfetta perché trasforma immediatamente il conflitto in una rappresentazione morale assoluta nella quale da una parte ci sarebbero i carnefici e dall’altra soltanto vittime passive.
Dentro la tragedia reale di Gaza, fatta di morti, distruzioni e sofferenze che nessuna persona seria può ignorare, si è così insinuata una deformazione sistematica della realtà, utile a costruire una colpa semplice, totale, immediatamente spendibile sul piano politico e mediatico.
La crisi umanitaria esisteva davvero. La formula “Israele affama Gaza”, ripetuta come una certezza indiscutibile, appartiene invece a quella categoria di slogan che sopravvivono ai fatti perché hanno già conquistato le emozioni.
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